martedì 18 dicembre 2012

Una settimana d'addio - I parte

La mia vita sta andando a rotoli.

In questi tempi di incertezze sul futuro, crisi economica, tagli e tasse in ogni dove, dubbi sul cosa sarà di me nel prossimo anno, l'unica speranza che ho è che i Maya ci abbiano azzeccato. Anzi, è più complicato di così: la mia speranza è che chi ha interpretato la profezia dei Maya abbia fatto bene il suo lavoro, e che i Maya ci abbiano azzeccato. Dunque, il mio è un auspicio al quadrato, non un auspicio qualunque, il che rende le sue probabilità di avverarsi praticamente nulle.


Il fatto che io non abbia più il controllo sulla mia vita è dimostrato dal mio stare con la testa per aria, e, di conseguenza, fare delle figure di merda non da poco, a detrimento della mia dignità. La settimana scorsa è stata, in questo senso, da manuale.


L'ultima settimana di lezione

Siamo ancora a dicembre e io solo desidero che finisca l'anno accademico e i miei studenti mi dimentichino, dopo due numeri da circo.
Mercoledì scorso ho fatto il secondo esame intermedio del corso che ho dato in questo semestre e giovedì ne ho pubblicato i voti. Per informare gli studenti, gli ho, con grande cortesia, inviato un'e-mail tramite la piattaforma didattica:

"I risultati del secondo esame intermedio sono disponibili nell'Aula virtual. Per vedere il compito potete venire durante l'orario di ricevimento. [...]"

L'aula virtual è una piattaforma dell'Università dove si raccolgono tutte le informazioni per ogni corso: contatti degli studenti immatricolati, slide e materiale didattico, eccetera. La comodità, per gli studenti, è avere il materiale a portata di mano e, per i professori, di avere accesso rapido a tutti i loro corsi. Tutti.

E infatti, è bastato cliccare sul corso sbagliato ed ho mandato la mail ad un gruppo che farà con me un esame completamente diverso e, per giunta, il prossimo semestre. Dopo due minuti, ho inviato la mail di rettifica.

Il peggio del peggio? La mail viene inviata anche agli altri professori che tengono un corso equivalente e che, dunque, sono stati testimoni del mio numero.

Non contento, ho bissato il venerdì. Questo semestre avevo otto ore di lezione il venerdì, per quatro gruppi di due ore l'uno, dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,30. Dopo il gruppo delle 15,30, sono andato a comprare della cioccolata al bar e sono salito di nuovo all'aula 503 per iniziare la lezione del gruppo delle 17,30.
Sono entrato in aula e c'era un altro professore. L'ho guardato sorpreso, lui mi ha guardato annichilito e io, con fare fiero, ho dichiarato:
"È che dovrei fare lezione alle 17,30"
"Beh, non direi", mi ha risposto lui. Ho lanciato un'occhiata agli studenti ed erano quelli del gruppo a cui avevo appena fatto lezione.
"È nell'aula accanto", mi ha detto uno di loro, ridendo. Sono sprofondato nella mia sciarpa, arrossendo, e sono uscito di lì.

(Continua...)

martedì 11 dicembre 2012

Quedar como el culo

La settimana scorsa ero a bere una birra con degli amici al Café Berlin, un bar che, senza avere nulla di particolare (tranne i tre elementi necessari perché un bar esista a Ruzafa: una libreria, un mobilio eclettico e alcune pareti un po' incrostate) si è convertito, da pochi mesi a questa parte, in uno dei bar più frequentati del barrio. Tanto per cambiare, siamo stati avvicinati da una moderna che fa il PR per una discoteca della zona e che incrociamo lì nei dintorni ogni santo fine settimana, che voleva lasciarci i suoi flyers.

Per questione di gentilezza, abbiamo accettato, anche se non saremmo andati, e io poco dopo mi sono lanciato in un'arringa:
Io: "Che palle, ogni cinque minuti ne passa uno."
Altri: "..."
Io: "Un paio di settimane fa mi è arrivato un invito via facebook dalla Hipsters Agency Crew, praticamente l'agenzia delle modernas, che organizza delle serate a La 3, perché iniziavano i casting per i PR"
Altri: "..."
Io: "Vi rendete conto? I casting per fare il PR! Manco fosse un concorso di bellezza!"
Altri: "Ahahaha"

In quel momento lo sguardo mi è caduto al tavolo accanto al nostro, dove una ragazza mezza hipster mezza moderna era seduta a prendere un caffé macchiato e a lei si stavano aggiungendo altri quattro ragazzi, tra cui il PR di pochi minuti prima.

Ho notato che hanno iniziato a ripartirsi dei foglietti: erano flyers come quelli che ci erano stati appena dati.

"Come si dice in spagnolo fare una figura di merda?", ho chiesto ad un amico che parla anche italiano.
"Quedar como el culo", mi ha risposto, "anche se l'espressione fare una figura di merda mi piace di più".
"Quedar como el culo. Beh, è quello che ho appena fatto".

giovedì 6 dicembre 2012

Polvorones I love you

Oggi sono a casa dal lavoro, dato che è la Festa della Costituzione, e ho pensato fosse giusto dedicare un post al Natale e alle calorie che porta con sé.

Ebbene, si avvicina il Natale e in tutti i Paesi lo si celebra con una miriade di dolci e dolcetti che appaiono durante le festività natalizie e vengono puntualmente portati via dalla Befana a inizio gennaio.
Io vado pazzo per il panettone, per esempio. Meglio senza canditi, solo con uvetta, e un NO secco ai panettoni fatti perché piacciano ai bambini, ad esempio con gocce di cacao o di crema (che non sanno mai di nutella o crema pasticcera rispettivamente, sempre hanno un sapore un po' acidulo). Ma soprattutto, molto meglio il panettone del pandoro.
Detto questo, non mi vedrete mai dire di no a una fetta di pandoro o di panettone con gocce di cioccolato o di crema.

In Spagna sotto Natale compaiono i polvorones ( o mantecados). I polvorones sono dei morbidi dolcetti fatti con nocciole, zucchero e direi che non manca mai una buona quantità di burro. Sono di tanti tipi e tutti eccellenti nel curare le carenze d'affetto. Per questo motivo, ho svaligiato ripetutamente il Mercadona di Calle Emili Baró per riempire la mia credenza di polvorones, e ogni volta che provo una nuova tipologia scopro che mi piace.

Ed ecco a voi la mia personale classifica dei polvorones:


1. Rosco de Vino y Almendra

Ineguagliabile, con quel leggero retrogusto di vino che mi fa pensare ai tarallucci abruzzesi. Un amico un giorno mi ha detto "quello è il preferitio di tutti" e posso assicurarvi che lo è a ragione. E' l'unico col buco al centro e la sua fragranza vi dice "ti voglio bene".

2. Polvoron de Almendra

Ricoperto da un sottile e affettuoso strato di zucchero a velo, soffice e dolce, ha l'aspetto del dolcetto secco classico che si compra al forno. Come il Rosco, contiene mandorla (almendra).

3. Mantecado de Aceite de Oliva

Trionfo dell'obesità, un dolce all'olio. L'idea può inizialmente lasciarvi perplessi, ma vi sbagliate. E' fragrante, appena appena dà la sensazione di unto ma il piacere trasmesso è ben superiore.

4. Mantecado Casero

Il mantecado più classico che ci sia, ricoperto da piccoli semini e - se ancora avete dubbi sul livello di grasso apportato dai polvorones - fatto con burro di maiale iberico. Fragrante e friabile.

5. Polvoroncito al chocolate

Un po' la versione spagnola dei mini parrozzini per il suo aspetto, la sottile crosta di cioccolato nasconde la soffice pasta del polvoron classico.

Il Natale rende tutti più buoni? Non lo so, ne dubito. Di sicuro ci rende tutti più grassi: non so se è colpa dei polvorones, ma rispetto a ottobre peso tre chili in più.

mercoledì 28 novembre 2012

Yo soy un berlinés

Il prossimo fine settimana andrò a Berlino. L'idea di andare è nata per motivi di lavoro, per partecipare ad una conferenza, ma fortunatamente l'utile poi si è unito al dilettevole, perché alla fine due miei amici (dall'Italia e dall'Olanda) saranno lì in vacanza proprio nello stesso week-end, e così faremo una bella rimpatriata.

Vediamo di chiarire subito una cosa: io amo Berlino. Mi piace da morire. Se dovessi andarmene da Valencia farei di tutto per trasferirmi lì (o a Copenhagen o a Stoccolma), nonostante io in tedesco sappia dire poco più che kartoffen, Angela Merkel, "Tchuss!", Lufthansa e danke.

Sono stato a Berlino già cinque volte, una alla veneranda età di 8 anni, una in gita di quinta liceo e le ultime tre volte tra il 2009 e il 2011, per vacanza o per lavoro.

Senza dubbio, però, fu l'ultimo viaggio a Berlino che, per me, passò alla storia, a causa delle disavventure che ho vissuto e per le quali, quella volta, mi sono davvero superato.

Era la mattina del 25 novembre del 2010, vivevo ancora a Bologna e mi stavo preparando per andare a Berlino per una conferenza. La conferenza iniziava la mattina seguente, e io venivo da un paio di settimane difficili a causa di una fortissima congiuntivite all'occhio destro che mi aveva reso impossibile indossare le lenti a contatto, almeno per un paio di giorni in più, quando avrei concluso la cura.

