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martedì 22 aprile 2014

Itañol



Quando sono venuto a vivere in Spagna non sapevo un'acca di spagnolo a parte "buenos días", "buenas noches", "Zapatero" e "macarena". Di conseguenza, quando mi azzardavo a parlare agli autoctoni nella loro lingua, cosa che era quasi sempre inevitabile, finivo per parlare un miscuglio di italiano e spagnolo meglio noto come itañol, la lingua degli italiani trapiantati in Spagna, o degli spagnoli trapiantati in Italia.

L'itañol (altrimenti detto espaliano) è ben diverso dalla caricatura dello spagnolo perpetrata da certi italiani, che, una volta arrivati in Spagna, pensano che basti aggiungere qualche u e qualche s alle parole italiane per trasformarsi magicamente in castigliani: "Duoves possiamos mangiares tortillas?"(*), tanto per farci un'idea. L'itañol è uno spagnolo parlato con un accento marcatamente italiano e con una grammatica per lo più corretta, ma un vocabolario nel quale, di tanto in tanto, si infilano italianismi azzardati.

Col passare del tempo, via via che il mio spagnolo migliorava, il mio itañol si è affievolito, nonostante, in alcuni momenti di stanchezza o relax eccessivo, tuttora mi escano fuori parole italiane spagnolizzate.

Mai avrei pensato, però, tre anni fa, che l'itañol funzionasse anche al contrario, e cioè che lo spagnolo penetrasse nella mia conoscenza della lingua italiana, iniziando ad annacquarla e riempirla di parole ed espressioni non sue. Difatti l'idea per questo post mi è venuta da un commento di qualche giorno fa di un'amica, anch'ella espatriata e che quindi mi può capire.

Per dirla in altre parole: il livello del mio italiano è peggiorato, no, anzi, è sprofondato da tre anni a questa parte. Sarà che mi capita di parlarlo poco (scrivere non è lo stesso: a voce lo parlo solo quando sento i miei genitori, o con F. che qui è il mio unico amico italiano), ma certe volte mi fermo a pensare a quello che dico e mi sento in imbarazzo. La cosa peggiore è che io ho sempre riso della gente che faceva così, o di quelli che si trasferivano dalle mie parti al nord in Italia e improvvisamente iniziavano a usare parole come "sportina", "dare il tiro" e chi più ne ha più ne metta. Ora chiedo venia e torno indietro con la coda tra le gambe.

Ed ecco a voi una serie di strafalcioni che commetto più spesso di quanto pensi quando parlo in italiano, che altro non sono se non una traduzione letterale di espressioni in spagnolo:

1. "Ieri sera ho cenato carciofi"
In spagnolo direi "Anoche cené alcachofas" ma in italiano no.

2. "Sono uscito a correre"
Dallo spagnolo "he salido a correr", di cui è la traduzione letterale; meno male che non dico "sono salito a correre" ("e dove? in terrazzo?" mi potrebbero chiedere).

3. "Che sì! che no!"
In spagnolo si dice "que sí" / "que no" per enfatizzare una risposta affermativa o negativa. Per esempio:
"Seguro que has tendido la ropa?" "que sí!" ("Sicuro che hai steso i panni?"). Ecco, io ci metto un "che" di troppo in italiano.

4. Usare parole italiane desuete o poco comuni perché sono uguali al corrispettivo spagnolo
Ad esempio: non uso quasi più la parola "veloce", bensì solo "rapido/a". E poi, chi usa più il verbo "solere" in italiano? ("Quel ristorante suole essere economico") Risposta: io.

5. "Tengo un poco di freddo"
Due cagate in una: usare il verbo tenere invece di avere o sentire, solo perché "Tengo un poco de frío" è ciò che direi in spagnolo: peccato che sembri dialetto abruzzese italianizzato, e poi usare "un poco" invece di "un po' ", che fa suonare vecchio.

6. Fare confusione con gli ausiliari. Per la precisione, tendere a usare sempre il verbo avere.
...E questo perché in spagnolo l'ausiliare è il verbo haber, avere.

7. "Preferiro andare lì"
Per fortuna mi è capitato solo una volta. Ma, abituato a dire "prefiero", quando sto per dire "preferisco" sempre, e sottolineo sempre, mi sorge il dubbio che in italiano non sia corretto e non sia in realtà una forma dialettale.

8. "Sono andato a fare la compra"
La spesa, si dice la spesa Gaetano, cazzo, la spesa.

Questa è una richiesta d'aiuto. Aiutatemi a non finire per parlare con un vocabolario di 100 parole.


*Non avete idea di quanto sia comune sentire frasi del genere per strada in Spagna, per lo meno a Valencia. No, no, è molto più comune di quanto pensiate. Più di sentire un raffazzonato "voulez-vous coucher avec moi ce soir" in Francia.


martedì 15 aprile 2014

Otra vez


"Forse dovresti cominciare a pensare a cosa farai a partire da settembre, se non ti rinnovano il contratto", mi ha detto J., mentre sparecchiavamo la tavola, dopo aver finito di cenare.

"Sì, ma è difficile prendere decisioni drastiche quando si è avvolti nell'incertezza...", gli ho risposto, abbozzando, e cercando di dissimulare il fatto che io stia procrastinando ogni scelta cruciale a data da destinarsi.

"Già... Io ho sempre più chiaro che me ne tornerò in America Latina, a settembre. Le offerte di lavoro che sto trovando sono molto migliori di quello che c'è qui in Europa."
"E hai voglia di tornare?", gli ho chiesto, sapendo già la risposta. 
"Sì Gae, e poi così posso stare vicino ai miei. E a te non manca l'Italia?"
"No... Sì... No.", ho risposto, evidentemente molto convinto. J. ha riso, una risata di quelle che implicitamente ti dicono che non stanno capendo nulla.

"Certo che mi manca. Mi mancano i miei amici, mi manca la mia famiglia - anche se comunque sarei stato lontano da loro -, mi manca il mio Paese. Ma ogni volta che torno mi sento più estraneo. Io sono cambiato, ma soprattutto ho sempre più l'impressione che l'Italia sia cambiata, come se la crisi profonda degli ultimi anni l'abbia fatta regredire. Vedo un imbarbarimento nei costumi, nelle persone; come se la scusa della depressione economica abbia permesso una regressione anche nell'apertura mentale".
"In che senso?" mi ha chiesto J., spaesato.

"Nel senso che io leggo le notizie dall'Italia, la osservo quando torno, leggo ciò che scrive la gente e mi sento un alieno. Niente di tutto ciò in cui credo sembra avere più spazio. L'Italia sta diventando un paese bigotto, dove è normale rallegrarsi per il naufragio di un barcone di immigrati o il pestaggio di un omosessuale; dove non suscita sconcerto diffuso dare della scimmia a un ministro di colore; dove il sessismo è uno strumento politico qualunque, dove quelle che in altri Paesi sono conquiste di civiltà ormai assodate si fanno sempre più lontane"

"Vedi però... Questa è l'immagine che ho io dell'Italia, e che sempre mi hanno confermato, con i loro racconti, gli italiani emigrati che ho conosciuto".
"No, non è questa l'Italia", ho risposto io, convinto e un po' incazzato, "o almeno non era questa. Prima c'era un barlume di politicamente corretto, c'erano dei valori che pian piano prendevano spazio, c'erano differenze tra diverse parti del Paese nel modo di pensare. Ora è come se l'opinione più becera sia stata legittimata, crea più scandalo un bacio tra due uomini che non un incitamento a imbracciare i fucili o un vecchio che va con una minorenne". Nel frattempo, mi sono accorto che stavo liberando la tavola nervosamente.

La cosa più brutta dell'avere espatriato è guardarsi alle spalle e non riconoscersi nelle proprie origini: non perché si vogliano rinnegare, ma perché sono proprio loro ad aver rinnegato te.
Quando, di questi tempi, si parla della nuova emigrazione, si fa riferimento a giovani e meno giovani in cerca di un lavoro in Paesi con più prospettive. Mai si parla di chi se ne va per scelta, per cercare una vita migliore, per sentirsi identificato e orgoglioso di ciò che lo circonda. Sempre si pensa a quanto sia difficile adattarsi ad un contesto sociale diverso da quello di provenienza, mai a quanto sia difficile restare lì dove ci si sente sempre più minoranza. 

Sono andato via dall'Italia esattamente tre anni fa e ho imparato, in questi anni, a cercare di sentirmi a casa lì dove non è casa mia; ho scoperto che è più facile che restare. Ho scoperto che, quando i miei interlocutori criticano l'Italia e gli italiani, con gli argomenti di sempre, nasce in me un certo orgoglio, una certa voglia di difendere il mio Paese che prima non avevo, e che però piano piano si fa sempre più effimera. E anche se le cose in questi tre anni non sono sempre andate come avrei sperato, o forse quasi mai, in nessun momento mi sono pentito della mia scelta.

"A me manca l'Italia, ma non questa. Mi manca l'Italia che conoscevo io, o forse quella in cui io speravo di vivere.".

"Ora ti capisco. Però non dirmi che andresti in qualsiasi posto".
"No dai. A Pyongyang, per esempio, non ci andrei a vivere nemmeno dipinto".


mercoledì 2 aprile 2014

Nadando


Per una persona a cui piace nuotare, avere una piscina dall'altro lato della strada rispetto a dove si lavora è un gran colpo di fortuna, oserei dire un lusso.

