Visualizzazione post con etichetta Benimaclet. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Benimaclet. Mostra tutti i post
mercoledì 31 luglio 2013
Non aprite quella porta
Le ferie sono alle porte ed io, ovviamente, sono indietro con il lavoro. Tutto ciò che pensavo di terminare prima di andare in ferie è più o meno a metà, per cui probabilmente mi toccherà lavorare un po' anche nei primi giorni di vacanza.
Anche per questo motivo, lunedì, ho lavorato fino alle otto di sera, nonostante mi fossi ripromesso, per l'ultima settimana, di uscire prima, anche per fare un salto in spiaggia. Tornato a casa stanco, mi sono fiondato in doccia. Mentre mi sciacquavo, togliendomi di dosso i grani del mio docciaschiuma massage non so che che sembra come insaponarsi con la sabbia, ho sentito dei rumori venire dalla porta di casa.
Devo premettere che il condominio in cui vivo, pur essendo nuovo, è fatto coi piedi, per cui si sentono tutti i rumori del mondo dal pianerottolo, in particolare quando i vicini aprono e chiudono la loro porta di casa.
E così, non ci ho fatto molto caso, pensando che fossero loro che rientravano, ma all'improvviso mi sono accorto che era la mia porta di casa quella che si stava aprendo.
Ho chiuso il rubinetto della doccia ed ho aperto gli sportelli, con uno sguardo attonito e incerto, quando ho iniziato a sentire le voci. No, non parlo di voci nella mia testa, bensì voci di persone che si apprestavano a entrare in casa mia.
Terrorizzato, ho urlato:
"Chi è?"
"Sono Enrique, dell'agenzia immobiliaria"
Macheccazzo, ho pensato. Gli ho urlato di aspettare alla porta perché stavo uscendo dalla doccia e di non entrare, mentre mi asciugavo affannosamente e approssimativamente col mio accappatoio.
Sono uscito dal bagno, ancora mezzo bagnato, scalzo e soprattutto spaventato a morte e mi sono trovato nell'ingresso di casa il giovane Enrique con un ragazzo e una ragazza (che poi avrei scoperto essere americani, o qualcosa del genere, per il loro accento).
"Che cosa ci fate qui? Questa è casa mia" ho detto con tono nervoso e agitato.
"Sono venuto a mostrare l'appartamento ai ragazzi", mi ha risposto placidamente Enrique.
"Senta, io vivo qui da un anno e non mi risulta che sto per lasciare questa casa, ma chi vi ha dato le chiavi?"
Nel frattempo i due ragazzi hanno cominciato ad assumere un atteggiamento fastidiosamente divertito, della serie "Oh my gosh we're in a fucking Almodovarian scene" e il ragazzo non ha trovato niente di meglio che intervenire:
"Piacere, siamo i nuovi inquilini!"
Gli ho risposto con un sorriso così falso che trasudava odio, e mi sono rivolto di nuovo a Enrique:
"Ma poi come vi salta in mente entrare in casa della gente senza nemmeno suonare?"
"Io non avevo idea che ci fosse qualcuno", si è difeso, "mi hanno dato le chiavi in agenzia, guardi, ho anche la scheda dell'appartamento, questa è la mia agenzia". "Oh my god" ha sottolineato la ragazza.
"Senta io non so e non mi interessa di che agenzia siate ma non permettetevi più di entrare in questa casa", ho ripetuto, mentre la rabbia mi montava dentro.
"Forse dovresti parlare con la tua proprietaria", mi ha sfidato Enrique.
"Sì, ma anche tu col tuo capo. Ti rendi conto di che significa stare sotto la doccia e trovarsi gente in casa?". Ho cercato di trasmettergli la sensazione di Marion Crane Vs. Norman Bates che avevo provato pochi minuti prima, ma credo sia stato inutile.
Un po' di scuse, e i tre se ne sono andati, e percepivo che ai due non più potenziali acquirenti rideva anche il culo per quello che era appena successo.
Un unico sollievo: sarebbe potuta andare peggio.
giovedì 11 aprile 2013
Chúpate la mandarina, Manola
Da quando vivo nel nuovo appartamento di Calle Peris Mencheta mi sono deciso a fare più vida de barrio, anche se il barrio, il quartiere, non si è ancora accorto della mia esistenza.
Come se non bastasse, pur non essendo un no global di quelli che non si perdono un G8, ho iniziato a preferire fare la spesa nella piccola piuttosto che nella grande distribuzione, un po' per non dare i soldi a Mercadona e al suo super boss Juan Roig, un po' perché la qualità è decisamente migliore, e infine perché mi sono accorto che finisco addirittura per risparmiare.