Il volo Easyjet partiva alle diciotto da Milano Malpensa, per cui avevo preso un biglietto del treno da Bologna a Milano Centrale, alle due, e poi sarei salito sull'autobus diretto all'aereoporto.
Mentre mi facevo la doccia sentii un tonfo imponente, come se fosse crollato il mobiletto del bagno: ed in effetti, quando uscii, con timore, dalla doccia, vidi che la roba accatastata in cima al mobiletto (le scatole delle fialette anticaduta: sì, anch'io ho cercato inutilmente di fermare la calvizie), sopra alla quale si trovavano i miei occhiali, era crollata a terra. Sotto la massa informe giacevano i miei occhiali, con una delle due lenti completamente sbriciolata.

Imprecai per la rabbia: non avevo occhiali di emergenza e non potevo mettere le lenti a contatto. E così, decisi di giocarmela, andando a prendere il treno da cieco (nota: mi mancano 5.5 gradi a ogni occhio. Sì, appunto.)

Arrivato a Bologna Centrale, miracolosamente riconobbi il treno Alta Velocità che dovevo prendere e il numero del vagone era scritto sufficientemente grande; ciò che era troppo piccolo erano i numeri delle poltrone, per cui non riuscivo a capire dov'era la mia. Mettermi gli occhiali frantumati - che pure avevo con me - non era un'opzione, e così feci il vago, arrivando a metà carrozza: lì mi accorsi, mentre fingevo di sedermi, di essere andato troppo avanti e tornai indietro contando le file.

Arrivato alla mia poltrona, misi le mani nelle tasche e mi accorsi di non avere né il portafogli, né il cellulare.
In quello stesso momento il treno partiva da Bologna, diretto - senza fermate intermedie - a Milano, che ne sarebbe stato di me? Ero al punto di farmi prendere da un attacco di panico, quando pensai che potevo aver lasciato il tutto alla prima poltroncina e, per fortuna, ritrovai entrambi gli strumenti vitali proprio lì.

Mentre riflettevo su come fossi stato fortunato, arrivai a Milano. Una corsa al lato della stazione e il Malpensa Express fu mio, dopo aver lasciato il trolley nel bagagliaio: tutto filava così liscio, nonostante gli occhiali mancanti!



Ma fu a Malpensa che la peggiore delle sorprese si manifestò. Scesi dal bus al terminal 2, mi avviai verso i controlli, quando fu il mio turno aprii il bagaglio a mano per estrarre il pc e in quel momento mi accorsi che la borsa a tracolla dove lo avevo messo era vuota.

Mi si gelò il sangue. Non so con quali poteri soprannaturali feci come se nulla fosse, passai il metal detector, richiusi la valigia e mi avviai verso il gate, mentre, freneticamente, cercavo il mio cellulare per chiamare la mia coinquilina di allora affinché mi confermasse l'impossibile, ossia che avevo lasciato il pc a casa.

"Gae... io lo sto cercando ma qui non c'è..." mi disse, mentre rovistava in diretta telefonica.
"Porca puttana. Infatti lo avevo messo. Cazzo, me lo hanno rubato. Lì c'è tutta la mia vita. E ora che faccio? Come faccio ad andare a Berlino? Non ho nemmeno la presentazione che devo fare!"
"..."

[NOTA: che ci fosse dentro "tutta la mia vita" può sembrare un'esagerazione delle mie, ma non lo è. Persi un mese e mezzo di lavoro, oltre a tanti ricordi che non avevano avuto il backup]

Chiamai i miei genitori, mi sfogai con una scena madre fatta di lacrime e sangue che tuttora credo sia celebre nei racconti dei lavoratori di Malpensa, ma alla fine partii e riuscii a farmi preparare ed inviare la presentazione grazie all'aiuto della mia coinquilina, che trovò il mio hard disk, e di un collega.

La conferenza filò liscia, e io acquisii anche una personalità, "il ragazzo a cui hanno rubato il pc" (normalmente seguito da un: "Ma... qui a Berlino?" "No no, in Italia", "Ah, ecco").

L' invited speaker della conferenza, poi, era un pezzo grosso: diciamo che lui sta alla macroeconometria (quella cosa strana su cui lavoro io) come Gandhi sta alla nonviolenza. Io passai inosservato, ovviamente, ma lo rividi 2 settimane dopo, il 10 dicembre, in un altro incontro a Roma, dove presentavo lo stesso lavoro.
A pranzo, era seduto di fronte a me e, mentre ci parlavo, azzardai:
"Siamo entrambi stati al workshop del 25 novembre!"
"..."
"..."
"Ah, a Berlino! Non mi ricordo di te."
"Ho presentato lo st-"
"Aspetta! Sei il ragazzo a cui avevano rubato il pc!"
"Già", risposi, disarmato e costretto ad ammettere la realtà: la mia sfiga viene ricordata dalle persone molto più della mia attività di ricerca.



lunedì 19 novembre 2012

¡ Socorro !

Nella multisala Babel, vicino Avenida de Aragón, trasmettono film in lingua originale. Era una domenica pomeriggio e, all'uscita del cinema, io e G. abbiamo iniziato a parlare di cinema spagnolo, o meglio io lo ascoltavo parlare di cinema spagnolo, visto che, a parte Pedro Almodovar e Alex De La Iglesia, la mia conoscenza del cinema iberico è praticamente nulla.

E così, per non lasciarlo fare un monologo, ho voluto dire la mia con un commento che non poteva essere più scontato: "Come immaginerai poco del cinema spagnolo arriva in Italia, o io ne ho visto poco. Ma Almodóvar mi piace molto".
Ripensandoci, è stato proprio un intervento da sfigato: è come dire ad un italiano "Ah sei italiano? Mi piacciono molto Venezia e la pasta" o a un danese "ho visto la Sirenetta di Copenhagen, è molto più piccola di quello che pensassi" oppure a un russo "Non conosco bene la Russia. Però sono contrario alla politica di Putin".

"No no, a me Almodóvar non piace per nulla", ha risposto G.
"Ah no? E perché?"
"Perché dipinge un'immagine surreale della Spagna"
"Troppo grottesca?"
"Sì, io non mi riconosco per nulla nei film di Almodóvar, e poi mi sembra che stia perdendo molto smalto", e così il regista era smontato di netto nella conversazione.

Dopo alcuni minuti eravamo in un bar a bere una birra e G., tra lo sconvolto e il divertito, ha detto: "Non hai idea di cosa mi è successo venerdì notte". E così ho chiesto, e lui ha iniziato a raccontare.



Erano le tre di notte e G. dormiva, quando fu svegliato improvvisamente da rumori alla porta di casa. Casa sua si trova nella parte sud-ovest del barrio di Ruzafa, e, pur avendola ristrutturata completamente - e quasi da solo, con l'aiuto di suo cognato - non ha ancora avuto il tempo né i soldi di sostituire la porta, che è meno solida di quella del mio bagno. Era evidente che qualcuno stesse cercando di entrare e, preso dal panico, G. tirò un colpo al muro per svegliare la vicina di casa, la signora Maria. Infatti, sul pianerottolo ci sono tre appartamenti, e la camera da letto di G. confina con quella di Maria, la quale a sua volta confina con la camera dell'altro vicino, il signor Manolo.

"Maria! Mi stanno entrando i ladri in casa!" ha gridato G.
La signora Maria, svegliata così di soprassalto e dato quello che aveva sentito, fu presa dal panico e iniziò a urlare a sua volta per svegliare Manolo:
"Manolo! Socorro!" gridò, presumibilmente senza nemmeno alzarsi dal letto.
Manolo si era svegliato ed era andato alla porta con suo figlio; G., nel frattempo, si alzò dal letto ed andò alla sua porta, sentendo che Manolo parlava con il quasi-intruso.

Aprì la porta di casa e si trovò davanti il vicino del piano di sopra che, completamente ubriaco, non sapeva di aver sbagliato piano.
"Paco tu vivi al secondo piano! Che ci fai qui?" gli disse con tono incazzato, mentre il poveretto se ne andava barcollando. Il tempo di andare in bagno, bere un bicchier d'acqua, rimettersi sotto le coperte e G. sentì che bussavano alla porta di casa. Sempre più innervosito, andò alla porta e si trovò davanti Paco, in mutande e biascicando, che si rivolse a lui preoccupato:
"Tio, ho aperto la porta di casa e il mio cane è uscito ed credo sia andato per le scale... Non lo trovo, è passato di qui?"
"Ma che vuoi che ne sappia io?", rispose G., sempre più scoglionato. "Và, torna a casa tua, che non stai in piedi, magari è lì, e lasciami dormire!"

Io ridevo a crepapelle mentre G., tutto appassionato, mi raccontava la storia. "Ti rendi conto di come sta la gente?" mi ha detto, alla fine.

"Già...", mi sono limitato a rispondere. "E tu dicevi che Almodóvar dipinge un'immagine surreale della Spagna?"

mercoledì 14 novembre 2012

Relaciones peligrosas

Quando mi sono trasferito a Valencia non pensavo che, nel giro di circa un anno, mi sarei avvicinato in modo così rapido alle figure losche che contraddistinguono le sue alte sfere.

Proprio la settimana dopo che ho traslocato nel mio attuale appartamento, praticamente sotto casa mia ha aperto un "circolo privato" (così recita, sotto al nome del locale, l'insegna) gestito da un gruppetto di bancabbestia

(sì, bancabbestia, avete letto bene. Un bancabbestia è un punkabbestia che in realtà ha un conto corrente con più zeri del mio)

che praticamente non fanno altro che fumare canne. Io vivo al primo piano e l'ingresso del loro circolo è sotto al balconcino che ho in soggiorno, sì e no a quindici metri sulla sinistra. Il consumo di marijuana in quel "circolo" è così elevato che la settimana scorsa, mentre cenavo guardando un episodio di Dexter con la finestra del soggiorno aperta, l'odore entrava dentro casa mia. Non scherzo. Se non fosse per i due-tre cani che ogni tanto si portano lì nel pomeriggio nei week-end quando fanno le pulizie, uno dei quali si chiama Bambola (mi dite come cazzo si può chiamare un cane "Bambola"?) che abbaiano continuamente e che loro lasciano cagare proprio accanto al portone del mio palazzo, non mi darebbero alcun fastidio.