Da più di un anno, due volte a settimana, approfitto di questa fortuna e, in pausa pranzo, attraverso l'Avinguda dels Tarongers e vado a nuotare alla piscina dell'Università Politecnica. Nuotare è bellissimo: quando finisco mi sento sempre carico di energie, affamato, e di buon umore.

Tuttavia, sicuramente massimizzerei questi effetti benefici se non dovessi spartire la piscina con la maggioranza di quelli che la frequentano nelle ore di nuoto libero. E sono proprio stati lo stress e la frustrazione sviluppati nella giornata di ieri, dove sembrava che il Congresso dei Soliti Stronzi si fosse dato appuntamento alla piscina dell'UPV, che mi hanno spinto a rispolverare questo blog ibernato da 6 mesi con una finalità di progresso sociale: scrivere

IL CODICE DELLA PISCINA

che, quando sarò importante, avrà la stessa importanza del codice della strada.

Premessa: chi scrive ha fatto qualche anno di nuoto. Ciononostante, anche quando partecipavo alle gare di nuoto ero abbastanza una merda, per dirlo con eleganza. Se ho vinto due bronzi di categoria, infatti, è solo grazie a una fortuna sfacciata: gli altri concorrenti erano assenti o sono stati squalificati, per cui abbiamo tagliato il traguardo solo in tre. Tuttavia, ho imparato sulla mia pelle che rispettare le seguenti regole migliora la salute, propria e del prossimo.

Art. 1. Se il tuo obiettivo è imparare a nuotare, iscriviti a un corso di nuoto e non al nuoto libero.
Comma. Saper stare a galla e spersi muovere non vuol dire saper nuotare. 

Art. 2. È vietato andare a nuotare in piscina con la maschera e il boccaglio.

Art. 3. Se vuoi fare acqua gym, iscriviti a un corso di acqua gym.

Art. 4. La linea blu sul fondo della corsia serve, tra l'altro, a dividere la corsia in due direzioni. Quando si nuota bisogna tenere la destra, e questo anche se ci si trova nel Regno Unito, Irlanda, Cipro etc.

Art. 5. Non si va in piscina per mettersi a bordo vasca a ciarlare e fare versi strani. Se volete andare in un posto solo a socializzare, senza fare attività fisica, la palestra fa per voi. Il nuoto è uno sport splendidamente asociale.

Art. 6. In una delle corsie un cartello indica: "Corsia rapida". Dovrebbe essere superfluo e ridondante dirvi che, se siete lenti o rientrate nella categoria di cui all'art.1, non dovreste andare in quella corsia. Mai.

Art. 7. Quando si condivide la corsia con altra gente, si capisce subito chi è più rapido e chi meno. Se vedete che una persona più rapida di voi sta per arrivare, anzi è lì pronta a fare la virata, non affrettatevi a partire: aspettate che passi.
Comma. La persona, più veloce di voi, che stava arrivando e non avete fatto passare è autorizzata a toccarvi il piede per indicarvi di lasciarla passare.

Art. 8. È inutile, mentre si nuota a dorso, spingersi col galleggiante per far credere al prossimo che si è veloci.
Comma. Questo vale anche quando si fanno esercizi di gambe con la tavola.

Art. 9. Sedersi sui galleggianti è vietato ed è cosa da bambini. Ma, se fatto da una persona di mezza età, meriterebbe l'espulsione dalla piscina.

Art. 10. Attraversare la vasca di traverso passando sott'acqua è vietato.
Comma. Qualora vi mancasse l'aria e siete ancora a metà strada, cazzi vostri.

Art. 11. In una piscina abbastanza affollata nelle ore di nuoto libero, nuotare a delfino è un crimine.

Art. 12. Nel nuotare a rana, fare attenzione a non dare calci alle gambe o alle palle della persona che passa nel verso contrario o nella corsia accanto.

Art. 13. Ci sarà un motivo per sui è obbligatorio indossare la cuffia. Per questo motivo, è vietato, alla fine della nuotata, togliersi la cuffia e immergere i capelli nell'acqua (per quale cazzo di ragione poi uno lo dovrebbe fare?)
Comma. Se avete più peli che capelli, e in grande quantità, forse dovreste considerare il burkini.

Disposizioni transitorie e generali. Prima di entrare in acqua, il costume va allacciato bene, per evitare l'effetto salvadanaio.

giovedì 10 ottobre 2013

Yonki

La parola yonki è una spagnolizzazione dell'inglese junkie (un po' come beisbol è lo spagnolo per baseball) e indica una persona che ha una dipendenza.
Ebbene, io vi comunico fieramente che ho una dipendenza dalle serie televisive, cosa che, per fortuna, negli ultimi tempi sembra non essere più da sfigati, e questo perché da un po' di anni a questa parte la qualità media dei telefilm, in particolare americani, ma non solo, è aumentata di molto ed alcuni sono delle perle. Anzi, quasi dei lunghi film di ottimo livello.

In questo mi aiutano la mia connessione internet, che mi permette di scaricare a valanga, e siti web (spagnoli) come series.ly e SeriesYonkis dove ci sono link a tutte le serie che si possano desiderare, per vederle in streaming doppiate o (per fortuna) in lingua originale.

Tutto ciò mentre in Italia la televisione non è in grado di produrre di meglio che la millequattrocentesima stagione di Don Matteo, surreale telefilm in cui un prete di provincia indaga sugli omicidi che avvengono nel suo paesino, che deve avere un tasso di criminalità più alto di quello di Cabot Cove (ti credo: con Nino Frassica come commissario non si può avere fiducia nei Carabinieri), o Fratelli Detective, in cui due fratelli indagano su omicidi, il che ti fa chiedere "ma che cazzo fa la polizia?", o Commesse, in cui delle commesse indagano su omicidi... ah no, questo no. Comunque per dire che c'è un mondo di alto livello tra le serie tv per cui non è più tanto da nerd sfigati esserne un fan, ed è ora di celebrarlo.

Ora, io ho una passione particolare per il crime, il che rende i miei giudizi un po' alterati, ma a suo tempo sono anche stato un grande fan di Lost, Weeds, Grey's Anatomy e chi più ne ha più ne metta. Ad ogni modo, ecco la mia personale Top 11 (non riuscivo a toglierne una per scendere a 10, sorry) delle Serie che ho visto quest'anno, senza spoilers, e con giudizi personalissimi ma affidabilissimi.

11


Downton Abbey. Racconta le vicende di una ipotetica casa nobiliare inglese all'inizio del ventesimo secolo, tra humor inglese, amori (im)possibili e servitù che ne sa una più del diavolo. Mi sono tuffato in questo telefilm quando l'asportazione del dente del giudizio e l'inattesa infezione mi hanno costretto a casa, con laceranti dolori; tuttavia, a lungo andare, trovo che stanchi un po'. Ok gli attori bravi, il senso dell'umorismo trasmesso da Maggie Smith (che sembra essere lì solo per tirar fuori una battutina tagliente ogni 15 minuti), ma francamente un Beautiful novecentesco anche no. Avrebbero potuto fare una sola stagione e avrebbero avuto anche il mio applauso.

10

Bates Motel. Una serie che vuole raccontare le vicende di un Norman Bates adolescente e che te lo mostra con iPhone, che più adolescentedelduemila non si può, lascia all'inizio un po' perplessi. E caratterizzare il paesino come una sorta di Twin Peaks dove gli unici che mancano sono la signora del ceppo e il nano non aiuta molto. Eppure, ho trovato questa serie ben fatta, con Vera Farmiga straordinaria e sicuramente si merita che io sia in attesa della seconda stagione, soprattutto dopo un cliffhanger finale che non ha deluso le aspettative.

9

Dexter 8. Parliamoci chiaro: io sono stato un gran fan di Dexter. Iniziai a vederlo proprio quando iniziò negli States, scaricandolo (illegalmente) usando la rete wifi a cui mi connettevo (illegalmente) dalla mia mansarda di via Santo Stefano a Bologna, dove ero in affitto (illegalmente). E non mi ha mai deluso. Detto questo, l'ottava stagione, le cui aspettative erano state pompate all'inverosimile con la pantomima di "The end is near", mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Lotta con Lost per il premio al peggior finale di sempre.

8

The Bridge. Un cadavere viene ritrovato a metà sul confine tra Messico e Texas, su un ponte, e costringe due detective, uno messicano e una americana, a collaborare insieme nonostante siano l'uno l'opposto dell'altro. Uno dei motivi principali per vedere questa serie è il personaggio della detective americana, Sonya, trionfo della totale assenza di empatia e senso dell'opportuno. Un personaggio che, se la serie andrà avanti, potrebbe fare storia. Comunque, la prima stagione è appena finita, io ho visto i primi 3 episodi ma il giudizio è un: mmmmmm, interesting.

7

A young doctor's notebook. Tratto dai racconti di un tizio bulgaro di cui non mi ricordo il nome, racconta le vicende di un neolaureato in medicina nella Russia appena divenuta comunista che viene spedito da Mosca in un remoto villaggio della Siberia. Divertente e sarcastico, senza alcun tentativo di essere politicamente corretto, e poi con Jon Hamm nel cast, direi che sono motivi sufficienti per vederlo. E sono solo 4 episodi.