E così, per esempio, compro le arance da una coppia di anziani che vendono quelle della loro terra quasi sotto casa mia, e compro la verdura e i salumi in un piccolo negozio tenuto da una coppia di mezza età in Calle Utiel.
Nel negozio, per quanto piccolo, ci sono tre sedie al centro: una per l'anziano padre della proprietaria (che credo si chiami Carmen), il quale controlla i passanti sempre con uno stuzzicadente in bocca, e due per clienti chiacchieroni che decidono di fare una sosta nel legozio. In pratica il negozio è così:
Il giorno del sabato santo sono andato a fare la spesa e il negozio era affollato in modo inusuale. Entrambe le sedie erano occupate da delle anziane, che si intrattenevano in conversazioni (a tratti in valenciano, a tratti in spagnolo) e pettegolezzi con altre tre signore che erano lì in piedi.
Già ero in attesa da una decina di minuti quando iniziai ad ascoltare quello che dicevano i presenti:
Signora n.1: "Insomma non ci vado molto d'accordo"
Signora n.2: "Nemmeno io eh, e durante le feste è peggio"
Signora n.1: "Ma sai cosa mi ha detto mia suocera una volta? Io le stavo dicendo che avevo preparato un piatto proprio come piace a suo marito e lei ha risposto: "Tu non conosci tuo suocero". Chúpate la mandarina, Manola.*"
Signora n.2: "Madre mia..."
Mentre io facevo il vago perché mi veniva da ridere, le signore si sono accorte di me e gli ho fatto pena:
"Povero ragazzo, noi qui a parlare e lui si deve sorbire i nostri discorsi"
"Non fa nulla, non preoccupatevi", ho risposto.
"Di dove sei? Non sei di qui.", mi ha apostrofato la Signora n.1. "Lasciami indovinare, sei inglese!" è intervenuta Carmen (?).
E così io ho spiegato che sono italiano, "aaaah" hanno sottolineato le altre clienti, mentre Carmen (?) ha detto che era sorpresa, dato il mio accento.
Finito questo siparietto, la Signora n.3 aveva finito di farsi servire e stava per appropinquarsi all'uscita, quando è stata fermata dalla Signora n.2:
"Concha! Aspetta, devo ridarti i soldi della lotteria". Hanno fatto i conti, e poi Concha se n'è andata.
Dopo un'altra decina di minuti finalmente fu il mio turno, e il marito di Carmen (?) si è rivolto a me:
"Allora: è più buono qui o in Italia il prosciutto?"
*Traduzione letterale: "Succhiati il mandarino, Emanuela". Traduzione libera: "Beccati questa".
Come se non bastasse, pur non essendo un no global di quelli che non si perdono un G8, ho iniziato a preferire fare la spesa nella piccola piuttosto che nella grande distribuzione, un po' per non dare i soldi a Mercadona e al suo super boss Juan Roig, un po' perché la qualità è decisamente migliore, e infine perché mi sono accorto che finisco addirittura per risparmiare.
E così, per esempio, compro le arance da una coppia di anziani che vendono quelle della loro terra quasi sotto casa mia, e compro la verdura e i salumi in un piccolo negozio tenuto da una coppia di mezza età in Calle Utiel.
Nel negozio, per quanto piccolo, ci sono tre sedie al centro: una per l'anziano padre della proprietaria (che credo si chiami Carmen), il quale controlla i passanti sempre con uno stuzzicadente in bocca, e due per clienti chiacchieroni che decidono di fare una sosta nel legozio. In pratica il negozio è così:
Il giorno del sabato santo sono andato a fare la spesa e il negozio era affollato in modo inusuale. Entrambe le sedie erano occupate da delle anziane, che si intrattenevano in conversazioni (a tratti in valenciano, a tratti in spagnolo) e pettegolezzi con altre tre signore che erano lì in piedi.
Già ero in attesa da una decina di minuti quando iniziai ad ascoltare quello che dicevano i presenti:
Signora n.1: "Insomma non ci vado molto d'accordo"
Signora n.2: "Nemmeno io eh, e durante le feste è peggio"
Signora n.1: "Ma sai cosa mi ha detto mia suocera una volta? Io le stavo dicendo che avevo preparato un piatto proprio come piace a suo marito e lei ha risposto: "Tu non conosci tuo suocero". Chúpate la mandarina, Manola.*"
Signora n.2: "Madre mia..."
Mentre io facevo il vago perché mi veniva da ridere, le signore si sono accorte di me e gli ho fatto pena:
"Povero ragazzo, noi qui a parlare e lui si deve sorbire i nostri discorsi"
"Non fa nulla, non preoccupatevi", ho risposto.
"Di dove sei? Non sei di qui.", mi ha apostrofato la Signora n.1. "Lasciami indovinare, sei inglese!" è intervenuta Carmen (?).