Ma infondo loro sono innocui, e non sono le figure losche delle alte sfere a cui facevo riferimento all'inizio, anzi non so perché ne stessi parlando.

Alcuni mesi fa ho scoperto che nella mia palestra è iscritto - rullo di tamburi - Ricardo Costa.


Ricardo Costa Climent è un politico quarantenne valenciano, manco a dirlo del PP, deputato alle Corts Valenciane (il consiglio regionale) da alcune legislature, ex portavoce del gruppo del PP alle Corts stesse.

Fu sospeso dalla sua posizione nel PP quando saltò fuori il suo ruolo nel caso Gürtel, probabilmente uno dei casi di corruzione più grandi d'Europa, nel quale si scoprì tramite intercettazioni ambientali e telefoniche come un gruppo di imprese - che avevano organizzato eventi per il Partido Popular - otteneva vantaggi nell'aggiudicazione di appalti grazie a regali e pagamenti vari fatti a politici del PP.

Tra le altre cose, regalavano completi da uomo, pantaloni etc. e tra le persone coinvolte, nella Comunidad Valenciana, c'erano appunto Ricardo Costa e l'allora Presidente della Comunidad, Francisco Camps.

In sostanza, se il PP spagnolo corrisponde al PDL italiano, Ricardo Costa è il Franco Fiorito della Comunidad Valenciana, anche se di aspetto decisamente migliore, e Camps è Formigoni. Quindi Franco Fiorito viene in palestra con me.

Nelle intercettazioni di un caso affine, Ricardo Costa viene chiamato Mimosin, cioè Coccolino. io non so perché, sarà perché ha la faccia da pacioccone? Non direi proprio: vedendolo in palestra, mi sembra un evidente caso di narcisismo ed egocentrismo.

La prima volta che lo vidi, mi stavo dirigendo alla macchina per gli addominali e lui, scartandomi, l'ha occupata. Io non voglio dire che me l'ha rubata, ecco, però il risultato è lo stesso. La seconda volta è stato quasi tutto il tempo a parlare al cellulare: io gli passavo accanto di tanto in tanto facendo il vago con aria tipo "hm, non capisco se usare questi attrezzi o quelli lì a fianco, ci rifletterò un po' ", nella speranza di captare una frase compromettente (se non regali della trama Gürtel, almeno che parlasse con un'amante), ma niente.

Ma l'incontro-scontro più importante è stato alcune settimane fa, quando, andando di fretta in bicicletta, ho rischiato di metterlo sotto mentre faceva jogging sulla pista ciclabile. Lui mi ha urlato qualcosa dietro, forse "Lei non sa chi sono io!", ma non l'ho sentito.

Onestamente avrei voluto gridargli qualcosa contro, o metterlo sotto con la bici, così sarei passato agli onori della cronaca come quelli che hanno lasciato un cumulo di feci accanto all'armadietto di Camps, ma non ne ho avuto il coraggio.

Sarà per la prossima volta?

venerdì 9 novembre 2012

Movistar

Di recente ho fatto (credo) un buon affare: sono passato a Movistar con il fisso ed internet, oltre al cellulare, e così pago 60 euro al mese IVA inclusa per tutte e tre le cose insieme e posso vivere felice e contento (o quasi).

Gli ho telefonato due settimane fa per fare la portabilità: prima avevo il fisso ed internet con Jazztel. Sono stati gentili con me, abbiamo anche scherzato sul mio nome. E io sono stato bravo nel fare lo spelling, credo, anche se ogni volta che arrivo alla "N" di Gaetano tardo un paio di secondi prima di ricordare che la migliore associazione è "la N di Navarra".

Ma a volte è sufficiente un'immagine a spazzare via ogni illusione. L'immagine di cui parlo è la seguente.



Niente da fare. Mai riusciranno a chiamarmi come si deve, mai.


mercoledì 7 novembre 2012

¡ Viva la Pepa !

Esistono due tipi di perone al mondo: quelle con personalità e quelle senza personalità. Pepa appartiene senza dubbio al primo gruppo. Ma Pepa chi?

Andiamo con ordine.

Lo scorso fine settimana ero in giro per Ruzafa con alcuni amici, e dopo un breve concerto pre-cena, una birra e l'immancabile cena a La Tasca de Ruzafa, un bar di tapas a conduzione familiare, dove ho sempre mangiato benissimo e mai ho speso più di 10 euro per una cena, eravamo in giro discutendo sul da farsi.

In realtà non c'è stata una vera discussione: da amanti del trash - con moderazione, molta - abbiamo deciso allegramente di fare tappa breve in uno dei bar più non-mi-viene-l'aggettivo-appropriato di Ruzafa. A partire dal nome: ¡ Viva la Pepa !. Toma ya.

"¡ Viva la Pepa ! " si trova in Calle del Cura Femenía ed è un bar piuttosto riciclato, raffazzonato. No, brutto. Tutto è fuori luogo in quel bar, a partire dall'odore di stantío che si sente quando si entra.
La star del locale è, appunto, Pepa. Pepa è una ragazza (già un po' cresciuta, eh) che si è resa famosa per circa 15 minuti in Spagna un paio di anni fa partecipando a "Tú sí que vales", un talent show di merda di Telecinco. Pepa si classificò seconda e, se anche a una persona che entra nel suo bar non gliene può fottere di meno, è impossibile trascurare il fatto, dato che sul muro alla destra è appeso l'attestato di partecipazione con tanto di mega-assegno dei 1000 euro vinti.

Il problema principale del locale è il suo aspetto, da bar sopravvissuto male alla crisi economica e al fatto che posti di quel tipo hanno cessato di esistere nel mondo reale a metà degli anni '90. Ci sono due piccole sale; in una c'è il bar, l'altra è la pista da ballo, piuttosto piccola. Nella pista da ballo mi sono solo affacciato, non sono entrato, perché era vuota quando eravamo lì, nonché mezza buia. Ma soprattutto è inquietante: le pareti sono costellate di disegni e colori con uno stile che è una via di mezzo tra la street art e un videogioco SEGA, e passando sotto l'arco attraverso il quale si accede io avrei la certezza assoluta che lì dietro c'è un serial killer pronto ad uccidermi.

Ma il punto di forza è il bar. E non è un bar qualsiasi: Pepa, al bancone, indossa un microfono del tipo di quelli di Ambra a Non è la Rai e, mentre serve i clienti, canta.
Ora, immaginate una con l'aspetto non troppo diverso da quello di Adele ed una voce oggettivamente potente in un posto grande 3 metri quadrati e, mentre voi cercate di ordinare una birra, lei sta intonando Rescue Me o qualcosa del genere: concorderete che uno un po' timido ci rimane secco.
Insomma, è una specie di Coyote Ugly senza balletti sexy finto-lesbo sul bancone o cravatte tagliate agli uomini d'affari di passaggio.

E quindi perché andare da Viva la Pepa? Perché se si ama il trash, stare lì è divertente, e lei, tutta sorridente, al tuo ingresso, con solo 3 clienti nel locale ti invita a bere un cicchetto offerto dalla casa (la vera ragione per cui eravamo andati lì): un miscuglio color rosso e sapore di colluttorio (dunque Iodosan, più che Listerine) da mandare giù senza pensarci e come se non ci fosse un domani.

Venerdì sera da Viva la Pepa ci siamo fermati non più di 15 minuti. Dietro di me avevo una 50enne che aveva il viso così rifatto che quasi sembrava Nicole Kidman, però questa Nicole Kidman


che si faceva foto con pose presuntamente sexy e questo, vi assicuro, era decisamente troppo.

giovedì 25 ottobre 2012

Come uno zombie

Negli ultimi otto giorni sono stato chiuso in casa, per colpa di un'influenza tramutatasi in tonsillite che mi ha fatto vedere i sorci verdi.
Per una settimana non ho visto altro che le mura di casa, ad eccezione di giovedì scorso, quando, credendo di stare meglio, sono tornato a lavoro per un po' di ore, per poi tornare a casa in uno stato ancora peggiore. L'unica cosa positiva è che ne approfittai per fare un po' di scorta di frutta e verdura in Calle Mistral. Proprio lì dove la strada fa angolo con la piazzetta di Benimaclet c'è il mio fruttivendolo di fiducia (se si può definire "di fiducia" un negozio in cui vado da due mesi saltuariamente). Il motivo principale per cui vado lì è perché la palazzina in cui si trova è bellissima, ricoperta di maioliche in una sorta di collage privo di senso. Proprio quella palazzina era stato il set di alcune scene de La Mala Educación di Almodovar, ma, a prescindere da questo, andare a fare la compra lì mi mette di buon umore per il semplice fatto di vedere la palazzina di cui sopra.

In realtà, giovedì non sortì l'effetto desiderato, perché solo volevo tornare a casa il prima possibile, e per fortuna che casa mia si trova si e no a 200 metri da lì.

Ma non è di ortofrutta che volevo parlare.

Stare chiuso in casa, isolato dagli esseri umani - intendo in carne ed ossa - già dopo un paio di giorni ha cominciato ad avere i primi effetti collaterali: avevo iniziato a dire cose, di tanto in tanto, al mio pappagallo, che ovviamente rispondeva picche. Avere la febbre alta (fino a 40 gradi), poi, spinge verso l'inazione, potrebbe far morire di inedia non tanto per la mancanza di fame quanto per la difficoltà che si ha ad alzare anche solo un dito.