6

Utopia. Della gente strana si mette alla ricerca di un fumetto, Utopia appunto, che a quanto pare svelerebbe il segreto di nonsisabenecosa. Tuttavia, allo stesso tempo, anche un gruppetto di nerd che tra loro non si conoscono cerca di entrarne in possesso, ma semplicemente perché sono dei nerd. Bellissimi colori e fotografia, sangue e scene un po' estreme che a me ricordano molto Tarantino, una piccola e surreale gemma di sei episodi prodotta da Channel 4 (ecco, iniziamo con le serie inglesi).

5

The Following. Un serial killer mette su una setta di serial killers e si prende gioco dell'FBI, che sicuramente non fa una bella figura. Lo ammetto: ci sono molti passaggi in questo telefilm che sono molto poco credibili, ma nessuna serie mi aveva mai generato tanta ansia quanto questa. Il telefilm è pervaso di un senso di "non ci si può fidare di nessuno" che dà angoscia, e il cast è da applauso. Attendo con ansia la seconda stagione.

4

What Remains. Altro prodotto inglese (questa volta BBC). Il cadavere di una ragazza viene trovato in un sottotetto dopo qualche anno dalla sua morte, senza che nessuno avesse mai denunciato la sua scomparsa. A parte che un giallo, What Remains è una storia tristissima che parla di solitudine e cinismo. Un'altra volta un applauso agli inglesi, che hanno il pregio di mantenere le storie sufficientemente brevi, così da non rovinarle (cosa che spesso gli americani non sanno fare).

3

Game of Thrones 3. Vabbè dai, GOT è famoso, e sicuramente io sono il meno esperto del mondo. Devo dire però che questa serie dà tante soddisfazioni, perché non solo mantiene il suo livello alto con il tempo, bensì lo migliora. La scena del Red Wedding dell'episodio 9 ormai è passata alla storia. Non è più in alto solo perché il finale, rispetto al resto della stagione, era un po' sottotono.

2

Broadchurch. Il cadavere di un ragazzino di 11 anni viene ritrovato sulla spiaggia della cittadina di Broadchurch e ne sconvolge l'esistenza. Questa miniserie di 8 episodi mi ha spezzato il cuore. E non per la storia in sé della morte di un ragazzino: anzi, trovo che spesso film, telefilm, e, nella vita reale, TG e talk show usano storie di questo tipo in modo squallido, tirandoti fuori la lacrima facile. Ho sempre odiato il modo di fare di certo giornalismo, come talvolta in Italia, che chiama Tommaso Onofri "Il Piccolo Tommy" e si riferisce ai pedofili parlando di "Orchi", come se fossero delle creature di un altro mondo mentre putroppo sono dei criminali ben presenti e diffusi nella notra società. Queste, ho sempre pensato io, sono vere mancanze di rispetto verso tragedie che coinvolgono minori. Insomma, Broadchurch mi ha colpito moltissimo per il modo di trattare la vicenda, il modo in cui sono sviluppati i personaggi e si raccontano l'ipocrisia e la violenza verbale e psicologica che spesso si manifestano in comunità che, al principio, sembravano perfette. 

1

In the Flesh. Non è la solita storia di zombie. Questa perla di 3 episodi di BBC Three affronta il tema (trito e ritrito) degli zombie in modo del tutto originale e molto toccante. La serie comincia al termine di una apocalisse zombie, che è stata fermata, e si è trovata una cura per gli zombie, o meglio per una malattia che le autorità chiamano "Partially Deceased Syndrome". Il vero problema è reinserire gli (ex) zombie nella società, e in particolare a Roarton, piccolo paesino dove le milizie anti-zombie dettano legge. Sì, è una miniserie che parla di zombie, ma in realtà può parlare di qualsiasi contesto in cui la società si rifiuta di accettare chi è diverso, in cui anche la famiglia si vergogna dei suoi membri, in cui tra il pubblico e il privato c'è un solco enorme e soprattutto in cui accettare le cose e chiamarle col loro nome, per alcuni, è impossibile. Sono davvero contento che stiano realizzando la seconda stagione, che andrà in onda nel 2014. 

mercoledì 31 luglio 2013

Non aprite quella porta


Le ferie sono alle porte ed io, ovviamente, sono indietro con il lavoro. Tutto ciò che pensavo di terminare prima di andare in ferie è più o meno a metà, per cui probabilmente mi toccherà lavorare un po' anche nei primi giorni di vacanza.

Anche per questo motivo, lunedì, ho lavorato fino alle otto di sera, nonostante mi fossi ripromesso, per l'ultima settimana, di uscire prima, anche per fare un salto in spiaggia. Tornato a casa stanco, mi sono fiondato in doccia. Mentre mi sciacquavo, togliendomi di dosso i grani del mio docciaschiuma massage non so che che sembra come insaponarsi con la sabbia, ho sentito dei rumori venire dalla porta di casa.

Devo premettere che il condominio in cui vivo, pur essendo nuovo, è fatto coi piedi, per cui si sentono tutti i rumori del mondo dal pianerottolo, in particolare quando i vicini aprono e chiudono la loro porta di casa.
E così, non ci ho fatto molto caso, pensando che fossero loro che rientravano, ma all'improvviso mi sono accorto che era la mia porta di casa quella che si stava aprendo.

Ho chiuso il rubinetto della doccia ed ho aperto gli sportelli, con uno sguardo attonito e incerto, quando ho iniziato a sentire le voci. No, non parlo di voci nella mia testa, bensì voci di persone che si apprestavano a entrare in casa mia.

Terrorizzato, ho urlato:
"Chi è?"
"Sono Enrique, dell'agenzia immobiliaria"

Macheccazzo, ho pensato. Gli ho urlato di aspettare alla porta perché stavo uscendo dalla doccia e di non entrare, mentre mi asciugavo affannosamente e approssimativamente col mio accappatoio.

Sono uscito dal bagno, ancora mezzo bagnato, scalzo e soprattutto spaventato a morte e mi sono trovato nell'ingresso di casa il giovane Enrique con un ragazzo e una ragazza (che poi avrei scoperto essere americani, o qualcosa del genere, per il loro accento).

"Che cosa ci fate qui? Questa è casa mia" ho detto con tono nervoso e agitato.
"Sono venuto a mostrare l'appartamento ai ragazzi", mi ha risposto placidamente Enrique.
"Senta, io vivo qui da un anno e non mi risulta che sto per lasciare questa casa, ma chi vi ha dato le chiavi?"
Nel frattempo i due ragazzi hanno cominciato ad assumere un atteggiamento fastidiosamente divertito, della serie "Oh my gosh we're in a fucking Almodovarian scene" e il ragazzo non ha trovato niente di meglio che intervenire:

"Piacere, siamo i nuovi inquilini!"

Gli ho risposto con un sorriso così falso che trasudava odio, e mi sono rivolto di nuovo a Enrique:

"Ma poi come vi salta in mente entrare in casa della gente senza nemmeno suonare?"
"Io non avevo idea che ci fosse qualcuno", si è difeso, "mi hanno dato le chiavi in agenzia, guardi, ho anche la scheda dell'appartamento, questa è la mia agenzia". "Oh my god" ha sottolineato la ragazza.
"Senta io non so e non mi interessa di che agenzia siate ma non permettetevi più di entrare in questa casa", ho ripetuto, mentre la rabbia mi montava dentro.
"Forse dovresti parlare con la tua proprietaria", mi ha sfidato Enrique.
"Sì, ma anche tu col tuo capo. Ti rendi conto di che significa stare sotto la doccia e trovarsi gente in casa?". Ho cercato di trasmettergli la sensazione di Marion Crane Vs. Norman Bates che avevo provato pochi minuti prima, ma credo sia stato inutile.

Un po' di scuse, e i tre se ne sono andati, e percepivo che ai due non più potenziali acquirenti rideva anche il culo per quello che era appena successo.

Un unico sollievo: sarebbe potuta andare peggio.

lunedì 21 gennaio 2013

Una settimana d'addio (II parte)

(continua da qui )



L'ultima settimana in palestra

Prima di tornare in Italia per le vacanze di Natale, quando ancora mi illudevo che i Maya avrebbero fatto il loro dovere il 21 dicembre, ero un po' con la testa tra le nuvole, e ho visto bene di lasciare un bel ricordo in palestra, dove già in precedenza mi ero fatto riconoscere.

Una mattina come tante, mentre mi preparavo per andare a lavoro, preparando la borsa per la palestra mi sono accorto che le mie scarpe da tennis erano scomparse. Non erano da nessuna parte. C'era un'unica spiegazione: le avevo lasciate in palestra il giorno prima.

Con la coda tra le gambe, prima di andare in ufficio sono passato in palestra nella speranza che le avessero ritrovate, ed ho parlato con la receptionist:

"Salve, ho lasciato ehm un paio di scarpe ieri..."
"Ah sì!" ha risposto lei, illuminandosi, per poi passare in modalità agente di polizia: "Che modello erano?"
"..."
"..."
"Beh sono bianche con un po' di rosso e di nero..."
"Hombre, hai appena descritto quasi tutte le scarpe da tennis" mi ha deriso lei.
"..."
"Almeno la marca?"
"Ehm credo siano Reebok... Ma quanta gente avrà lasciato delle scarpe?" ho risposto con un tono ironico ma non troppo, per ridicolizzare il suo atteggiamento poliziesco.
Lei si è messa a ridere, mi ha consegnato le mie scarpe (che, verificai, sono Reebok, bianche con un po' di rosso e di nero) e io me ne andai tutto contento e fiero del fatto che in pausa pranzo sarei potuto andarci.