E così io ho spiegato che sono italiano, "aaaah" hanno sottolineato le altre clienti, mentre Carmen (?) ha detto che era sorpresa, dato il mio accento.
Finito questo siparietto, la Signora n.3 aveva finito di farsi servire e stava per appropinquarsi all'uscita, quando è stata fermata dalla Signora n.2:
"Concha! Aspetta, devo ridarti i soldi della lotteria". Hanno fatto i conti, e poi Concha se n'è andata.
Dopo un'altra decina di minuti finalmente fu il mio turno, e il marito di Carmen (?) si è rivolto a me:
"Allora: è più buono qui o in Italia il prosciutto?"
*Traduzione letterale: "Succhiati il mandarino, Emanuela". Traduzione libera: "Beccati questa".
venerdì 1 febbraio 2013
Arroz al Horno
L'unico piatto valenciano che ho imparato da solo a fare - e che, dal basso della mia non-valenzianità, mi sembra mi venga anche bene - è il riso al forno. Ma non per questo non ho combinato guai.
Ingredienti (per 4 persone: io, però, l'ho mangiato da solo, in 2 volte):
300 grammi di riso, quello tondo
200 grammi di costolette di maiale
150-200 gr di pancetta (di quella spessa, non il salume eh)
8 cucchiai d'olio
200 grammi di ceci (quelli in barattolo già cotti)
7-8 spicchi d'aglio
1 pomodoro grande
1 patata grande
700 ml di brodo di carne
Una bustina di colorante alimentare o zafferano
2 salsicce di morcilla
Innanzitutto: che minchia è la morcilla? La traduzione all'italiano sarebbe sanguinaccio. Ora, non fate le facce disgustate perché io sono più schizzinoso di tutti voi messi insieme, non so se davvero siano la stessa cosa, ma vi garantisco che, contro ogni mia aspettativa, la morcilla è buonissima. E ho provato a fare l'arroz al horno, quando ero dai miei, senza morcilla (sostituita con una salsiccia) ma perde tantissimo. Quindi, se non la potete trovare perché non siete in Spagna, vi attaccate al tram.
Per prima cosa tagliare a fette la patata e il pomodoro e accendere il forno a 200 ºC. Mettere l'olio in un tegame di terracotta, mettere a fuoco medio sui fornelli e aggiungere la patata, l'aglio (in camicia) e la carne, lasciandoli cucinare per un po'.
A quel punto, se siete sfigati come me, senza che voi ve ne accorgiate, il tegame di terracotta si spaccherà in due, facendo colare l'olio sul fornello di vetroceramica e invadendo la casa di un puzzo di bruciato. Per evitare di perdere tutto vi precipiterete al negozio cinese di Calle Vicent Zaragozá, "La Tienda del Barrio", comprerete un altro tegame e vi riprecipiterete a casa, dove metterete il contenuto del primo tegame in quello nuovo.
Se non siete sfigati come me, potete trascurare il paragrafo di cui sopra.
Dopo aver cotto le cose di cui sopra x 7-8 minuti, aggiungere le fette di pomodoro (basta dagli due volte, pochi secondi in tutto) e togliere tutto dal tegame, lasciando solo l'olio. In quell'olio, aggiungere il riso, con un poco di brodo (insomma va fatto cuocere sulla fiamma per un po') e, dopo 3-4 minuti inserire, nell'ordine:
- il brodo (se vi rompe i coglioni cucinarlo, come a me, comprate quello in brick al discount. Si algún valenciano acaba de leer esta frase, pues haga como si no la hubiese leído)
- il colorante
- la carne & l'aglio
- i ceci
- le fette di patata
- il pomodoro
... e mettete con cautela il tegame nel forno. Un po' di brodo vi cadrà a terra facendovi bestemmiare e macchiando il pavimento.
Lasciate in forno senza toccare per 30 minuti. Se siete stati bravi il riso si cuocerà bene, il brodo evaporerà e sarete felici e contenti. Il mio primo arroz al horno era così:
Ingredienti (per 4 persone: io, però, l'ho mangiato da solo, in 2 volte):
300 grammi di riso, quello tondo
200 grammi di costolette di maiale
150-200 gr di pancetta (di quella spessa, non il salume eh)
8 cucchiai d'olio
200 grammi di ceci (quelli in barattolo già cotti)
7-8 spicchi d'aglio
1 pomodoro grande
1 patata grande
700 ml di brodo di carne
Una bustina di colorante alimentare o zafferano
2 salsicce di morcilla
Innanzitutto: che minchia è la morcilla? La traduzione all'italiano sarebbe sanguinaccio. Ora, non fate le facce disgustate perché io sono più schizzinoso di tutti voi messi insieme, non so se davvero siano la stessa cosa, ma vi garantisco che, contro ogni mia aspettativa, la morcilla è buonissima. E ho provato a fare l'arroz al horno, quando ero dai miei, senza morcilla (sostituita con una salsiccia) ma perde tantissimo. Quindi, se non la potete trovare perché non siete in Spagna, vi attaccate al tram.
