domenica 29 luglio 2012

Un anno da migrante


(15 Aprile 2012)


Esattamente un anno fa lasciavo l’Italia per trasferirmi a Francoforte, prima, e a Valencia, poi. Scrivere su questo blog le mie rimembranze sentimentaliste è un uso un po’ improprio del mezzo, ma farò finta di niente.

Quando me ne andai da Bologna dicevo “non sono io a lasciare Bologna, è Bologna a lasciare me”, lamentando il fatto di non essere riuscito a trovare opportunità lavorative concrete che mi facessero restare. La realtà è che no, io non ho fatto nulla per restarci, e volevo andare via, e nonostante questo ogni volta che ci sono tornato in questi dodici mesi mi ha fatto molto effetto: in realtà, soprattutto fino a quando ero ancora a Francoforte, sono tornato così spesso che quasi non mi sembrava di essere andato via, visto che una volta al mese mi trovavo lì.

Vivere da migrante ti insegna tante cose. Su di te, sul mondo, sul tuo modo di porti con il prossimo. Ti insegna a contare solo su te stesso nei momenti in cui ti sembra di non farcela più. Ti insegna, piano piano, a non sentirti diverso dalle persone che frequenti per il semplice fatto che loro hanno ancora delle radici, e legami solidi, e tu, invece, sei tabula rasa. Ma la lista di ciò che si impara vivendo da emigrato è molto lunga.

Avere difficoltà a staccarsi può costare molto caro. Per la precisione, 570 euro. Questo è quanto ho speso in biglietti aerei nei primi cinque mesi dell’anno iniziato il 16 aprile 2011, per tornare a casa. Per finire con il lavoro rimasto in sospeso a causa della partenza inattesa, per rivedere gli amici che per te sono quasi una famiglia, per tanti motivi che insomma valevano molto di più del denaro. E’ facile, così facendo, rimanere con le pezze al culo.

“You don’t know what you’ve got till it’s gone”. Per ben due volte in un anno, il 2011 mi ha insegnato che quando si dice addio ad un luogo, e a delle persone, e solo in quel momento, si riesce davvero a valorizzare tutto quello che si aveva. Se penso ai legami che ho lasciato a Bologna, e quelli creati a Francoforte, ancora non mi capacito di quanto sia stato fortunato, soprattutto io che tendenzialmente, invece, sono uno sfigato cronico. Questa è la più grande lezione che ho imparato lo scorso anno. E, per quanto abbia anche imparato a tenere stretti quei rapporti, il vuoto lasciato è molto, molto grande.

Sono destinato a vivere sotto governi di destra. Facciamo un po’ i conti: lascio l’Italia, e pochi mesi dopo Berlusconi cade. Arrivo in Spagna, e pochi mesi dopo l’era Zapatero finisce – nel peggiore dei modi – per lasciar posto al Partido Popular che, a parte la politica economica (che meriterebbe un’analisi molto, molto noiosa) sta annunciando (per il momento, solo annunciando) riforme nel campo dei diritti civili che riporterebbero la Spagna al… beh, al livello dell’Italia. Vedremo che succede. La lezione è che mai si dovrebbero dare per scontate certe conquiste.

La “fase dell’aggiustamento” può arrivare senza la “fase della negoziazione”. Gli psicologi dividono lo shock culturale risultante dall’andare a vivere all’estero in quattro fasi: 1) la luna di miele (ossia “tutto qui è bellissimo, come ho fatto a non venirci prima”, tipicamente i primi 3 mesi); 2) la fase della negoziazione (“qui nessuno mi capisce, mi manca la mia casa e mi stanno tutti sulle balle”, dal terzo al sesto mese); 3) la fase dell’aggiustamento (“beh no dai mi sbagliavo, qui sto proprio bene”, dal sesto al dodicesimo mese); 4) la fase della padronanza ossia “sono più indigeno degli autoctoni”. Con Valencia non ho vissuto una vera e propria fase 2. Ma mi sembra di essere entrato in punta di piedi nella fase 3, ora che già mi sento di fare programmi per il futuro, ora che (adesso posso ammetterlo) non mi capita più di pensare che se non mi trovo più bene posso sempre tornare in Italia. Ho anche messo in cantiere di iniziare a studiare Valenziano da settembre, e ogni tanto mi avventuro a dire qualche parola. Questo passaggio così scorrevole ha un nome e un cognome che vanno ben oltre le fasi dello shock culturale, lo so.

Sono appena tornato da un viaggio itinerante in Italia, dove una delle tappe è stata ovviamente Bologna, e stavolta, per la prima volta, andandomene, l’ho salutata come una vecchia amica che presto – non so quando – rivedrò, non come la casa che ho lasciato piena di ricordi. Per la prima volta, prendendo l’aereo da Pisa alla fine del viaggio, sentivo che stavo tornando a casa, ma questa volta a Valencia.

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