Il giorno seguente, sempre ad ora di pranzo, ci sono tornato. Ho fatto esercizio, mi sono fatto la doccia e, dato che stavo morendo di fame, ho deciso di fermarmi a mangiare nel bar della palestra.
Avevo appena ordinato un'insalata mista e il pollo alla piastra quando è squillato il cellulare di un ragazzo che era a mangiare lì e, prima, era in sala pesi con me.

"Ah, sì, aspetta un attimo" ha detto al telefono. Poi, girandosi verso di me, che ero due tavoli più in là, mi ha detto: "sei tu che hai lasciato un orologio negli spogliatoi?"

Trascurando il fatto che uno sconosciuto si sia rivolto non a tutti i presenti, ma esattamente a me nel momento in cui ha appurato il fatto, io mi sono toccato il polso e ho realizzato di aver davvero dimenticato l'orologio.

"Oddio, sì!" ho risposto, trasecolando.
"Passa in reception che te lo ridanno", mi ha risposto, "sei stato fortunato eh..."
"..."

Mi sono alzato, sono andato in reception e c'era la stessa ragazza del giorno prima.

"Avete voi il mio orologio?" ho chiesto.
"Che marca?" mi ha interrogato lei, "questa volta la sai?" e si è messa a ridere.
"Emporio Armani", le ho risposto, con uno sguardo che diceva sì, la so, stronza.

Sono tornato a sedere al bar, sentendomi osservato, e ho mangiato in silenzio, pregando che i Maya anticipassero di qualche giorno i loro programmi. E loro, di tutta risposta, li hanno annullati.

martedì 18 dicembre 2012

Una settimana d'addio - I parte

La mia vita sta andando a rotoli.

In questi tempi di incertezze sul futuro, crisi economica, tagli e tasse in ogni dove, dubbi sul cosa sarà di me nel prossimo anno, l'unica speranza che ho è che i Maya ci abbiano azzeccato. Anzi, è più complicato di così: la mia speranza è che chi ha interpretato la profezia dei Maya abbia fatto bene il suo lavoro, e che i Maya ci abbiano azzeccato. Dunque, il mio è un auspicio al quadrato, non un auspicio qualunque, il che rende le sue probabilità di avverarsi praticamente nulle.


Il fatto che io non abbia più il controllo sulla mia vita è dimostrato dal mio stare con la testa per aria, e, di conseguenza, fare delle figure di merda non da poco, a detrimento della mia dignità. La settimana scorsa è stata, in questo senso, da manuale.


L'ultima settimana di lezione

Siamo ancora a dicembre e io solo desidero che finisca l'anno accademico e i miei studenti mi dimentichino, dopo due numeri da circo.
Mercoledì scorso ho fatto il secondo esame intermedio del corso che ho dato in questo semestre e giovedì ne ho pubblicato i voti. Per informare gli studenti, gli ho, con grande cortesia, inviato un'e-mail tramite la piattaforma didattica:

"I risultati del secondo esame intermedio sono disponibili nell'Aula virtual. Per vedere il compito potete venire durante l'orario di ricevimento. [...]"

L'aula virtual è una piattaforma dell'Università dove si raccolgono tutte le informazioni per ogni corso: contatti degli studenti immatricolati, slide e materiale didattico, eccetera. La comodità, per gli studenti, è avere il materiale a portata di mano e, per i professori, di avere accesso rapido a tutti i loro corsi. Tutti.

E infatti, è bastato cliccare sul corso sbagliato ed ho mandato la mail ad un gruppo che farà con me un esame completamente diverso e, per giunta, il prossimo semestre. Dopo due minuti, ho inviato la mail di rettifica.

Il peggio del peggio? La mail viene inviata anche agli altri professori che tengono un corso equivalente e che, dunque, sono stati testimoni del mio numero.

Non contento, ho bissato il venerdì. Questo semestre avevo otto ore di lezione il venerdì, per quatro gruppi di due ore l'uno, dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,30. Dopo il gruppo delle 15,30, sono andato a comprare della cioccolata al bar e sono salito di nuovo all'aula 503 per iniziare la lezione del gruppo delle 17,30.
Sono entrato in aula e c'era un altro professore. L'ho guardato sorpreso, lui mi ha guardato annichilito e io, con fare fiero, ho dichiarato:
"È che dovrei fare lezione alle 17,30"
"Beh, non direi", mi ha risposto lui. Ho lanciato un'occhiata agli studenti ed erano quelli del gruppo a cui avevo appena fatto lezione.
"È nell'aula accanto", mi ha detto uno di loro, ridendo. Sono sprofondato nella mia sciarpa, arrossendo, e sono uscito di lì.

(Continua...)

giovedì 25 ottobre 2012

Come uno zombie

Negli ultimi otto giorni sono stato chiuso in casa, per colpa di un'influenza tramutatasi in tonsillite che mi ha fatto vedere i sorci verdi.
Per una settimana non ho visto altro che le mura di casa, ad eccezione di giovedì scorso, quando, credendo di stare meglio, sono tornato a lavoro per un po' di ore, per poi tornare a casa in uno stato ancora peggiore. L'unica cosa positiva è che ne approfittai per fare un po' di scorta di frutta e verdura in Calle Mistral. Proprio lì dove la strada fa angolo con la piazzetta di Benimaclet c'è il mio fruttivendolo di fiducia (se si può definire "di fiducia" un negozio in cui vado da due mesi saltuariamente). Il motivo principale per cui vado lì è perché la palazzina in cui si trova è bellissima, ricoperta di maioliche in una sorta di collage privo di senso. Proprio quella palazzina era stato il set di alcune scene de La Mala Educación di Almodovar, ma, a prescindere da questo, andare a fare la compra lì mi mette di buon umore per il semplice fatto di vedere la palazzina di cui sopra.

In realtà, giovedì non sortì l'effetto desiderato, perché solo volevo tornare a casa il prima possibile, e per fortuna che casa mia si trova si e no a 200 metri da lì.

Ma non è di ortofrutta che volevo parlare.

Stare chiuso in casa, isolato dagli esseri umani - intendo in carne ed ossa - già dopo un paio di giorni ha cominciato ad avere i primi effetti collaterali: avevo iniziato a dire cose, di tanto in tanto, al mio pappagallo, che ovviamente rispondeva picche. Avere la febbre alta (fino a 40 gradi), poi, spinge verso l'inazione, potrebbe far morire di inedia non tanto per la mancanza di fame quanto per la difficoltà che si ha ad alzare anche solo un dito.

E così, l'unica cosa da fare per ammazzare il tempo era guardare telefilm in streaming. E così, ho deciso di iniziare a guardare The Walking Dead, che parla delle (dis)avventure di un gruppo di gente che cerca di sopravvivere ad una non meglio spiegata epidemia zombie attraversando gli Stati Uniti. Non so se è stata l'impossibilità di fare altro, ma sta di fatto che mi sono rapidamente appassionato, cominciando a provare empatia verso i protagonisti (vivi) nonostante il mio stato mi facesse sembrare di più uno dei loro nemici (zombie).

Nel pieno di questo zombie-trend, che mi faceva pensare che lo stesso poteva stare accadendo a Valencia nel frattempo senza che io me ne rendessi conto, ho anche visto una miniserie inglese che si chiama Dead Set sempre a tema zombie, con l'aggiunta di uno humor nero tipico britannico che la rende davvero spassosa e divertente (se non fosse per budella, crani spaccati e fiotti di sangue che si vedono ogni 5 minuti... ma dopotutto è una miniserie che parla di zombie). E poi la trama è tutto un programma: un'invasione di zombie ha devastato la Gran Bretagna e gli unici sopravvissuti sono i ragazzi del Grande Fratello. Come si fa a non vederla?



Ad ogni modo, questa cultura zombologica che mi sono fatto in questi giorni mi ha insegnato che, anche se gli zombie non esistono, l'umanità sembra avere ben chiare le loro caratteristiche:

1) Se vieni morso da uno zombie prendi la zombite e, dopo una lunga febbre, muori e ti trasformi in uno di loro.
2) Gli zombie non sanno nuotare.
3) Gli zombie non hanno battito cardiaco, è tutto un impulso cerebrale.
4) Gli zombie non hanno nulla in comune con ciò che erano quando vivi.
5) Per uccidere uno zombie, devi colpirlo in testa. Puoi decapitarlo, ma se la testa rimane integra continuerà a ringhiare. Se gli tagli gli arti, striscerà ancora verso di te.
6) Gli zombie ringhiano.