E così, l'unica cosa da fare per ammazzare il tempo era guardare telefilm in streaming. E così, ho deciso di iniziare a guardare The Walking Dead, che parla delle (dis)avventure di un gruppo di gente che cerca di sopravvivere ad una non meglio spiegata epidemia zombie attraversando gli Stati Uniti. Non so se è stata l'impossibilità di fare altro, ma sta di fatto che mi sono rapidamente appassionato, cominciando a provare empatia verso i protagonisti (vivi) nonostante il mio stato mi facesse sembrare di più uno dei loro nemici (zombie).

Nel pieno di questo zombie-trend, che mi faceva pensare che lo stesso poteva stare accadendo a Valencia nel frattempo senza che io me ne rendessi conto, ho anche visto una miniserie inglese che si chiama Dead Set sempre a tema zombie, con l'aggiunta di uno humor nero tipico britannico che la rende davvero spassosa e divertente (se non fosse per budella, crani spaccati e fiotti di sangue che si vedono ogni 5 minuti... ma dopotutto è una miniserie che parla di zombie). E poi la trama è tutto un programma: un'invasione di zombie ha devastato la Gran Bretagna e gli unici sopravvissuti sono i ragazzi del Grande Fratello. Come si fa a non vederla?



Ad ogni modo, questa cultura zombologica che mi sono fatto in questi giorni mi ha insegnato che, anche se gli zombie non esistono, l'umanità sembra avere ben chiare le loro caratteristiche:

1) Se vieni morso da uno zombie prendi la zombite e, dopo una lunga febbre, muori e ti trasformi in uno di loro.
2) Gli zombie non sanno nuotare.
3) Gli zombie non hanno battito cardiaco, è tutto un impulso cerebrale.
4) Gli zombie non hanno nulla in comune con ciò che erano quando vivi.
5) Per uccidere uno zombie, devi colpirlo in testa. Puoi decapitarlo, ma se la testa rimane integra continuerà a ringhiare. Se gli tagli gli arti, striscerà ancora verso di te.
6) Gli zombie ringhiano.

... ed io, da uomo di scienza e coscienza, ne ho anche ben chiare le incongruenze:

a. Gli zombie non cagano? voglio dire, stanno continuamente a mangiare carne e roba sanguigna, dove mettono tutto quel cibo?
b. Se gli zombie sono in realtà morti, il loro corpo non dovrebbe andare in decomposizione? Se così fosse si estinguerebbero da soli
c. Capisco nella campagna americana dove la gente ha case con porte fatte di carta velina, ma io ho una porta blindata e vivo al primo piano, come farebbero gli zombie a raggiungermi? in generale, io credo che in Europa potremmo sopravvivere molto meglio.

Per fortuna oggi sono tornato a lavoro e posso ricominciare a pensare a cose serie.

mercoledì 17 ottobre 2012

Fumar Mata - Atto II


Ebbene sì, sto cercando di smettere di fumare di nuovo, nonostante il disastroso fallimento del mio ultimo tentativo. Ma cosa ci porta a smettere di fumare?

In teoria, farlo ha così tanti vantaggi che uno non dovrebbe pensarci due volte. Il risparmio non indifferente di denaro, non svegliarsi più la mattina con quella schifosa tossetta, perdere la dipendenza dalla nicotina che ti costringe a cercare sigarette proprio quando di distributori non c’è ombra, non sentire l’odore di fumo sui vestiti, vedere la pelle del viso che poco a poco riprende un colore diverso, riconoscere che il sapore del cibo è ancor più intenso di quello che si pensava, poter baciare una persona che non fuma senza prima imbottirsi di mentine. Ah, stavo dimenticando il dettaglio del ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, per citare il retro dei pacchetti.

Nel mio caso, il semplice fatto di pensare a questa lista di vantaggi è inutile: serve un evento scatenante, dirompente, qualcosa che vinca la mia assenza di forza di volontà. Ebbene, io ho raggiunto la consapevolezza necessaria per compiere il grande passo in modo graduale, ma ho ben preciso in testa il momento in cui ho deciso che avrei smesso.

Era un sabato mattina recente. Mi sono alzato con il mal di testa da postumi che mi attanagliava il cervello, respiravo producendo un originale fischio coi polmoni, e ho riflettuto a come sia bravo ad uscire di casa sentendomi Clark Gable e rincasare ridotto peggio di Peter Falk. Mi sono alzato, ho raccolto la mia maglietta buttata per terra, ho sentito come puzzava di fumo e l’ho lanciata nel cesto della biancheria in bagno, prima di mettere la testa sotto l’acqua e ripensare alla sera prima.

Ho ripensato al tour un po’ troppo alcoolico tra i bar di Ruzafa, dallo Slaughterhouse all’Ubik, attraverso livelli di gradazione intermedi, e con parecchie sigarette. E alla parte finale della serata, all’XtraLarge, utile ultima tappa per salutare il barrio prima di andare a dormire o cambiare zona (ma io sto diventando troppo vecchio per la seconda opzione). L’XtraLarge mi piace, mi piace il locale, mi piace la musica che mettono, mi piace il tipo di gente che lo frequenta.

Comunque, dicevamo. Alcool e sigarette, a profusione. E proprio quando la serata stava volgendo al termine, mi sono ritrovato davanti a una persona che non mi aspettavo di vedere lì, e in realtà non ne avevo molta voglia. Quando ci vedevamo non fumavo mai, forse per guadagnare punti: è noto che, ai non fumatori, noi fumatori non andiamo molto a genio, a meno che non siano perdutamente innamorati di noi, e credo proprio che questo non fosse il caso. Abbiamo avuto una conversazione cordiale, che sarebbe stata addirittura formale se io non fossi stato in quello stato, quasi da non stare in piedi, e nel frattempo pensavo a quanto volessi essere già nel mio letto.
Piano piano, nella mia memoria annebbiata dai postumi, ho ricordato come io biascicassi e gli abbia chiesto più di una volta di ripetere cosa avesse detto, incolpando il volume della musica, e ho visto lo sguardo un po’ da “guarda che povero Cristo” che avevo davanti.



E siccome non c’è limite al peggio, per riparare ai danni della sera prima ho anche mandato un messaggio, che, tra le altre cose, diceva l’ovvio attraverso un understatement: “Ero piuttosto ubriaco ieri sera”. Sì: io faccio più cazzate quando ho i postumi che quando sono ubriaco.
La risposta è stata peggio di una non risposta:  “A presto!”.  Otto caratteri.
Ci mancava solo l’emoticon.

Lo so, tutto questo non ha niente a che vedere con il fumo. Ma è davvero per questo che ho deciso di smettere, che a poco a poco ho messo questa decisione in pratica, e che da 9 giorni non ne sento il più lontano bisogno.

A presto!

mercoledì 10 ottobre 2012

La Paella

"La vera paella è quella Valenciana. Tutto il resto è riso".

La sindaca-monarca di Valencia, Rita Barberà, una via di mezzo tra Giuliano Ferrara e Margaret Thatcher, ha le idee ben chiare su come bisogna preparare uno dei piatti della cucina valenciana più famosi al mondo, la paella, tanto che sul suo blog - in cui, evidentemente, parla dei problemi seri che devastano la città - ha sentito la necessità di mettere un po' di punti fermi.

Ed evidentemente deve averlo fatto bene, dato che alcuni miei amici, dei quali tutto si può dire tranne che siano suoi sostenitori, o più generalmente dei peperos, sostengono che "di Rita possiamo criticare tutto, ma la sua ricetta della paella è impeccabile".

Due settimane fa, di ritorno da Bratislava, ho invitato A. e C. a mangiare paella a casa mia. Per la precisione, li ho invitati a venire a cucinare la paella a casa mia, e così colgo l'occasione per introdurre una nuova sezione del blog: quella delle ricette valenciane. Raccontate però sulla base della mia esperienza.

Prima di tutto: ingredienti ammessi (per 3 persone)

3 cosce di pollo
3 pezzi di coniglio
un pomodoro
fagiolini verdi piatti, max 100 grammi 
una decina di fagioli grandi di Spagna
colorante alimentare
zafferano (ma se non c'è non è la fine del mondo)
rosmarino
riso "bomba" (vedere più in basso per la quantità)
un limone
sale q.b.

Ingredienti potenziali

un po' di peperone rigorosamente rosso
2 cuori di carciofo tagliati in 4 pezzi


Ingredienti vietati

Salsiccia
Vongole, cozze e pesce in generale: la paella mista non esiste.
Aglio e Cipolla
In generale, tutto ciò che non è nelle liste precedenti.

Preparazione
Mentre io versavo il vino portato da C. (e che poi ci siamo scolati in due, visto che A. non beve vino, neppure in versione calimocho), abbiamo cotto la carne. La carne va cotta nella stessa padella in cui poi si farà la paella, con un abbondante strato di olio a ricordarci che ingrasseremo.
Quando la carne è pronta, toglierla e buttare in padella il pomodoro (tagliato a tocchetti piccoli) e i fagiolini, e far cuocere per un po' aggiungendo acqua perché non si secchi. 
A questo punto, rimettere la carne, aggiungere acqua fino quasi a coprire la carne (ma non completamente!) e, tenendo il fuoco vivo, iniziare a far spazio.

A questo punto la bottiglia di vino era quasi finita, ed io ero piuttosto brillo, ma proprio in quel momento iniziava il passaggio più serio. Si notava dal tono e dagli sguardi drammatici di C. e A. mentre si apprestavano a metterlo in padella. 