Per prima cosa tagliare a fette la patata e il pomodoro e accendere il forno a 200 ºC. Mettere l'olio in un tegame di terracotta, mettere a fuoco medio sui fornelli e aggiungere la patata, l'aglio (in camicia) e la carne, lasciandoli cucinare per un po'.
A quel punto, se siete sfigati come me, senza che voi ve ne accorgiate, il tegame di terracotta si spaccherà in due, facendo colare l'olio sul fornello di vetroceramica e invadendo la casa di un puzzo di bruciato. Per evitare di perdere tutto vi precipiterete al negozio cinese di Calle Vicent Zaragozá, "La Tienda del Barrio", comprerete un altro tegame e vi riprecipiterete a casa, dove metterete il contenuto del primo tegame in quello nuovo.
Se non siete sfigati come me, potete trascurare il paragrafo di cui sopra.
Dopo aver cotto le cose di cui sopra x 7-8 minuti, aggiungere le fette di pomodoro (basta dagli due volte, pochi secondi in tutto) e togliere tutto dal tegame, lasciando solo l'olio. In quell'olio, aggiungere il riso, con un poco di brodo (insomma va fatto cuocere sulla fiamma per un po') e, dopo 3-4 minuti inserire, nell'ordine:
- il brodo (se vi rompe i coglioni cucinarlo, come a me, comprate quello in brick al discount. Si algún valenciano acaba de leer esta frase, pues haga como si no la hubiese leído)
- il colorante
- la carne & l'aglio
- i ceci
- le fette di patata
- il pomodoro
... e mettete con cautela il tegame nel forno. Un po' di brodo vi cadrà a terra facendovi bestemmiare e macchiando il pavimento.
Lasciate in forno senza toccare per 30 minuti. Se siete stati bravi il riso si cuocerà bene, il brodo evaporerà e sarete felici e contenti. Il mio primo arroz al horno era così:
lunedì 21 gennaio 2013
Una settimana d'addio (II parte)
(continua da qui )
L'ultima settimana in palestra
Prima di tornare in Italia per le vacanze di Natale, quando ancora mi illudevo che i Maya avrebbero fatto il loro dovere il 21 dicembre, ero un po' con la testa tra le nuvole, e ho visto bene di lasciare un bel ricordo in palestra, dove già in precedenza mi ero fatto riconoscere.
Una mattina come tante, mentre mi preparavo per andare a lavoro, preparando la borsa per la palestra mi sono accorto che le mie scarpe da tennis erano scomparse. Non erano da nessuna parte. C'era un'unica spiegazione: le avevo lasciate in palestra il giorno prima.
Con la coda tra le gambe, prima di andare in ufficio sono passato in palestra nella speranza che le avessero ritrovate, ed ho parlato con la receptionist:
"Salve, ho lasciato ehm un paio di scarpe ieri..."
"Ah sì!" ha risposto lei, illuminandosi, per poi passare in modalità agente di polizia: "Che modello erano?"
"..."
"..."
"Beh sono bianche con un po' di rosso e di nero..."
"Hombre, hai appena descritto quasi tutte le scarpe da tennis" mi ha deriso lei.
"..."
"Almeno la marca?"
"Ehm credo siano Reebok... Ma quanta gente avrà lasciato delle scarpe?" ho risposto con un tono ironico ma non troppo, per ridicolizzare il suo atteggiamento poliziesco.
Lei si è messa a ridere, mi ha consegnato le mie scarpe (che, verificai, sono Reebok, bianche con un po' di rosso e di nero) e io me ne andai tutto contento e fiero del fatto che in pausa pranzo sarei potuto andarci.
Il giorno seguente, sempre ad ora di pranzo, ci sono tornato. Ho fatto esercizio, mi sono fatto la doccia e, dato che stavo morendo di fame, ho deciso di fermarmi a mangiare nel bar della palestra.
Avevo appena ordinato un'insalata mista e il pollo alla piastra quando è squillato il cellulare di un ragazzo che era a mangiare lì e, prima, era in sala pesi con me.
"Ah, sì, aspetta un attimo" ha detto al telefono. Poi, girandosi verso di me, che ero due tavoli più in là, mi ha detto: "sei tu che hai lasciato un orologio negli spogliatoi?"
Trascurando il fatto che uno sconosciuto si sia rivolto non a tutti i presenti, ma esattamente a me nel momento in cui ha appurato il fatto, io mi sono toccato il polso e ho realizzato di aver davvero dimenticato l'orologio.
