lunedì 30 luglio 2012

Sin un duro

(21 giugno 2012)


L’espressione “no tener ni un duro” in spagnolo significa “non avere una lira”, “avere le pezze al culo”, “non avere i soldi per fare un segno al muro”. In particolare, il duro era il nome colloquiale dato alla moneta da 5 pesetas, equivalente a 58 lire o, per essere più moderni, 3 centesimi di euro. Insomma, come il dollaro ha i nickels e i dimes, e la sterlina ha il penny, la gloriosa peseta (che, visto l’andazzo delle cose, potrebbe tornare tra noi prima della fine di questo anno bisesto) aveva il duro.
Dal valore intrinseco del duro è abbastanza chiaro che se una persona non ha nemmeno quello è davvero messa male. Dopotutto, con 3 centesimi non ci compri nulla. Anzi: 3 centesimi vuol dire una moneta da due e una da uno, e quelle monete sono così sfortunate che gran parte dei distributori o biglietterie automatiche non li accettano. E’ chiaro che quella del duro è un’iperbole, perché cazzo, 3 centesimi si trovano anche per strada, però esemplifica bene una situazione un po’ complicata in cui ci si può trovare.
Ci sono diversi modi per ritrovarsi sin un duro: non avere un reddito, e in quel caso la situazione è più o meno permanente; avere un reddito insufficiente, per cui cronicamente si arriva alla fine del mese (o già alla metà del mese) con il conto corrente prosciugato, oppure vivere al di sopra delle proprie possibilità, con una gestione irrazionale delle proprie risorse.
Alcuni esempi di istituzioni e persone sin un duro: il Governo Greco; la Generalitat (l’amministrazione regionale, nda) Valenciana; il barbone anziano con i rasta che alloggia tra via della Grada, via San Felice e via Riva di Reno a Bologna; io.

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