Il riso nella paella va messo a forma di croce. Non chiedetemi perché, ma si fa così. E così, impugnando la busta di riso, A. ha cominciato a fare la prima striscia, facendo spuntare il riso stesso dall'acqua che c'è nella pentola. Non bisogna esagerare con il riso, perché la paella a quel punto non si può più toccare, ed il rischio è sempre che si secchi troppo. 

Nel nostro caso, vista la fame atavica che attanagliava me e C., abbiamo costretto A. a fare la croce nella padella, anche se lei sosteneva che una riga di riso sarebbe stata sufficiente e non si prendeva la responsabilità. 

Una volta messo il riso, poi, si deve aggiungere il colorante e abbandonare la paella al suo destino. 

Nel nostro caso, come previsto, la padella ha iniziato a seccarsi troppo presto, e così abbiamo fatto ricorso alla soluzione di emergenza: abbiamo messo dell'acqua nel bollitore e l'abbiamo aggiunta già bollente. I miei cuochi erano preoccupatissimi, io forse ero semplicemente brillo - o del tutto inconsapevole del processo di preparazione- dicevo, erano preoccupatissimi perché stavamo rischiando di rovinare tutto.

In ogni caso se proprio dovete aggiungere acqua, che sia già calda, e magari un po' salata, altrimenti la paella diventa insipida. Dopo un po' che il riso è in cottura, si può passare a fuoco medio.

E' assolutamente vietato per legge toccare in alcun modo la paella mentre si cucina. Non bisogna assolutamente muovere il riso, né girarlo. Bisogna aspettare che l'acqua evapori; la parte di sotto rimarrà bruciacchiata e scoprirete che è la parte più buona della paella.

Dopo tante peripezie, quello che vedete qui sotto è stato il risultato, e lasciatemi dire che i miei amici/cuochi/invitati mi hanno preparato una paella da urlo:



giovedì 4 ottobre 2012

Manolo, El del Bombo

Dato che vivo a Valencia da più di un anno, la mia strada ha incrociato quella di alcuni personaggi più o meno famosi che sono proprio di Valencia.

Quando mi passò accanto Chimo Bayo, che tra le altre cose compose (?) quel capolavoro di canzone che è Extasi Extano (ma era poi questo il titolo?), uno degli inni dei meravigliosi anni 80, e che sicuramente è stato fonte di ispirazione per Lady Gaga in qualcuno dei suoi travestimenti, quasi non l'ho notato. Fu una mia amica a farmelo notare, sottolineando come incontrare Chimo Bayo per una strada di Ruzafa in un pomeriggio settembrino non preannunci nulla di buono.

Ma il vero contatto con un personaggio famoso l'ho avuto un paio di settimane fa, una domenica che era il Día de la Bicicleta a Valencia. Si percorreva un tracciato di 10 km partendo dal Paseo de Alameda, verso Avenida del Puerto, si sfiorava il porto attraversando il circuito urbano di Formula 1 e poi di ritorno passando accanto alla Città delle Arti e della Scienza. Un percorso non troppo lungo, una domenica ancora estiva - almeno per la temperatura - tutto molto politically correct ma divertente, anche perché c'era gente conciata così:


Il recorrido è finito poco dopo mezzogiorno, troppo presto, per gli orari spagnoli, per andare a casa a pranzare, anzi l'ora perfetta per andare a fare un almuerzo (trad.: la ricreazione, per usare termini da scuola media).

E così, con gli amici ciclisti, abbiamo iniziato la ricerca del posto giusto per almorzare, ricerca non facile visto che almeno la metà dei bar a Valencia sono chiusi di domenica. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, è saltata fuori la proposta: "Andiamo da Manolo El del Bombo!" e tutti hanno reagito positivamente e con entusiasmo.

Io ho abbozzato, senza avere la più pallida idea di chi o che cosa fosse "Manolo El del Bombo", e così ho chiesto lumi.

(Piccola parentesi: "Bombo" in spagnolo, significa "tamburo". Quindi "Manolo El del Bombo" in italiano significa "Manuele Quello Del Tamburo").

A.: "Quello di Manolo El del Bombo è un bar che non puoi non visitare almeno una volta a Valencia."
J.L.: "Bar? È un fottuto museo."
A.: "Ah sì, è tu museo deportivo!" (tutti ridono)
S.: "E poi lui è un personaggio. Ma si è lasciato anche con l'ultima moglie?"
A.: "Sì, pare che la moglie gli abbia detto: 'Manolo scegli, o il tamburo o io!' e lui ovviamente abbia scelto il tamburo".

Io non lo vedevo ancora per nulla chiaro, mentre eravamo sempre più vicini al suo bar, che è proprio accanto al Mestalla, lo stadio di Valencia, Regno del Calcio cittadino. E così mi hanno spiegato.



Manuele Quello Del Tamburo è un signore di mezza età che nella sua vita ha visto tutte le partite della nazionale spagnola, senza perderne (quasi, vedi sotto) nessuna. Ciò che lo contraddistingue è che a tutte le partite va con un tamburo che, tra l'altro, tiene esposto nel suo bar, e vestito in modo abbastanza appariscente.

Manolo è noto in tutta la Spagna per questa sua peculiarità, tanto che il suo bar - pardon, Museo - è tappezzato non solo di simboli calcistici quanto di ritagli di giornale che parlano di lui, foto con personaggi famosi, autografi e chi più ne ha più ne metta. È così noto il suo amore infinito verso la Roja che quando, in vista della finale dei Mondiali del Sudafrica 2010, dovette tornare in Spagna per gravi problemi di salute, perdendosi così la partita che fece la storia per gli amanti spagnoli del calcio, tutto il Paese (?) era in ansia per lui. O almeno così diceva un articolo che ho visto appeso nel suo bar.

Dopo una lunga attesa, Manolo si è avvicinato al nostro tavolo, io stavo iniziando a ordinare "Una tostada con..." e lui mi ha interrotto: "Ah no, non sono venuto a prendere le ordinazioni, ora viene la ragazza. Sono venuto a salutarvi. Poi venite dentro che ci facciamo la foto insieme."

Il primo VIP (?) della storia che ti offre di farsi una foto con lui. Mica cazzi.

Finito l'almuerzo all'esterno, siamo entrati e lui ci ha chiamati a gran voce: "Venite ragazzi, venite! Dietro al bancone per la foto!". Io volevo morire. Il bar era pieno di gente, che guardava una partita a me ignota, e tutti hanno iniziato a guardarci.

E io ho iniziato ad avere il terrore che, andando dietro al bancone, mi facesse qualche domanda di calcio, a me che a malapena so quanti sono i giocatori per squadra in una partita.

Sono entrato io per primo, seguito dai miei amici, Manolo si è messo al centro, poi ha avuto la geniale idea: si è girato e ha preso la Coppa simil-coppa del mondo che aveva alle sue spalle, così che tutti e cinque nella foto la potessimo reggere. Ed avere, con lui, il nostro momento di gloria.

lunedì 1 ottobre 2012

El Congreso

La scorsa settimana sono stato a Bratislava per una conferenza. Non ero mai stato a Bratislava: in realtà, mi aveva sempre incuriosito in modo inquietante da quando vidi Hostel, che si svolge proprio lì ed è l'unico film horror che nella mia vita ho dovuto interrompere a metà perché ero troppo impressionato.

(Particolare per stomaci forti: decisi di spegnere la TV quando il carnefice tagliò le caviglie ad un prigioniero, lasciò che si alzasse e quando questo lo fece i piedi si staccarono dal resto del corpo. Fine dei dettagli splatter).
Per tenermi al passo con il posto in cui ero diretto, all'Aereoporto di Bergamo ho comprato un libro di Jo Nesbø e, credeteci o no, dopo quattro giorni l'ho già quasi finito.

In realtà Bratislava mi aveva sempre affascinato, perché nella mia testa rientrava tra le città del Centro-Est Europa ex comunista che hanno conservato un loro fascino. Altre città affascinanti dell'Europa Centro-Orientale: Praga, Zagabria, Lubiana, Riga, Budapest. Città non affascinanti dell'Europa Centro-Orientale: Skopje, Minsk, Kiev.

Purtroppo, la mattina di giovedì - primo giorno della conferenza - ho avuto la pessima idea di andare a piedi all'Università, che era letteralmente dall'altra parte della città (e del fiume), lì dove la poesia medievale del piccolo centro storico di Bratislava lascia spazio all'architettura popolare dell'era comunista. Dopo aver fatto colazione e aver controllato il percorso sulla mappa, mi sono avviato, dopo 30 minuti di cammino ho attraversato il fiume, uh ma che bella vista, sono sceso giù dal ponte seguendo la pista ciclabile e mi sono ritrovato nel nulla. In teoria l'università era vicinissima ma io non avevo modo di raggiungerla, né di vederla, e questo è il panorama che avevo davanti: Hostel II sto arrivando.


Mentre mi maledicevo, seguendo la camminata lungo una pista ciclabile che portava non si sa dove, ha anche iniziato a piovigginare. Mi sembrava di essere ritornato a quando ero vicino Varsavia per un'altra conferenza e arrivai con 60 cm di neve, 14 gradi sotto zero, sbagliai strada dalla fermata del bus all'hotel e quando arrivai lì - vabbè, quella è un'altra storia.