"Oddio, sì!" ho risposto, trasecolando.
"Passa in reception che te lo ridanno", mi ha risposto, "sei stato fortunato eh..."
"..."
Mi sono alzato, sono andato in reception e c'era la stessa ragazza del giorno prima.
"Avete voi il mio orologio?" ho chiesto.
"Che marca?" mi ha interrogato lei, "questa volta la sai?" e si è messa a ridere.
"Emporio Armani", le ho risposto, con uno sguardo che diceva sì, la so, stronza.
Sono tornato a sedere al bar, sentendomi osservato, e ho mangiato in silenzio, pregando che i Maya anticipassero di qualche giorno i loro programmi. E loro, di tutta risposta, li hanno annullati.
L'ultima settimana in palestra
Prima di tornare in Italia per le vacanze di Natale, quando ancora mi illudevo che i Maya avrebbero fatto il loro dovere il 21 dicembre, ero un po' con la testa tra le nuvole, e ho visto bene di lasciare un bel ricordo in palestra, dove già in precedenza mi ero fatto riconoscere.
Una mattina come tante, mentre mi preparavo per andare a lavoro, preparando la borsa per la palestra mi sono accorto che le mie scarpe da tennis erano scomparse. Non erano da nessuna parte. C'era un'unica spiegazione: le avevo lasciate in palestra il giorno prima.
Con la coda tra le gambe, prima di andare in ufficio sono passato in palestra nella speranza che le avessero ritrovate, ed ho parlato con la receptionist:
"Salve, ho lasciato ehm un paio di scarpe ieri..."
"Ah sì!" ha risposto lei, illuminandosi, per poi passare in modalità agente di polizia: "Che modello erano?"
"..."
"..."
"Beh sono bianche con un po' di rosso e di nero..."
"Hombre, hai appena descritto quasi tutte le scarpe da tennis" mi ha deriso lei.
"..."
"Almeno la marca?"
"Ehm credo siano Reebok... Ma quanta gente avrà lasciato delle scarpe?" ho risposto con un tono ironico ma non troppo, per ridicolizzare il suo atteggiamento poliziesco.
Lei si è messa a ridere, mi ha consegnato le mie scarpe (che, verificai, sono Reebok, bianche con un po' di rosso e di nero) e io me ne andai tutto contento e fiero del fatto che in pausa pranzo sarei potuto andarci.
Il giorno seguente, sempre ad ora di pranzo, ci sono tornato. Ho fatto esercizio, mi sono fatto la doccia e, dato che stavo morendo di fame, ho deciso di fermarmi a mangiare nel bar della palestra.
Avevo appena ordinato un'insalata mista e il pollo alla piastra quando è squillato il cellulare di un ragazzo che era a mangiare lì e, prima, era in sala pesi con me.
"Ah, sì, aspetta un attimo" ha detto al telefono. Poi, girandosi verso di me, che ero due tavoli più in là, mi ha detto: "sei tu che hai lasciato un orologio negli spogliatoi?"
Trascurando il fatto che uno sconosciuto si sia rivolto non a tutti i presenti, ma esattamente a me nel momento in cui ha appurato il fatto, io mi sono toccato il polso e ho realizzato di aver davvero dimenticato l'orologio.
"Oddio, sì!" ho risposto, trasecolando.
"Passa in reception che te lo ridanno", mi ha risposto, "sei stato fortunato eh..."
"..."
Mi sono alzato, sono andato in reception e c'era la stessa ragazza del giorno prima.
"Avete voi il mio orologio?" ho chiesto.
"Che marca?" mi ha interrogato lei, "questa volta la sai?" e si è messa a ridere.
"Emporio Armani", le ho risposto, con uno sguardo che diceva sì, la so, stronza.
Sono tornato a sedere al bar, sentendomi osservato, e ho mangiato in silenzio, pregando che i Maya anticipassero di qualche giorno i loro programmi. E loro, di tutta risposta, li hanno annullati.
mercoledì 14 novembre 2012
Relaciones peligrosas
Quando mi sono trasferito a Valencia non pensavo che, nel giro di circa un anno, mi sarei avvicinato in modo così rapido alle figure losche che contraddistinguono le sue alte sfere.