... ed io, da uomo di scienza e coscienza, ne ho anche ben chiare le incongruenze:

a. Gli zombie non cagano? voglio dire, stanno continuamente a mangiare carne e roba sanguigna, dove mettono tutto quel cibo?
b. Se gli zombie sono in realtà morti, il loro corpo non dovrebbe andare in decomposizione? Se così fosse si estinguerebbero da soli
c. Capisco nella campagna americana dove la gente ha case con porte fatte di carta velina, ma io ho una porta blindata e vivo al primo piano, come farebbero gli zombie a raggiungermi? in generale, io credo che in Europa potremmo sopravvivere molto meglio.

Per fortuna oggi sono tornato a lavoro e posso ricominciare a pensare a cose serie.

mercoledì 17 ottobre 2012

Fumar Mata - Atto II


Ebbene sì, sto cercando di smettere di fumare di nuovo, nonostante il disastroso fallimento del mio ultimo tentativo. Ma cosa ci porta a smettere di fumare?

In teoria, farlo ha così tanti vantaggi che uno non dovrebbe pensarci due volte. Il risparmio non indifferente di denaro, non svegliarsi più la mattina con quella schifosa tossetta, perdere la dipendenza dalla nicotina che ti costringe a cercare sigarette proprio quando di distributori non c’è ombra, non sentire l’odore di fumo sui vestiti, vedere la pelle del viso che poco a poco riprende un colore diverso, riconoscere che il sapore del cibo è ancor più intenso di quello che si pensava, poter baciare una persona che non fuma senza prima imbottirsi di mentine. Ah, stavo dimenticando il dettaglio del ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, per citare il retro dei pacchetti.

Nel mio caso, il semplice fatto di pensare a questa lista di vantaggi è inutile: serve un evento scatenante, dirompente, qualcosa che vinca la mia assenza di forza di volontà. Ebbene, io ho raggiunto la consapevolezza necessaria per compiere il grande passo in modo graduale, ma ho ben preciso in testa il momento in cui ho deciso che avrei smesso.

Era un sabato mattina recente. Mi sono alzato con il mal di testa da postumi che mi attanagliava il cervello, respiravo producendo un originale fischio coi polmoni, e ho riflettuto a come sia bravo ad uscire di casa sentendomi Clark Gable e rincasare ridotto peggio di Peter Falk. Mi sono alzato, ho raccolto la mia maglietta buttata per terra, ho sentito come puzzava di fumo e l’ho lanciata nel cesto della biancheria in bagno, prima di mettere la testa sotto l’acqua e ripensare alla sera prima.

Ho ripensato al tour un po’ troppo alcoolico tra i bar di Ruzafa, dallo Slaughterhouse all’Ubik, attraverso livelli di gradazione intermedi, e con parecchie sigarette. E alla parte finale della serata, all’XtraLarge, utile ultima tappa per salutare il barrio prima di andare a dormire o cambiare zona (ma io sto diventando troppo vecchio per la seconda opzione). L’XtraLarge mi piace, mi piace il locale, mi piace la musica che mettono, mi piace il tipo di gente che lo frequenta.

Comunque, dicevamo. Alcool e sigarette, a profusione. E proprio quando la serata stava volgendo al termine, mi sono ritrovato davanti a una persona che non mi aspettavo di vedere lì, e in realtà non ne avevo molta voglia. Quando ci vedevamo non fumavo mai, forse per guadagnare punti: è noto che, ai non fumatori, noi fumatori non andiamo molto a genio, a meno che non siano perdutamente innamorati di noi, e credo proprio che questo non fosse il caso. Abbiamo avuto una conversazione cordiale, che sarebbe stata addirittura formale se io non fossi stato in quello stato, quasi da non stare in piedi, e nel frattempo pensavo a quanto volessi essere già nel mio letto.
Piano piano, nella mia memoria annebbiata dai postumi, ho ricordato come io biascicassi e gli abbia chiesto più di una volta di ripetere cosa avesse detto, incolpando il volume della musica, e ho visto lo sguardo un po’ da “guarda che povero Cristo” che avevo davanti.



E siccome non c’è limite al peggio, per riparare ai danni della sera prima ho anche mandato un messaggio, che, tra le altre cose, diceva l’ovvio attraverso un understatement: “Ero piuttosto ubriaco ieri sera”. Sì: io faccio più cazzate quando ho i postumi che quando sono ubriaco.
La risposta è stata peggio di una non risposta:  “A presto!”.  Otto caratteri.
Ci mancava solo l’emoticon.

Lo so, tutto questo non ha niente a che vedere con il fumo. Ma è davvero per questo che ho deciso di smettere, che a poco a poco ho messo questa decisione in pratica, e che da 9 giorni non ne sento il più lontano bisogno.

A presto!

lunedì 1 ottobre 2012

El Congreso

La scorsa settimana sono stato a Bratislava per una conferenza. Non ero mai stato a Bratislava: in realtà, mi aveva sempre incuriosito in modo inquietante da quando vidi Hostel, che si svolge proprio lì ed è l'unico film horror che nella mia vita ho dovuto interrompere a metà perché ero troppo impressionato.

(Particolare per stomaci forti: decisi di spegnere la TV quando il carnefice tagliò le caviglie ad un prigioniero, lasciò che si alzasse e quando questo lo fece i piedi si staccarono dal resto del corpo. Fine dei dettagli splatter).
Per tenermi al passo con il posto in cui ero diretto, all'Aereoporto di Bergamo ho comprato un libro di Jo Nesbø e, credeteci o no, dopo quattro giorni l'ho già quasi finito.

In realtà Bratislava mi aveva sempre affascinato, perché nella mia testa rientrava tra le città del Centro-Est Europa ex comunista che hanno conservato un loro fascino. Altre città affascinanti dell'Europa Centro-Orientale: Praga, Zagabria, Lubiana, Riga, Budapest. Città non affascinanti dell'Europa Centro-Orientale: Skopje, Minsk, Kiev.

Purtroppo, la mattina di giovedì - primo giorno della conferenza - ho avuto la pessima idea di andare a piedi all'Università, che era letteralmente dall'altra parte della città (e del fiume), lì dove la poesia medievale del piccolo centro storico di Bratislava lascia spazio all'architettura popolare dell'era comunista. Dopo aver fatto colazione e aver controllato il percorso sulla mappa, mi sono avviato, dopo 30 minuti di cammino ho attraversato il fiume, uh ma che bella vista, sono sceso giù dal ponte seguendo la pista ciclabile e mi sono ritrovato nel nulla. In teoria l'università era vicinissima ma io non avevo modo di raggiungerla, né di vederla, e questo è il panorama che avevo davanti: Hostel II sto arrivando.


Mentre mi maledicevo, seguendo la camminata lungo una pista ciclabile che portava non si sa dove, ha anche iniziato a piovigginare. Mi sembrava di essere ritornato a quando ero vicino Varsavia per un'altra conferenza e arrivai con 60 cm di neve, 14 gradi sotto zero, sbagliai strada dalla fermata del bus all'hotel e quando arrivai lì - vabbè, quella è un'altra storia.

Nonostante tutto, dopo un giro assurdo, sono riuscito ad arrivare all'Università, seppure con mezz'ora di ritardo (tempo totale della camminata: 70 minuti. Cosa non si fa per risparmiare il prezzo del taxi a chi ti dovrà rimborsare il viaggio...)
 Al mio arrivo, come sempre, mi hanno dato la borsa della conferenza con il merchandising vario, ma se ancora avevo dubbi che questa potesse essere un'esperienza surreale, sono stati finalmente dissipati dal contenuto della borsa. Quando, seduto al mio banco nella prima sessione plenaria, l'ho aperta, mi è sembrato di aver trovato il Santo Graal. Ed ecco a voi cosa contiene una Borsa Data Ad Una Conferenza Nell'Europa Dell'Est:


Una ragazza si è seduta vicino a me, si è presentata, io ho ricambiato e lei "sì, lo so, la Professoressa Fhshiblzuihlciunfzfz mi ha detto che presenterai un paper interessante". Io ho ringraziato, nel frattempo è arrivata la sconosciuta Professoressa Fhshiblzuihlciunfzfz, che si è presentata a me e poi ha parlato con la ragazza, una dottoranda:
Prof: "shgiuhgvsg fhnsgiubgibgia fifeufaoiccobaa"
Dottoranda: "iwaeaycilybvlu"
Prof e Dottoranda: "ahahahahah!"
La mia interpretazione è stata che stessero parlando male di me.

La conferenza è andata bene, ma mi raccomando, se andate a Bratislava dovete assolutamente:
- Fare colazione da Shtoor, che è una caffetteria molto carina in centro e frequentata de gente molto giusta, e prendere una fetta della loro Crumble Apple Tart. E' spaziale.
- Cenare o andare a bere al Verne, che è bellissimo e dove, a quanto pare, vanno spesso anche VIP della musica o della TV Slovacchi. Una pinta di birra, 1.60 €.

Passo e chiudo.

domenica 23 settembre 2012

El periquito


La mia opinione in merito al fatto di vivere con altre persone è ormai netta: non ho più l'età. Per quanto abbia dei bellissimi ricordi degli anni passati condividendo l'appartamento negli anni passati a Bologna, aver vissuto da solo nell'ultimo anno e mezzo mi ha fatto apprezzare le gioie della solitudine abitativa ed ero convinto che non sarei potuto tornare indietro, salvo per periodi molto brevi per ospitare degli amici.

Tuttavia, come sempre, sono stato incoerente. E così, da giovedì, condivido l'appartamento con un pappagallo - per essere precisi, una cocorita.