Nonostante tutto, dopo un giro assurdo, sono riuscito ad arrivare all'Università, seppure con mezz'ora di ritardo (tempo totale della camminata: 70 minuti. Cosa non si fa per risparmiare il prezzo del taxi a chi ti dovrà rimborsare il viaggio...)
 Al mio arrivo, come sempre, mi hanno dato la borsa della conferenza con il merchandising vario, ma se ancora avevo dubbi che questa potesse essere un'esperienza surreale, sono stati finalmente dissipati dal contenuto della borsa. Quando, seduto al mio banco nella prima sessione plenaria, l'ho aperta, mi è sembrato di aver trovato il Santo Graal. Ed ecco a voi cosa contiene una Borsa Data Ad Una Conferenza Nell'Europa Dell'Est:


Una ragazza si è seduta vicino a me, si è presentata, io ho ricambiato e lei "sì, lo so, la Professoressa Fhshiblzuihlciunfzfz mi ha detto che presenterai un paper interessante". Io ho ringraziato, nel frattempo è arrivata la sconosciuta Professoressa Fhshiblzuihlciunfzfz, che si è presentata a me e poi ha parlato con la ragazza, una dottoranda:
Prof: "shgiuhgvsg fhnsgiubgibgia fifeufaoiccobaa"
Dottoranda: "iwaeaycilybvlu"
Prof e Dottoranda: "ahahahahah!"
La mia interpretazione è stata che stessero parlando male di me.

La conferenza è andata bene, ma mi raccomando, se andate a Bratislava dovete assolutamente:
- Fare colazione da Shtoor, che è una caffetteria molto carina in centro e frequentata de gente molto giusta, e prendere una fetta della loro Crumble Apple Tart. E' spaziale.
- Cenare o andare a bere al Verne, che è bellissimo e dove, a quanto pare, vanno spesso anche VIP della musica o della TV Slovacchi. Una pinta di birra, 1.60 €.

Passo e chiudo.

domenica 23 settembre 2012

El periquito


La mia opinione in merito al fatto di vivere con altre persone è ormai netta: non ho più l'età. Per quanto abbia dei bellissimi ricordi degli anni passati condividendo l'appartamento negli anni passati a Bologna, aver vissuto da solo nell'ultimo anno e mezzo mi ha fatto apprezzare le gioie della solitudine abitativa ed ero convinto che non sarei potuto tornare indietro, salvo per periodi molto brevi per ospitare degli amici.

Tuttavia, come sempre, sono stato incoerente. E così, da giovedì, condivido l'appartamento con un pappagallo - per essere precisi, una cocorita.

Alcuni mesi fa un mio amico ha trovato questa cocorita sulla sua terrazza, giunta da chissà dove, e così si è procurato una gabbietta e l'ha tenuto un po' in casa, anche se controvoglia, anche perché il suo cane era gelosissimo. E così, mi sono proposto per offrirgli alloggio a casa mia.
Giovedì scorso mi ha portato il pappagallo, con tanto di gabbietta e cibo, l'ho collocato in soggiorno vicino alla finestra con vista su Peris Mencheta (cioè: con vista su un altro palazzo), abbiamo deciso all'unanimità e senza necessità di discutere che l'avrei chiamato Maria José, e poi siamo andati all'EnBabia a bere.

Fatto sta che proprio giovedì notte mi sono svegliato di soprassalto, forse a causa di un sogno che stavo facendo, e ho sentito dei rumori strani provenire dal soggiorno. Visto che è ancora estate, io dormo con la finestra aperta, anche se tenendo la serranda abbassata, e ho iniziato a temere che fossero entrati i ladri. Il rumore - una specie di strano fruscio - si è ripetuto, ed io ho iniziato ad avere paura.

A metà tra il terrore e l'eccitazione da oh-mio-dio-la-mia-vita-è-come-un-thriller, mi sono alzato dal letto e ho iniziato a percorrere il corridoio verso il soggiorno. Non sapevo cosa fare per far scappare i ladri, avevo le mani nude e ho pensato che un semplice colpo di tosse non sarebbe stato sufficiente a farli scappare. Anzi, magari mi avrebbero ucciso.

Il rumore si è ripetuto, io ero sull'orlo dell'infarto causa tachicardia, ho girato l'angolo del corridoio, ho acceso la luce e Maria José (il pappagallo) ha fatto un verso strano e poi ha svolazzato un po' nella gabbia, ripetendo il rumore che avevo sentito prima.

Altro che ladri. Avevo completamente dimenticato che avevo un pappagallo in casa.

martedì 18 settembre 2012

El Gran Café



"Allora ci vediamo al Gran Café, fa caldo. Ci vediamo alle sei, baci".

Io non avevo nessun appuntamento in nessun Gran Café (ma ce ne sarà poi uno a Valencia?), ma ho capito subito perché avevo ricevuto quel messaggio: era qualcuno che aveva appuntamento con Maria José. Ed infatti è bastata una ricerca su Google per scoprire che a Cáceres c'è un Gran Café. Bingo.

Invece di ignorare il messaggio, ho deciso che stavolta avrei fatto un passo avanti: non potevo pensare al fatto di sapere esattamente dove sarebbe stata lei oggi pomeriggio senza approfittare della situazione. Visto che l'opzione di andare a Cáceres per infiltrarmi al Gran Café era impraticabile, ho risposto al messaggio, facendo un po' lo gnorri, ma senza svelarmi troppo: se l'interlocutore avesse già scoperto che non ero Maria José avrebbe smesso di scrivere.

"Scusa ma non ho questo numero in rubrica, chi sei?"

E lei ha risposto, un po' piccata. Deve proprio avere un bel caratterino, la cara Roser: ve la ricordate?

"Beh salvalo, visto che mi hai dato appuntamento... Roser"

Tombola. Ora potevo giocare la mia partita:

"Mi spiace ma non ti conosco... Io sono Gaetano"

E lei, improvvisamente più affabile - o ricordando la nostra conversazione telefonica di qualche mese prima:

"Allora è evidente che mi sbaglio. Scusa"

Ma non me la sarei fatta scappare facilmente: 

"Non ti preoccupare. Cercavi una ragazza che si chiama Maria José? E' che ricevo molte chiamate e messaggi diretti a lei, e magari lei lo vuole sapere... Adios!"


E così lei ha risposto proprio quello che volevo leggere, anche se, purtroppo, senza dettagli:

"Grazie. Glielo dirò."

Bene, a questo punto Maria José sa della mia esistenza. Ieri, dopo essere tornato a casa, mentre guardavo Ugly Betty in TV attendevo con ansia una chiamata, un SMS, un whatsapp da parte sua così da porre la parola fine a questa ricerca interminabile, ma niente. E così, adesso sto pensando che avrei dovuto assumere un tono più drammatico. Ecco alcuni esempi di cose che avrei potuto dire:

Livello di Drammaticità 1: Basso / Commedia Romantica
"(...) Ho ricevuto messaggi e chiamate che sembravano importanti e non so come fare per contattarla"
Livello di Drammaticità 2: Medio / Drammatico
"(...) Ci sono alcune persone che la stanno cercando insistentemente e mi hanno chiesto come fare a rintracciarla"
Livello di Drammaticità 3: Alto / Thriller
"(...) Mi raccomando, diglielo, perché è da parecchio che cerco di contattarla per darle alcune informazioni"
Livello di Drammaticità 4: Molto Alto / Melodramma Napoletano
"(...) Tra le altre cose pare che dei documenti urgenti per lei siano pronti, e non vorrei fosse troppo tardi, per favore, fammi chiamare"

... eccetera. Ma niente da fare, non sono stato abbastanza lungimirante.
Adesso spetta a lei fare il primo passo.

mercoledì 12 settembre 2012

Comunitat Valenciana: hay de todo


Lo slogan che promuove il turismo nella Comunidad Valenciana è "Comunidad Valenciana. Te doy todo" e cioè "ti do tutto".

Ma è anche vero che nella Comunidad Valenciana (o País Valenciano, a seconda di quanto chi sta parlando si senta valenziano piuttosto che spagnolo) hay de todo, c'è di tutto. Per un italiano, per di più terrone come me, gli aspetti più bizzarri della regione di Valencia, risultato di un miscuglio molto originale di politica corrotta, speculazione edilizia, opportunismo e chi più ne ha più ne metta, non sono una grande sorpresa: dopotutto, se siamo tutti PIGS un motivo ci dovrà pur essere.

Lo scorso fine settimana sono arrivati a Valencia due amici che vivono a Toronto; sono rimasti da me per un paio di giorni e, mentre li aiutavo a organizzare i loro spostamenti successivi verso la straordinaria zona costiera di Denia e Javea, dove solitamente vanno a svernare i Valenciani di classe più alta, oltre ad un mare di tedeschi, ho riflettuto su quanto il País Valenciano sia anche una miniera di posti surreali.

A sud di Denia e Javea si può proseguire verso Benidorm, città che soffre di gigantismo cronico, sviluppata più in verticale che in orizzontale, con i suoi grattacieli a fare da contorno alla costa che la fanno sembrare un po' Miami, o meglio una Miami mal riuscita. A Benidorm c'è anche la celebre Terra Mitica, un parco divertimenti che doveva far piovere denaro sulla zona, ma che è tra le cause del tracollo finanziario di Bancaja (poi entrata in Bankia), la Caja de Ahorros della Comunitat che, spinta dai baroni politici locali del PP, ha finanziato il progetto.

Ma a Benidorm meglio non fermarsi: la Costa Blanca verso Alicante offre scenari molto più interessanti, ed è forse per questo che, insieme a Maiorca, è una sorta di protettorato tedesco.

In realtà, è nella sua parte settentrionale che il Pais Valenciano offre i migliori trionfi di stile. Dimenticate le scogliere di Denia e Javea; dimenticate la calma e il fascino dell'Albufera, la riserva naturale dove si mangia la paella migliore del mondo: lasciata la Capital, andate a nord, verso Castellón, città (e provincia) protettorato della famiglia Fabra che, manco fosse una dinastia di nobili, la amministra da... vabbè, da sempre.