Proprio la settimana dopo che ho traslocato nel mio attuale appartamento, praticamente sotto casa mia ha aperto un "circolo privato" (così recita, sotto al nome del locale, l'insegna) gestito da un gruppetto di bancabbestia
(sì, bancabbestia, avete letto bene. Un bancabbestia è un punkabbestia che in realtà ha un conto corrente con più zeri del mio)
che praticamente non fanno altro che fumare canne. Io vivo al primo piano e l'ingresso del loro circolo è sotto al balconcino che ho in soggiorno, sì e no a quindici metri sulla sinistra. Il consumo di marijuana in quel "circolo" è così elevato che la settimana scorsa, mentre cenavo guardando un episodio di Dexter con la finestra del soggiorno aperta, l'odore entrava dentro casa mia. Non scherzo. Se non fosse per i due-tre cani che ogni tanto si portano lì nel pomeriggio nei week-end quando fanno le pulizie, uno dei quali si chiama Bambola (mi dite come cazzo si può chiamare un cane "Bambola"?) che abbaiano continuamente e che loro lasciano cagare proprio accanto al portone del mio palazzo, non mi darebbero alcun fastidio.
Ma infondo loro sono innocui, e non sono le figure losche delle alte sfere a cui facevo riferimento all'inizio, anzi non so perché ne stessi parlando.
Alcuni mesi fa ho scoperto che nella mia palestra è iscritto - rullo di tamburi - Ricardo Costa.
Ricardo Costa Climent è un politico quarantenne valenciano, manco a dirlo del PP, deputato alle Corts Valenciane (il consiglio regionale) da alcune legislature, ex portavoce del gruppo del PP alle Corts stesse.
Fu sospeso dalla sua posizione nel PP quando saltò fuori il suo ruolo nel caso Gürtel, probabilmente uno dei casi di corruzione più grandi d'Europa, nel quale si scoprì tramite intercettazioni ambientali e telefoniche come un gruppo di imprese - che avevano organizzato eventi per il Partido Popular - otteneva vantaggi nell'aggiudicazione di appalti grazie a regali e pagamenti vari fatti a politici del PP.
Tra le altre cose, regalavano completi da uomo, pantaloni etc. e tra le persone coinvolte, nella Comunidad Valenciana, c'erano appunto Ricardo Costa e l'allora Presidente della Comunidad, Francisco Camps.
In sostanza, se il PP spagnolo corrisponde al PDL italiano, Ricardo Costa è il Franco Fiorito della Comunidad Valenciana, anche se di aspetto decisamente migliore, e Camps è Formigoni. Quindi Franco Fiorito viene in palestra con me.
Nelle intercettazioni di un caso affine, Ricardo Costa viene chiamato Mimosin, cioè Coccolino. io non so perché, sarà perché ha la faccia da pacioccone? Non direi proprio: vedendolo in palestra, mi sembra un evidente caso di narcisismo ed egocentrismo.
La prima volta che lo vidi, mi stavo dirigendo alla macchina per gli addominali e lui, scartandomi, l'ha occupata. Io non voglio dire che me l'ha rubata, ecco, però il risultato è lo stesso. La seconda volta è stato quasi tutto il tempo a parlare al cellulare: io gli passavo accanto di tanto in tanto facendo il vago con aria tipo "hm, non capisco se usare questi attrezzi o quelli lì a fianco, ci rifletterò un po' ", nella speranza di captare una frase compromettente (se non regali della trama Gürtel, almeno che parlasse con un'amante), ma niente.
Ma l'incontro-scontro più importante è stato alcune settimane fa, quando, andando di fretta in bicicletta, ho rischiato di metterlo sotto mentre faceva jogging sulla pista ciclabile. Lui mi ha urlato qualcosa dietro, forse "Lei non sa chi sono io!", ma non l'ho sentito.
Onestamente avrei voluto gridargli qualcosa contro, o metterlo sotto con la bici, così sarei passato agli onori della cronaca come quelli che hanno lasciato un cumulo di feci accanto all'armadietto di Camps, ma non ne ho avuto il coraggio.
Sarà per la prossima volta?
Proprio la settimana dopo che ho traslocato nel mio attuale appartamento, praticamente sotto casa mia ha aperto un "circolo privato" (così recita, sotto al nome del locale, l'insegna) gestito da un gruppetto di bancabbestia
(sì, bancabbestia, avete letto bene. Un bancabbestia è un punkabbestia che in realtà ha un conto corrente con più zeri del mio)
che praticamente non fanno altro che fumare canne. Io vivo al primo piano e l'ingresso del loro circolo è sotto al balconcino che ho in soggiorno, sì e no a quindici metri sulla sinistra. Il consumo di marijuana in quel "circolo" è così elevato che la settimana scorsa, mentre cenavo guardando un episodio di Dexter con la finestra del soggiorno aperta, l'odore entrava dentro casa mia. Non scherzo. Se non fosse per i due-tre cani che ogni tanto si portano lì nel pomeriggio nei week-end quando fanno le pulizie, uno dei quali si chiama Bambola (mi dite come cazzo si può chiamare un cane "Bambola"?) che abbaiano continuamente e che loro lasciano cagare proprio accanto al portone del mio palazzo, non mi darebbero alcun fastidio.