Alcuni mesi fa un mio amico ha trovato questa cocorita sulla sua terrazza, giunta da chissà dove, e così si è procurato una gabbietta e l'ha tenuto un po' in casa, anche se controvoglia, anche perché il suo cane era gelosissimo. E così, mi sono proposto per offrirgli alloggio a casa mia.
Giovedì scorso mi ha portato il pappagallo, con tanto di gabbietta e cibo, l'ho collocato in soggiorno vicino alla finestra con vista su Peris Mencheta (cioè: con vista su un altro palazzo), abbiamo deciso all'unanimità e senza necessità di discutere che l'avrei chiamato Maria José, e poi siamo andati all'EnBabia a bere.

Fatto sta che proprio giovedì notte mi sono svegliato di soprassalto, forse a causa di un sogno che stavo facendo, e ho sentito dei rumori strani provenire dal soggiorno. Visto che è ancora estate, io dormo con la finestra aperta, anche se tenendo la serranda abbassata, e ho iniziato a temere che fossero entrati i ladri. Il rumore - una specie di strano fruscio - si è ripetuto, ed io ho iniziato ad avere paura.

A metà tra il terrore e l'eccitazione da oh-mio-dio-la-mia-vita-è-come-un-thriller, mi sono alzato dal letto e ho iniziato a percorrere il corridoio verso il soggiorno. Non sapevo cosa fare per far scappare i ladri, avevo le mani nude e ho pensato che un semplice colpo di tosse non sarebbe stato sufficiente a farli scappare. Anzi, magari mi avrebbero ucciso.

Il rumore si è ripetuto, io ero sull'orlo dell'infarto causa tachicardia, ho girato l'angolo del corridoio, ho acceso la luce e Maria José (il pappagallo) ha fatto un verso strano e poi ha svolazzato un po' nella gabbia, ripetendo il rumore che avevo sentito prima.

Altro che ladri. Avevo completamente dimenticato che avevo un pappagallo in casa.

martedì 4 settembre 2012

Uno



Il volo che mi portò da Francoforte a Valencia è stato uno dei pochi, nella mia vita, in cui tutto andò liscio: non ero arrivato all'ultimo minuto, non c'erano stati guasti né in volo né al decollo, non mi avevano rubato né avevo perso nulla, e questo già di per sé fu un evento.

Mi sono trasferito a Valencia il 4 settembre di un anno fa, e, dato che sono un fanatico delle ricorrenze, mi fa piacere avere questo blog che, da quasi altrettanto tempo, mi permette di conservare la memoria storica delle stronzate che faccio (voi direte: potresti limitarti a tenere un diario. Io rispondo: no, il diario è anni '90. E poi non soddisferebbe il mio esibizionismo).

Insomma, questo anno a Valencia è stato segnato da molti traguardi.

Appena trasferitomi a Valencia non sapevo una parola di spagnolo, tanto che anche chiedere dove erano i cavatappi al supermercato era un dramma. Poi, però, ho frequentato il corso di spagnolo e il problema è diventato meno serio. Ma se il problema della lingua, in parte, l'ho superato, il mio nome è un'onta che mi porterò sempre. Oramai mi sono abituato a che venga trascritto male, che quando chiamo qualche Servizio clienti devo fare lo spelling ricordando i riferimenti geografici:

La G de Granada
La A de Alicante
La E de Elche
La T de Teruel
La A de Alicante
La N de Navarra
La O de Oporto

e nonostante questo la persona che sta all'altro capo del telefono dirà:
"Muy bien Señor Geàtano" che va pronunciato aspirando la G come se fosse una H.
In quest'anno sono stato accompagnato dal fantasma di Maria José , andalusa trapiantata in Extremadura, attivista politica, conoscente di Ricardo, Bernardo, Viki, Roser, Lisa e Antonio, che aveva il mio numero di telefono prima che mi fosse assegnato e ancora viene cercata disperatamente.

Sono sopravvissuto alle Fallas, anche se mi ci sono voluti 8 giorni a riprendermi dal frastuono, e ad un condominio piuttosto originale tra indipendentisti baschi, anziani scontrosi, signore che alzavano troppo il gomito, omonimi del Re di Spagna, e aperitivi in casa dei condomini. Mi sono  chiuso fuori casa e ho accolto viaggianti backpackers. Ho redarguito passanti che perdevano preservativi , tagliato i capelli rischiando la morte e sfanculato agenti immobiliari stronze.

Insomma non mi sono annoiato, e scrivo questo nuovo post un po' divertito, un po' sorpreso da cose che quasi avevo scordato, e un po' malinconico, perché a questa città e alle persone che ho conosciuto qui mi sono affezionato, e il futuro rimane una grande incognita.

lunedì 3 settembre 2012

Has perdido un condón!


Spesso nella vita ci si trova davanti ad un bivio, ad una di quelle situazioni in cui è probabile che, comunque tu faccia le cose, potranno essere interpretate nel modo sbagliato criticate. Ad esempio: come vestirsi ad un matrimonio? È lecito essere il primo ad iniziare a mangiare in una festa a buffet? Bisogna portare con sé il preservativo al primo appuntamento?

Forse è stata quest'ultima la domanda che si era posto prima di uscire di casa un giovane che ho incrociato in Calle Caballeros, sabato sera, mentre passeggiava con una ragazza. Avrà pensato: 'Se porto il preservativo, finiamo a casa sua e lei scopre che ce l'avevo con me, passerò per il porco che pensa solo al sesso. Se non lo porto, passerò come lo sprovveduto verginello'.

E dunque, sabato sono andato a cena in centro con alcuni amici, in quella parte del Carmen frequentata soprattutto da turisti e piena di locali costosi. Abbiamo cenato a La Tapeta e, nonostante la zona in cui eravamo, abbiamo mangiato più che bene spendendo relativamente poco. Dopo cena, ci siamo avviati verso il Café Lisboa, dietro alla Lonja, ma appena arrivati mi sono accorto di non avere contanti. E così, ho abbandonato i miei amici per qualche minuto per andare a prelevare.

Ignaro che ci fosse uno sportello di Bankia proprio lì dietro, sono tornato verso Plaza de la Virgen e lì, dopo un tentativo andato a vuoto con il Santander, ho prelevato allo sportello del Banco de Valencia (un italiano che ha un conto corrente con Bankia e preleva dal Banco de Valencia . Riassunto della crisi finanziaria Europea).

Per tornare verso la Lonja avevo deciso di attraversare un dedalo di stradine che permette di evitare la folla: ho sempre odiato camminare da solo la sera in zone affollate, perché la gente potrebbe pensare che sono un povero disperato, e passare tra i vicoli mi permetteva di svanire per un po'. Dopo 50 metri, però, un camion della spazzatura ha bloccato il mio cammino: era rimasto letteralmente incastrato in una curva a gomito e i due operatori stavano cercando di liberarlo, mentre il suo olezzo appestava la strada.

Sono tornato su Calle Caballeros e, a quel punto, mentre camminavo a passo spedito ho notato la coppia che camminava davanti a me: lui si stava sfilando il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans e, nel farlo, gli è caduto un preservativo.

Il povero ragazzo aveva notato di aver perso qualcosa, perché si è voltato con uno sguardo un po' smarrito, ma senza vedere - o fingendo di non vedere - ciò che aveva perso. Ma per questi problemi ci sono io. Potevo raccogliere il preservativo, ancora integro, e reinscenare un famoso spot degli anni '80 della Control:


Già vedevo tutti i passanti in Carrer del Cavallers alzare la mano e dire "È mio". Ma non mi andava di raccogliere un preservativo altrui, ancorché impacchettato. E così, forte di un lieve stato di ubriachezza - non vera ubriachezza, diciamo quel livello sufficiente a rendere noi timidi dei simpatici gradassi - ho scelto l'opzione più imbarazzante:

"Disculpa!" ho detto a voce alta. Il ragazzo si è girato e io, indicando il preservativo, ho continuato: "Has perdido un condón!".

La ragazza l'ha guardato sgranando un po' gli occhi, con quell'espressione tipica di queste situazioni tra il sorpreso, l'imbarazzato e il divertito, lui è rimasto immobile e in quel momento è salito in me un forte senso di disagio. Mi sono sentito un po' stronzo.

Ho accelerato il passo e sono tornato verso il Café Lisboa, dove la cameriera stava servendo proprio in quel momento il mio mojito. L'ho sorseggiato e ho condiviso la mia avventura con i miei amici, sviluppando teorie sul rapporto tra i due ragazzi che avevo incrociato, e pensando che sì, ero stato stronzo... Ma che bella scena.







lunedì 20 agosto 2012

Buscar (y encontrar) piso



Già da quando ero venuto a vivere nel mio piso bohemio nella Comunidad di Cuenca Tramoyeres lo scorso 7 settembre 2011 avevo deciso che ci sarei rimasto solo un anno: non perché l'appartamento sia una merda (ok, sì, è una merda), ma perché sapevo che, se non fosse stato per la fretta di cercare un appartamento e la scarsa conoscenza della città, avrei potuto trovare di meglio.