(Nota di colore: prima dell'estate, Andrea Fabra, membro della stessa famiglia e attualmente deputato del Partido Popular, divenne nota perché in Parlamento, riferendosi a quelli che manifestavano per le strade contro le politiche di tagli dell'attuale governo, disse a gran voce: "che se ne vadano a fanculo!")

Quando, un paio di fine settimana fa, sono andato a trovare una mia amica a Castellón per andare al mare insieme, abbiamo avuto la malsana idea, dopo pranzo, di fare una gita freak. Proprio così: volevamo vedere uno di questi posti tanto venduti e svenduti al turismo, che la pubblicità promuove come un paradiso delle famiglie dove tutto è perfetto.

Abbiamo preso la macchina e siamo andati a Marina d'Or. Pardon: Marina d'Or Ciudad de Vacaciones.


Marina d'Or è una città finta, creata solo a fini turistici, nel pieno del delirio della bolla immobiliare spagnola. La quantità, impossibile da contare, di appartamenti a ridosso di una spiaggia strettissima - o divenuta tale perché sopra ci hanno costruito di tutto - si sviluppa attorno a strade e giardini dove tutto sembra (o è) finto. E' l'esempio più lampante dell'epoca della crescita spagnola drogata dal mattone, tanto che, quando io e A. eravamo lì, abbiamo decretato che l'inno ufficiale di Marina d'Or non poteva che essere Euphoria, la canzone che ha vinto Eurovision 2012, se non altro per il suo titolo:


Mentre passeggiavamo per le strade semideserte di questa pseudo-città, io e A. abbiamo avuto una conversazione 2.0 da veri giovani dell'epoca dei social network:
"Certo, questo è un posto dove bisognerebbe fare il check in", mi ha suggerito A.
"Ci stavo pensando", ho risposto divertito.
"..."
"... ma poi ho pensato che mi sarei vergonato di avere una cosa del genere sulla bacheca di Facebook"
"Ah in ogni caso non mi taggare!" mi ha intimato A., mettendo le mani avanti.
"Allora vedi che ti vergogni anche tu di essere qui?"

E così siamo risaliti sulla macchina - e alla radio in quel momento passavano proprio Euphoria - per tornare verso Castellon.

In realtà, avremmo voluto fare un'altra tappa, in un posto ancor più glamour: l' Aereoporto di Castellón.
L'Aereoporto di Castellon ha tutto ciò che un aereoporto dovrebbe avere: un sito internet con le previsioni del tempo, una statua bizzarra davanti all'ingresso, una pista d'atterraggio e dei guardiani.

Il piccolo problema è che non ci sono aerei. Fu inaugurato ad aprile del 2011, in pompa magna - e soprattutto in vista delle elezioni locali - pur non avendo l'autorizzazione per entrare in funzione. Consapevole della stranezza di tutto ciò, il presidente della Provincia, che appunto fa di cognome Fabra, dichiarò:

"Dicono che siamo pazzi ad inaugurare un aereoporto senza aerei, ma non hanno capito il nostro progetto: Questo non è un aereoporto per gli aerei, questo è un aereoporto per la gente!" e giù applausi scroscianti.

Fatto sta che AeroCas è così tanto per la gente e così poco per gli aerei che, mentre sono state organizzate visite guidate per i cittadini che volevano vederlo, da lì non è ancora partito un aereo, né ci è atterrato. E lo scorso anno ha chiuso il bilancio con un modico passivo di 9 milioni di euro.

Il problema è che, nel frattempo, le visite guidate sono finite e, dato che non è ancora in funzione, manca anche la segnaletica stradale per arrivarci. E' l'Area 51 della Comunidad Valenciana, e non è nemmeno così tanto vicino a Castellón, il che fomenta la domanda: a che cazzo serve? Su facebook un po' di gente lo ha capito, ma comunque io credo che non fosse necessario costruire un aeroporto a tal fine.

Ciò non toglie che può ancora essere la destinazione ideale della mia prossima gita freak.

lunedì 10 settembre 2012

Banda Sonora

Quando, un paio di settimane fa, una mia amica ha creato un divertentissimo blog su errori ed orrori della musica, ho cominciato a pensare a quanto, nel mio caso, io sia capace di associare periodi della mia vita, luoghi e persone ad essi collegati, ad un album, un artista o semplicemente a una playlist che girava in un determinato tempo sul mio iPod.

(Lo so, le due cose non c'entrano niente l'una con l'altra, ma io ho fatto davvero questo collegamento nella mia mente. Oddio, c'entrerebbero l'una con l'altra se la musica che io ascolto fosse horrorosa, ma vi garantisco che non è il caso).

Fatto sta che, nonostante io sia una persona perennemente distratta, che dopo aver stretto la mano con qualcuno che mi si sta presentando mi dimentico il suo nome in un batter d'occhio, che nonostante io mi dimentichi di date di compleanno, di prendere le chiavi prima di uscire, di pagare l'affitto il primo del mese e abbia una volta dimenticato il portafogli sul tetto della macchina, subito prima di metterla in moto e partire, dicevo, nonostante tutto ciò, ci sono alcune cose - tendenzialmente inutili - che non riesco a cancellare, ma fortunatamente non si tratta sempre di cose negative.

Le canzoni (e i profumi indossati da certe persone) rientrano tra esse. Gli album "Parachutes" dei Coldplay e "The Man Who" dei Travis mi riportano al mio primo anno a Bologna. "Feast on Scraps" di Alanis Morissette all'inverno di Bloomington e alla strada percorsa sulla neve per tornare a casa ogni sera, spesso ubriaco. "Poses" di Rufus Wainwright la prima volta che mi sono innamorato davvero. "Transatlanticism" dei Death Cab for Cutie il tempo a Copenhagen

... e così via.

E quindi ecco a voi, anche se nessuno l'aveva chiesta, la mia personale colonna sonora che gira e rigira nel mio iPod e che, per gli anni a venire, identificherò con le strade, le persone, le piste ciclabili e le spiagge di Valencia:

1. The Rifles - Coming Home
2. Foreign Slippers - It all starts now
3. Florence and the Machine - All this and heaven too
4. Manel - El Miquel i l'Olga Tornen
5. Of Monsters and Men - Little Talks
6. Patrick Wolf - Time of Year
7. The Shins - The Rifle's Spiral
8. Arctic Monkeys - That's where you're wrong
9. Mishima - L'olor de la nit
10. The Antlers - I don't want love
11. Big Deal - Chair
12. Russian Red - I hate you but I love you
13. Lisa Hannigan - Knots
14. PJ Harvey - Long Snake Moan

martedì 4 settembre 2012

Uno



Il volo che mi portò da Francoforte a Valencia è stato uno dei pochi, nella mia vita, in cui tutto andò liscio: non ero arrivato all'ultimo minuto, non c'erano stati guasti né in volo né al decollo, non mi avevano rubato né avevo perso nulla, e questo già di per sé fu un evento.

Mi sono trasferito a Valencia il 4 settembre di un anno fa, e, dato che sono un fanatico delle ricorrenze, mi fa piacere avere questo blog che, da quasi altrettanto tempo, mi permette di conservare la memoria storica delle stronzate che faccio (voi direte: potresti limitarti a tenere un diario. Io rispondo: no, il diario è anni '90. E poi non soddisferebbe il mio esibizionismo).

Insomma, questo anno a Valencia è stato segnato da molti traguardi.

Appena trasferitomi a Valencia non sapevo una parola di spagnolo, tanto che anche chiedere dove erano i cavatappi al supermercato era un dramma. Poi, però, ho frequentato il corso di spagnolo e il problema è diventato meno serio. Ma se il problema della lingua, in parte, l'ho superato, il mio nome è un'onta che mi porterò sempre. Oramai mi sono abituato a che venga trascritto male, che quando chiamo qualche Servizio clienti devo fare lo spelling ricordando i riferimenti geografici:

La G de Granada
La A de Alicante
La E de Elche
La T de Teruel
La A de Alicante
La N de Navarra
La O de Oporto

e nonostante questo la persona che sta all'altro capo del telefono dirà:
"Muy bien Señor Geàtano" che va pronunciato aspirando la G come se fosse una H.
In quest'anno sono stato accompagnato dal fantasma di Maria José , andalusa trapiantata in Extremadura, attivista politica, conoscente di Ricardo, Bernardo, Viki, Roser, Lisa e Antonio, che aveva il mio numero di telefono prima che mi fosse assegnato e ancora viene cercata disperatamente.

Sono sopravvissuto alle Fallas, anche se mi ci sono voluti 8 giorni a riprendermi dal frastuono, e ad un condominio piuttosto originale tra indipendentisti baschi, anziani scontrosi, signore che alzavano troppo il gomito, omonimi del Re di Spagna, e aperitivi in casa dei condomini. Mi sono  chiuso fuori casa e ho accolto viaggianti backpackers. Ho redarguito passanti che perdevano preservativi , tagliato i capelli rischiando la morte e sfanculato agenti immobiliari stronze.

Insomma non mi sono annoiato, e scrivo questo nuovo post un po' divertito, un po' sorpreso da cose che quasi avevo scordato, e un po' malinconico, perché a questa città e alle persone che ho conosciuto qui mi sono affezionato, e il futuro rimane una grande incognita.

lunedì 3 settembre 2012

Has perdido un condón!


Spesso nella vita ci si trova davanti ad un bivio, ad una di quelle situazioni in cui è probabile che, comunque tu faccia le cose, potranno essere interpretate nel modo sbagliato criticate. Ad esempio: come vestirsi ad un matrimonio? È lecito essere il primo ad iniziare a mangiare in una festa a buffet? Bisogna portare con sé il preservativo al primo appuntamento?