Ma infondo loro sono innocui, e non sono le figure losche delle alte sfere a cui facevo riferimento all'inizio, anzi non so perché ne stessi parlando.
Alcuni mesi fa ho scoperto che nella mia palestra è iscritto - rullo di tamburi - Ricardo Costa.
Ricardo Costa Climent è un politico quarantenne valenciano, manco a dirlo del PP, deputato alle Corts Valenciane (il consiglio regionale) da alcune legislature, ex portavoce del gruppo del PP alle Corts stesse.
Fu sospeso dalla sua posizione nel PP quando saltò fuori il suo ruolo nel caso Gürtel, probabilmente uno dei casi di corruzione più grandi d'Europa, nel quale si scoprì tramite intercettazioni ambientali e telefoniche come un gruppo di imprese - che avevano organizzato eventi per il Partido Popular - otteneva vantaggi nell'aggiudicazione di appalti grazie a regali e pagamenti vari fatti a politici del PP.
Tra le altre cose, regalavano completi da uomo, pantaloni etc. e tra le persone coinvolte, nella Comunidad Valenciana, c'erano appunto Ricardo Costa e l'allora Presidente della Comunidad, Francisco Camps.
In sostanza, se il PP spagnolo corrisponde al PDL italiano, Ricardo Costa è il Franco Fiorito della Comunidad Valenciana, anche se di aspetto decisamente migliore, e Camps è Formigoni. Quindi Franco Fiorito viene in palestra con me.
Nelle intercettazioni di un caso affine, Ricardo Costa viene chiamato Mimosin, cioè Coccolino. io non so perché, sarà perché ha la faccia da pacioccone? Non direi proprio: vedendolo in palestra, mi sembra un evidente caso di narcisismo ed egocentrismo.
La prima volta che lo vidi, mi stavo dirigendo alla macchina per gli addominali e lui, scartandomi, l'ha occupata. Io non voglio dire che me l'ha rubata, ecco, però il risultato è lo stesso. La seconda volta è stato quasi tutto il tempo a parlare al cellulare: io gli passavo accanto di tanto in tanto facendo il vago con aria tipo "hm, non capisco se usare questi attrezzi o quelli lì a fianco, ci rifletterò un po' ", nella speranza di captare una frase compromettente (se non regali della trama Gürtel, almeno che parlasse con un'amante), ma niente.
Ma l'incontro-scontro più importante è stato alcune settimane fa, quando, andando di fretta in bicicletta, ho rischiato di metterlo sotto mentre faceva jogging sulla pista ciclabile. Lui mi ha urlato qualcosa dietro, forse "Lei non sa chi sono io!", ma non l'ho sentito.
Onestamente avrei voluto gridargli qualcosa contro, o metterlo sotto con la bici, così sarei passato agli onori della cronaca come quelli che hanno lasciato un cumulo di feci accanto all'armadietto di Camps, ma non ne ho avuto il coraggio.
Sarà per la prossima volta?
giovedì 25 ottobre 2012
Come uno zombie
Negli ultimi otto giorni sono stato chiuso in casa, per colpa di un'influenza tramutatasi in tonsillite che mi ha fatto vedere i sorci verdi.
Per una settimana non ho visto altro che le mura di casa, ad eccezione di giovedì scorso, quando, credendo di stare meglio, sono tornato a lavoro per un po' di ore, per poi tornare a casa in uno stato ancora peggiore. L'unica cosa positiva è che ne approfittai per fare un po' di scorta di frutta e verdura in Calle Mistral. Proprio lì dove la strada fa angolo con la piazzetta di Benimaclet c'è il mio fruttivendolo di fiducia (se si può definire "di fiducia" un negozio in cui vado da due mesi saltuariamente). Il motivo principale per cui vado lì è perché la palazzina in cui si trova è bellissima, ricoperta di maioliche in una sorta di collage privo di senso. Proprio quella palazzina era stato il set di alcune scene de La Mala Educación di Almodovar, ma, a prescindere da questo, andare a fare la compra lì mi mette di buon umore per il semplice fatto di vedere la palazzina di cui sopra.
In realtà, giovedì non sortì l'effetto desiderato, perché solo volevo tornare a casa il prima possibile, e per fortuna che casa mia si trova si e no a 200 metri da lì.
Ma non è di ortofrutta che volevo parlare.
Stare chiuso in casa, isolato dagli esseri umani - intendo in carne ed ossa - già dopo un paio di giorni ha cominciato ad avere i primi effetti collaterali: avevo iniziato a dire cose, di tanto in tanto, al mio pappagallo, che ovviamente rispondeva picche. Avere la febbre alta (fino a 40 gradi), poi, spinge verso l'inazione, potrebbe far morire di inedia non tanto per la mancanza di fame quanto per la difficoltà che si ha ad alzare anche solo un dito.