Fatto sta che, dopo tanti rinvii e tentennamenti, all'inizio di luglio ho iniziato la ricerca. Prima solo dando occhiate qui e lì sui vari siti internet, poi chiamandone 3-4 che mi erano piaciuti e ovviamente erano stati appena affittati, e infine fissando quattro appuntamenti per vedere altrettanti appartamenti.

Tutti gli appartamenti selezionati erano a Benimaclet, in un raggio di 200 metri dalla mia casa attuale, che dopotutto è in una posizione strategica, ma quello che mi sembrava un po' strano era che due di essi sembrassero nello stesso edificio. Anzi, ne ero praticamente certo: erano nella stessa strada e dalle foto sembrava che le dimensioni fossero simili, e anche i colori delle pareti (una rossa, le altre sul color pesca) erano identici. L'arredamento, però, era diverso.

Avevo fissato tre visite nello stesso giorno. Dopo una prima visita ad un appartamento che era totalmente inadatto, con l'agente immobiliare che cercava di convincermi sfoderando un discreto italiano, sono andato a vedere il primo dei due, accompagnato da un signore di un'altra agenzia. Bell'appartamento, nuovo, due camere grandi, terrazzo, 500 euro al mese "ma magari se parlo con i proprietari te lo riesco a ridurre un po'". Calle Peris Mencheta numero 29, primo piano.

Un'ora dopo, mi ha chiamato Patricia, un'altra agente con cui avevo parlato, ma che era troppo stressata alla prima chiamata perché era sola in ufficio.

"Perfetto, se vuoi ci vediamo tra 20 minuti davanti al portone", mi ha detto Patricia. "L'indirizzo è Calle Peris Mencheta 29".

"..."

Sono arrivato sotto al palazzo che oramai conoscevo bene, dal quale è uscito un agente immobiliario con due persone, indicando il balcone dell'appartamento che avevo visitato più di un'ora prima. Ecco qua: i proprietari si erano svenduti a due agenzie. Patricia si è palesata con 15 minuti di ritardo, con delle scarpe rosse ciecamilocchio con tacco 12 (minimo).

"Scusa il ritardo, bene entriamo", mi ha detto, quasi senza fare caso alla mia persona. Siamo andati verso l'ascensore, lei è entrata e, mentre si pettinava guardandosi allo specchio dell'ascensore, ha pigiato il primo piano.

'Porca troia', ho pensato, capendo che stavo per rivedere lo stesso appartamento.

E infatti l'appartamento era lo stesso. Patricia, pessima agente, non diceva nulla, e rimaneva infastidita dalle domande che facevo, delle quali, peraltro, già conoscevo la risposta.

"Pensi che il prezzo possa calare un po'?" le ho chiesto, come ultimo termine di paragone con l'Agente N.1.
"Assolutamente no. Già è calato di 50 euro la settimana scorsa".
"..."
"..."
"Bene, ti farò sapere, l'appartamento mi piace molto", ho tagliato, andando verso la porta, e ci siamo salutati.

Il giorno dopo sono andato a firmare la proposta di contratto dall'Agente N.1, che era riuscito a farmi ridurre l'affitto a 480 euro al mese. Mezz'ora dopo, ho trovato un messaggio in segreteria da Patricia. L'ho ignorato, lei mi ha richiamato e ho risposto:

"Ciao Gaetano, volevo chiederti se sei ancora interessato all'appartamento di Peris Mencheta, perché i padroni di casa mi hanno chiamato e c'è un'altra persona interessata quindi bisogna far presto!", mi ha detto, con ansia.

"Mi spiace, ma preferisco guardarmi ancora un po' attorno", ho risposto, e nel mentre stavo per scoppiare in una risata malvagia.

Lei mi ha proposto un altro appartamento, ho declinato con educazione e ho messo giù.

Mercoledì firmerò il contratto.

Alla faccia tua, Patricia.

lunedì 30 luglio 2012

Un despistado al gimnasio


(27 Luglio 2012)
Mercoledì sono andato in palestra.
Sei mesi fa mi sono iscritto in una palestra che è vicinissima a casa mia (sia quella attuale, sia quella dove mi trasferirò a settembre). Per arrivarci devo solo fare questo:

E’ una palestra piuttosto cara per gli standard di Valencia, la città con 5 palestre ogni 2 abitanti, ma quando ho deciso di iscrivermi il mio ragionamento basato puramente sul voler evitare il senso di colpa era il seguente: se pago molto per andare in palestra, ci andrò, così che non mi sembrerà di stare buttando soldi. E, per la prima volta nella mia vita, questo ragionamento ha funzionato.
Insomma, mercoledì sono andato, ho chiesto un asciugamani alla reception, ho passato il mio tesserino magnetico per entrare e a quel punto ho pensato di tornare indietro per chiedere informazioni sul rinnovo del mio abbonamento, che scade a fine mese.
Quando sono tornato indietro, la ragazza mi ha guardato e si è rivolta a me:
“C’è qualche problema, Gaetano?”
‘Conosce il mio nome?’ ho pensato interdetto. Poi mi sono reso conto che lei lì ha il pc su cui compare la scheda di ognuno quando entra, con tanto di foto, e la mia illusione di non essere invisibile è svanita.
“E’ che mi pare che il mio abbonamento stia per scadere, per cui vorrei fare il rinnovo…”
“Vamos a ver… Si, scade a fine mese”, mi ha risposto.
“Vieni pur qui e facciamo tutto!” , mi ha detto Miguel, il ragazzo - gentilissimo - che si occupa degli abbonamenti, e che ha una voce da televendita.
Mi ha detto il prezzo, io ho chiesto se c’erano sconti per personale dell’Università perché sei mesi prima non l’avevo chiesto, cosa fai, sono Professore, ah muy bien, c’è uno sconto del 30%.
“Se mi dai il tesserino vado a fare una fotocopia e torno.”
Al che gli ho dato il tesserino dell’Università e lui è andato al piano di sopra. A questo punto, la ragazza della reception mi ha guardato un po’ interdetta:
“Ti ha lasciato qui solo?!”
“No, è andato a fare la fotocopia del mio tesserino…”
“Tu sei stato mio professore, Gaetano?”
“…”
“…”
“Ah beh… Magari tu dovresti ricordarti meglio di me…”
“E’ che il tuo viso non mi era nuovo e poi ho visto il cognome prima e mi sono detta ‘mi suona’…”
“Ah beh”
Nel frattempo Miguel è tornato e io sono entrato in palestra. A quel punto, negli spogliatoi, mi sono accorto di aver dimenticato a casa la maglietta per la palestra. Sull’orlo delle lacrime, ho rimesso tutto in borsa e mi sono diretto all’uscita.
“E ora che succede?, mi ha detto la receptionist-studentessa.”
“Ehm, ho dimenticato la maglietta a casa… torno tra poco…”
“Olé tú!” mi ha risposto ridendo.
“…”
… E io sono tornato a casa, ho preso la maglietta dei Blonde Redhead che avevo messo da parte, sono tornato in palestra, e non appena sono entrato è suonato l’allarme.
Miguel e la receptionist-studentessa mi hanno guardato increduli.
“¿ Qué pasa ?”, mi ha chiesto Miguel. A quel punto ho avuto l’illuminazione:
“Ahh.. è che ero riuscito per andare a prendere la maglietta, che avevo dimenticato a casa, e mi sono portato dietro l’asciugamani che mi aveva dato lei…”
“Oggi non è il tuo giorno fortunato eh?”, mi ha detto la receptionist-studentessa.
“No, ma non lo è mai”, mi sono limitato a rispondere, mortificato.


Sin un duro

(21 giugno 2012)


L’espressione “no tener ni un duro” in spagnolo significa “non avere una lira”, “avere le pezze al culo”, “non avere i soldi per fare un segno al muro”. In particolare, il duro era il nome colloquiale dato alla moneta da 5 pesetas, equivalente a 58 lire o, per essere più moderni, 3 centesimi di euro. Insomma, come il dollaro ha i nickels e i dimes, e la sterlina ha il penny, la gloriosa peseta (che, visto l’andazzo delle cose, potrebbe tornare tra noi prima della fine di questo anno bisesto) aveva il duro.
Dal valore intrinseco del duro è abbastanza chiaro che se una persona non ha nemmeno quello è davvero messa male. Dopotutto, con 3 centesimi non ci compri nulla. Anzi: 3 centesimi vuol dire una moneta da due e una da uno, e quelle monete sono così sfortunate che gran parte dei distributori o biglietterie automatiche non li accettano. E’ chiaro che quella del duro è un’iperbole, perché cazzo, 3 centesimi si trovano anche per strada, però esemplifica bene una situazione un po’ complicata in cui ci si può trovare.
Ci sono diversi modi per ritrovarsi sin un duro: non avere un reddito, e in quel caso la situazione è più o meno permanente; avere un reddito insufficiente, per cui cronicamente si arriva alla fine del mese (o già alla metà del mese) con il conto corrente prosciugato, oppure vivere al di sopra delle proprie possibilità, con una gestione irrazionale delle proprie risorse.
Alcuni esempi di istituzioni e persone sin un duro: il Governo Greco; la Generalitat (l’amministrazione regionale, nda) Valenciana; il barbone anziano con i rasta che alloggia tra via della Grada, via San Felice e via Riva di Reno a Bologna; io.
(12 giugno 2012)

Va detto che io sarò anche uno dei parlatori più lenti che abbiate mai incontrato, ma la mia testa, quando è ben salda sulle spalle, non è immersa nel sonno o presa in prestito, è tutt’altro che lenta. La mia mente, posso provarlo, si libra su ali di colibrì. Saetta e turbina.
E se anche sono capace di dimenticarmi qualsiasi cosa, per quanto grave - ragion per cui la gente mi confida volentieri i propri segreti - quando si tratta di dolore la mia mente ha una curiosa tendenza all’ organizzazione.
Niente che abbia il carattere della sofferenza va perduto dentro di me, né tanto meno ridotto quanto a colore, intensità o qualità del suono. Tutti questi aspetti vengono disposti con cura in modo tale da trovarsi bene in vista.