Forse è stata quest'ultima la domanda che si era posto prima di uscire di casa un giovane che ho incrociato in Calle Caballeros, sabato sera, mentre passeggiava con una ragazza. Avrà pensato: 'Se porto il preservativo, finiamo a casa sua e lei scopre che ce l'avevo con me, passerò per il porco che pensa solo al sesso. Se non lo porto, passerò come lo sprovveduto verginello'.

E dunque, sabato sono andato a cena in centro con alcuni amici, in quella parte del Carmen frequentata soprattutto da turisti e piena di locali costosi. Abbiamo cenato a La Tapeta e, nonostante la zona in cui eravamo, abbiamo mangiato più che bene spendendo relativamente poco. Dopo cena, ci siamo avviati verso il Café Lisboa, dietro alla Lonja, ma appena arrivati mi sono accorto di non avere contanti. E così, ho abbandonato i miei amici per qualche minuto per andare a prelevare.

Ignaro che ci fosse uno sportello di Bankia proprio lì dietro, sono tornato verso Plaza de la Virgen e lì, dopo un tentativo andato a vuoto con il Santander, ho prelevato allo sportello del Banco de Valencia (un italiano che ha un conto corrente con Bankia e preleva dal Banco de Valencia . Riassunto della crisi finanziaria Europea).

Per tornare verso la Lonja avevo deciso di attraversare un dedalo di stradine che permette di evitare la folla: ho sempre odiato camminare da solo la sera in zone affollate, perché la gente potrebbe pensare che sono un povero disperato, e passare tra i vicoli mi permetteva di svanire per un po'. Dopo 50 metri, però, un camion della spazzatura ha bloccato il mio cammino: era rimasto letteralmente incastrato in una curva a gomito e i due operatori stavano cercando di liberarlo, mentre il suo olezzo appestava la strada.

Sono tornato su Calle Caballeros e, a quel punto, mentre camminavo a passo spedito ho notato la coppia che camminava davanti a me: lui si stava sfilando il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans e, nel farlo, gli è caduto un preservativo.

Il povero ragazzo aveva notato di aver perso qualcosa, perché si è voltato con uno sguardo un po' smarrito, ma senza vedere - o fingendo di non vedere - ciò che aveva perso. Ma per questi problemi ci sono io. Potevo raccogliere il preservativo, ancora integro, e reinscenare un famoso spot degli anni '80 della Control:


Già vedevo tutti i passanti in Carrer del Cavallers alzare la mano e dire "È mio". Ma non mi andava di raccogliere un preservativo altrui, ancorché impacchettato. E così, forte di un lieve stato di ubriachezza - non vera ubriachezza, diciamo quel livello sufficiente a rendere noi timidi dei simpatici gradassi - ho scelto l'opzione più imbarazzante:

"Disculpa!" ho detto a voce alta. Il ragazzo si è girato e io, indicando il preservativo, ho continuato: "Has perdido un condón!".

La ragazza l'ha guardato sgranando un po' gli occhi, con quell'espressione tipica di queste situazioni tra il sorpreso, l'imbarazzato e il divertito, lui è rimasto immobile e in quel momento è salito in me un forte senso di disagio. Mi sono sentito un po' stronzo.

Ho accelerato il passo e sono tornato verso il Café Lisboa, dove la cameriera stava servendo proprio in quel momento il mio mojito. L'ho sorseggiato e ho condiviso la mia avventura con i miei amici, sviluppando teorie sul rapporto tra i due ragazzi che avevo incrociato, e pensando che sì, ero stato stronzo... Ma che bella scena.







giovedì 30 agosto 2012

La moderna de Ruzafa



Ieri ho lasciato definitivamente il mio vecchio appartamento in Calle Cuenca Tramoyeres per spostarmi 200 metri più in là, in Peris Mencheta.

In realtà, pensavo che avrei avuto tempo per fare le cose con calma, e magari abbandonare l'appartamento un paio di giorni più tardi, ma ieri la mia padrona di casa, venuta alle 11.30 a perlustrare il piso per verificare la situazione (e appurare quanto era accaduto alla piastra  in vetroceramica ) mi ha detto che già c'era gente che voleva visitarlo, e in particolare una ragazza che aveva fretta di trasferirsi e lo avrebbe fatto già domani. Quest'ultima sarebbe passata a vedere l'appartamento poco dopo le 12. E così ho acconsentito, anche perché, dopo aver mostrato il cataclisma dei fornelli, avevo la coda tra le gambe.

Fatto sta che la ragazza di cui sopra era in ritardo, e Cristina, che va sempre di fretta, mi ha chiesto di fare io da cicerone alla ragazza qualora fosse venuta.

Poco dopo le 12.30, mentre stendevo i panni della mia penultima lavatrice, ha suonato alla porta. Era la classica moderna: borsa di tela, canotta con disegno strano, taglio di capelli asimmetrico. In particolare, aveva i capelli rasati dal lato sinistro, e pettinati verso destra. Il colore era un biondo evidentemente di tinta, perché si vedeva anche un accenno di ricrescita e, nonostante il capello non fosse molto lungo, lo era abbastanza perché lei se lo sistemasse continuamente dietro l'orecchio. Si è sfilata gli occhiali da sole, un paio di Rayban con montatura rossa, altro dettaglio non trascurabile da moderna, e si è presentata.

E lì è iniziata una conversazione surreale.

"Holaaa, sono Marta"
"Gaetano, piacere, entra!"
"Italiano? Perfetto!" (detto in italiano)
"Ma per caso sei italiana anche tu?"
"No, no... allora, vediamo un po' l'appartamento..."

... e dopo averlo visto per bene mi ha guardato con fare interrogativo e mi ha fatto La Domanda:
"Dimmi sinceramente, come ti sei trovato qui?"
"Ma guarda, l'appartamento è vecchiotto, come vedi, il problema è il traffico su Primado Reig. Però è in una posizione strategica e c'è di tutto. Certo, se hai il sonno leggero - "
"Ah no io dormo come una bomba. È che sono in una situazione di emergenza, tío"
"Cioè ti serve subito l'appartamento?"
"Sì, ora sto da amici ma è un casino. È che mi sono ritrovata così da un giorno all'altro. Niente preavviso"
"Ah."
"E poi guarda." E mi mostra una delle due mani, leggermente gonfia sotto il mignolo. "Vedi? È gonfia. È che ora sto da amici, a Ruzafa, ospite - te l'avevo già detto? E stamattina pam pam pam!!! ho dovuto dare un sacco di colpi alla porta perché non si svegliavano". Ruzafa è il quartiere dei radical chic e dei modernos, un tempo zona bohemién di Valencia, oggi di moda.
"Eh sì, è un po' gonfia", ho risposto, chiedendomi perché mi stesse raccontando tutto questo.
"Non puoi immaginare che giornata sto avendo. Per favore, mi dai dell'acqua? Sto morendo"
Ho preso il mio boccione da 6 litri d'acqua e, mentre gliela versavo, lei mi ha redarguito:
"Ah-ah, non dovresti comprare quest'acqua. Comprala in bottiglia. Questa è quasi come bere l'acqua del rubinetto con il calcare che ha"
"Ma veramente a me..." ho cercato di intervenire.
"Dico sul serio. Sai qual è il limite di calcare legale? 50. (Nota: 50 cosa? boh!) E l'acqua del rubinetto a Valencia arriva a 400. Beh questa del boccione secondo me è lì vicino"
"Ah... lo ignoravo"
"Dimmi un po': lavi anche le verdure, che so, i pomodori con l'acqua corrente?"
"Ehm sì", ho risposto io, sapendo di aver dato la risposta sbagliata.
"Non dovresti! Troppo calcare. Poi ti vengono i calcoli"
A questo punto ho cominciato a pensare che in realtà fosse una rappresentante di una impresa di acque oligominerali, di una sorta di Fiuggi iberica.
"Beh ma ti rendi conto di che costerebbe usare sempre acqua minerale? E la plastica che si produce?" ho contrattaccato.
"Ad ogni modo, tío, non mi convince questo appartamento. 445 euro al mese non li vale. Fossero 400, pure pure.
"Potresti provare a contrattare"
"È che oggi ho visto un appartamento accanto al mercato di Ruzafa. Capisci? Accanto al mercato di Ruzafa! Anche quello 3 camere da letto ma viene solo 375 euro. Solo che lo stanno ridipingendo e stanno cambiando la cucina e io ho bisogno della casa a-d-e-s-s-o."
Io ero interdetto, metre lei faceva tutto da sola.
"Certo, però potrei arrangiarmi. Mi mettono un letto lì e mi arrangio quanche giorno"
"Quan--" ho cercato di chiedere quanto ci avrebbero messo, ma lei andava a ruota libera ormai.
"375. Questo 445. Quanto fa 375 per 11 mesi?"
"Beh, circa 4200", ho risposto io, non sapendo dove andava a parare.
"4200 euro! in un anno risparmierei 4200 euro!"
"Ehm no la differenza è solo di 70 euro... " ho sottolineato, mentre il suo entusiasmo si spegneva e io ero sull'orlo di una risata sguaiata.
"Beh comunque è tanto. No no, vado all'altro. E' al Mercato di Ruzafa. Grazie, mi hai fatto chiarire le idee"
"Ah beh figurati!", ho risposto, pensando a come avrebbe reagito Cristina al sapere che, dopo averle spaccato la cucina in vetroceramica, le avevo anche fatto perdere un'inquilina.

E mentre Marta se ne andava, si è girata e mi ha detto: "Sei una brava persona. Magari ci potremmo prendere qualcosa da bere, qualche giorno, per Ruzafa."

Sì, e risparmiare insieme 4200 euro.