- Dave Eggers, “Conoscerete la Nostra Velocità”

Fumar mata

(12 giugno 2012)

Nell’ultimo anno e mezzo ho smesso di fumare tre volte, e tre volte ho ricominciato.
La prima volta che ho smesso di fumare è stato a fine ottobre 2010, dopo la terza tonsillite nel giro di pochi mesi, che mi ha fatto venire il terrore che tutto ciò fosse dovuto al fumo: smisi di punto in bianco, e fu un successo, per 6 mesi. Tra l’altro, nonostante i peggiori non fumatori siano gli ex fumatori stessi, credo di essere stato un ex fumatore modello: mi si poteva fumare davanti e a lato e io non battevo ciglio. Solo provavo invidia, e tanta nostalgia, ma tutto qui.
Tra l’altro, dimostrai che non è vero che lo stress ci porta a fumare: nel corso di quei 6 mesi, nell’ordine: sbriciolai, per sbaglio, i miei occhiali, subii il furto del pc mentre andavo ad una conferenza, feci – tra gli altri – i due colloqui di lavoro più importanti della mia vita e completai la tesi di dottorato. E nonostante questo non ricominciai a fumare.
Poi arrivò, un bel po’ inatteso, il trasloco a Francoforte, a metà aprile. Dopo 3 giorni che ero lì ricominciai a fumare. Ricordo ancora la sera: ero con i miei nuovi amici, che iniziavo a conoscere, in un locale di Sachsenhausen (il cui proprietario, con nostra grande tristezza, morì in circostanze poco chiare, nel fiume Meno, alcuni mesi dopo) e decisi che era il momento di ricominciare a fumare. Con un pacchetto di Marlboro rosse.
Nel corso dell’estate riprovai a smettere. Dopo un sabato sera tra alcool e sigarette, i cui ricordi erano abbastanza sfocati, ma i rantoli provocati dal fumo erano evidenti, decisi di smettere di nuovo. Quella volta durai 2 giorni.
Poi venne il trasloco a Valencia: finite le incombenze legate alla nuova vita da iniziare in Spagna, iniziai a godere dell’effetto positivo che il meteo di questa città aveva sul mio umore. E così, a novembre, decisi che era il momento di smettere di nuovo. Questa volta ho resistito per 4 mesi, ma di tanto in tanto fumavo una sigaretta. Non le compravo, per non sentirmi dipendente, ma le scroccavo, e così il senso di colpa era doppio. A marzo, finalmente, ho ammesso a me stesso che avevo ricominciato a fumare, e ogni giorno fumavo di più.

Ora ci riprovo. Mentre scrivo, sono passate 58 ore dalla mia ultima sigaretta. Fumata (insieme alle 19 che le facevano compagnia del pacchetto) nella notte tra sabato e domenica. Anche stavolta ho smesso per i sensi di colpa legati ai postumi eccessivi. Mi sono detto che, se non fumassi, magari anche bevendo troppo un sabato sera, il giorno dopo non starei così male. E che si sappia che le foto orribili che il Ministero della Salute spagnolo fa mettere sul retro dei pacchetti non mi hanno influenzato.
Eppure, voglio una sigaretta. Voglio terribilmente una sigaretta. Fare un tiro e poi buttarlo fuori, così, in una pausa qui davanti alla facoltà, sotto il sole e con i miei Ray-Ban. Vorrei fare un tiro, controllando come si brucia, cosa che faccio sempre. La cosa migliore del fumare è il momento in cui accendi la sigaretta e tiri fuori il primo tiro: è quando la sigaretta ha il sapore migliore. O vorrei essere in spiaggia in compagnia, bevendo una birra gelata, chiacchierando con una sigaretta in mano, così che mentre parlo esce dalla mia bocca il fumo dell’ultima inalazione. E poi, mentre la spengo, accertarmi che si spenga bene, così che non continui a uscire fumo dal posacenere.

Voglio una sigaretta, disperatamente.

Cucarachas

(5 Giugno 2012)





C’è qualcosa di buffo nella parola che gli spagnoli usano per dire scarafaggio o blatta. “Cucaracha”, dopotutto, fa quasi tenerezza. Suona un po’ come “coccinella”. Poi invece la vedi e ti fa schifo.
Io ho sempre provato terrore verso gli scarafaggi. La fobia per gli scarafaggi, insieme a quella per i ragni e quella per la vita nel suo complesso sono sempre state le mie paure più ingestibili e irrazionali. Dentro di me sono cosciente che uno scarafaggio non può uccidermi, né può farlo un ragno di quelli domestici, o che se calpesto una blatta lei non riuscirà a bucare la suola della mia scarpa ed entrare nel mio piede, ma, ciononostante, quando le incontro vado nel panico.
Domenica scorsa ero in spiaggia, a Canet d’En Berenguer, con alcuni amici, e parlavamo dell’arrivo del caldo che, a Valencia, significa anche “olezzo che fuoriesce dalla fogna in certe stradine del Carmen” e “scarafaggi che si avventurano per strada”, e così è tornato il panico.
Sì. A Valencia gli scarafaggi passeggiano per strada la sera d’estate, in centro insieme alle signore pijas che tornano dall’aperitivo al Mercado de Colón,  o al Cabanyal insieme ai gitani che si siedono sulleloro seggiole in mezzo alla strada. La prima volta che vidi degli scarafaggi per strada a Valencia ero qui solo da 2 settimane e volevo suicidarmi. Poi ho assorbito il colpo: ogni città ha la sua piaga, New York ha i Bed Bugs, Valencia (insieme a Sydney e Tokyo) le blatte, Milano le zanzare, Francoforte le vespe e quindi bisogna mettersi l’anima in pace.

La McBlatta
Lo scorso ottobre ero nel Carmen con un amico, avevamo fatto un aperitivo super-prolungato e verso le undici, affamati e senza soldi, mentre ci avviavamo verso casa, abbiamo deciso di prendere da mangiare al McDonald’s. Poiché il tempo era bello, invece di sederci dentro, siamo andati ad ordinare dalla finestrella per poi mangiare su una panchina. Mentre eravamo lì, abbiamo visto con terrore una blatta sul vetro, o meglio tra il vetro e un cartello:
- Signorina, c’è una blatta!
- Oddio dove?
- È qui davanti a lei, dietro il cartello!
- Aaaah! Non voglio saperlo! Mi fanno paura!
- Anche a noi, ma soprattutto ci fanno schifo!
- Ecco, lasciatela stare!
- Ma… qui date da mangiare alla gente!
Non ho mangiato quella sera. E non sono più tornato al McDonald’s.

Blatte all’ingresso
Vivevo nel mio appartamento da poche settimane quando una sera, di ritorno da lavoro, sono arrivato davanti al portone ed ho visto una blatta che passeggiava tranquilla lì davanti. Juan Carlos, il portinaio, era ancora lì, ed è stato vittima del mio attacco di ansia:
- Juan Carlos, c’è una blatta!
- Ah.
- Dovremmo ucciderla?
- E perché?
- Beh se entra? E se ci infesta tutto il palazzo?
- E se invece è uscita da qui?
- …
Forse è per questa storia che JC sempre mi saluta con sospetto e credo mi odi. Comunque, non ho mai incontrato blatte a casa mia, e grazie al cielo. Non starei qui scrivendo le mie memorie.

Kill the Blatta

Ci sono regole precise per l’uccisione delle blatte: bisogna chiamare la disinfestazione. I vari Raid e compagnia bella sono inutili, perché loro imparano a difendersi, e soprattutto non bisogna mai schiacciarle con le scarpe. Infatti, le blatte al loro interno hanno le uova e si rischierebbe di trascinare le uova in ogni dove, ad esempio in casa (per questa teoria, che in realtà è un fatto, sono stato deriso, ma vabbè).
Una sera tornavo a casa a piedi, asoltando la musica (e quando io ascolto musica mi isolo dal mondo) e, mentre camminavo, ho sentito il mio piede clapestare qualcosa con una strana consistenza, e non era una merda. Alzai il piede e, con sommo terrore, mi accorsi di aver calpestato una blatta. Data la teoria delle uova, non potevo tornare a casa come se nulla fosse; né potevo togliermi le scarpe e buttarle: ho una dignità, anche se scarsa.
Così, feci gli ultimi 10 minuti di cammino strisciando il piede sinistro, per pulire la suola, manco fossi spastico. Arrivato a casa, misi le scarpe sul balcone e dopo qualche giorno le riutilizzai, pensando che le probabili uova, a questo punto, sarebbero morte. Sono proprio un genio.