E così, l'unica cosa da fare per ammazzare il tempo era guardare telefilm in streaming. E così, ho deciso di iniziare a guardare The Walking Dead, che parla delle (dis)avventure di un gruppo di gente che cerca di sopravvivere ad una non meglio spiegata epidemia zombie attraversando gli Stati Uniti. Non so se è stata l'impossibilità di fare altro, ma sta di fatto che mi sono rapidamente appassionato, cominciando a provare empatia verso i protagonisti (vivi) nonostante il mio stato mi facesse sembrare di più uno dei loro nemici (zombie).
Nel pieno di questo zombie-trend, che mi faceva pensare che lo stesso poteva stare accadendo a Valencia nel frattempo senza che io me ne rendessi conto, ho anche visto una miniserie inglese che si chiama Dead Set sempre a tema zombie, con l'aggiunta di uno humor nero tipico britannico che la rende davvero spassosa e divertente (se non fosse per budella, crani spaccati e fiotti di sangue che si vedono ogni 5 minuti... ma dopotutto è una miniserie che parla di zombie). E poi la trama è tutto un programma: un'invasione di zombie ha devastato la Gran Bretagna e gli unici sopravvissuti sono i ragazzi del Grande Fratello. Come si fa a non vederla?
Ad ogni modo, questa cultura zombologica che mi sono fatto in questi giorni mi ha insegnato che, anche se gli zombie non esistono, l'umanità sembra avere ben chiare le loro caratteristiche:
1) Se vieni morso da uno zombie prendi la zombite e, dopo una lunga febbre, muori e ti trasformi in uno di loro.
2) Gli zombie non sanno nuotare.
3) Gli zombie non hanno battito cardiaco, è tutto un impulso cerebrale.
4) Gli zombie non hanno nulla in comune con ciò che erano quando vivi.
5) Per uccidere uno zombie, devi colpirlo in testa. Puoi decapitarlo, ma se la testa rimane integra continuerà a ringhiare. Se gli tagli gli arti, striscerà ancora verso di te.
6) Gli zombie ringhiano.
... ed io, da uomo di scienza e coscienza, ne ho anche ben chiare le incongruenze:
a. Gli zombie non cagano? voglio dire, stanno continuamente a mangiare carne e roba sanguigna, dove mettono tutto quel cibo?
b. Se gli zombie sono in realtà morti, il loro corpo non dovrebbe andare in decomposizione? Se così fosse si estinguerebbero da soli
c. Capisco nella campagna americana dove la gente ha case con porte fatte di carta velina, ma io ho una porta blindata e vivo al primo piano, come farebbero gli zombie a raggiungermi? in generale, io credo che in Europa potremmo sopravvivere molto meglio.
Per fortuna oggi sono tornato a lavoro e posso ricominciare a pensare a cose serie.
Per una settimana non ho visto altro che le mura di casa, ad eccezione di giovedì scorso, quando, credendo di stare meglio, sono tornato a lavoro per un po' di ore, per poi tornare a casa in uno stato ancora peggiore. L'unica cosa positiva è che ne approfittai per fare un po' di scorta di frutta e verdura in Calle Mistral. Proprio lì dove la strada fa angolo con la piazzetta di Benimaclet c'è il mio fruttivendolo di fiducia (se si può definire "di fiducia" un negozio in cui vado da due mesi saltuariamente). Il motivo principale per cui vado lì è perché la palazzina in cui si trova è bellissima, ricoperta di maioliche in una sorta di collage privo di senso. Proprio quella palazzina era stato il set di alcune scene de La Mala Educación di Almodovar, ma, a prescindere da questo, andare a fare la compra lì mi mette di buon umore per il semplice fatto di vedere la palazzina di cui sopra.
In realtà, giovedì non sortì l'effetto desiderato, perché solo volevo tornare a casa il prima possibile, e per fortuna che casa mia si trova si e no a 200 metri da lì.
Ma non è di ortofrutta che volevo parlare.
Stare chiuso in casa, isolato dagli esseri umani - intendo in carne ed ossa - già dopo un paio di giorni ha cominciato ad avere i primi effetti collaterali: avevo iniziato a dire cose, di tanto in tanto, al mio pappagallo, che ovviamente rispondeva picche. Avere la febbre alta (fino a 40 gradi), poi, spinge verso l'inazione, potrebbe far morire di inedia non tanto per la mancanza di fame quanto per la difficoltà che si ha ad alzare anche solo un dito.
E così, l'unica cosa da fare per ammazzare il tempo era guardare telefilm in streaming. E così, ho deciso di iniziare a guardare The Walking Dead, che parla delle (dis)avventure di un gruppo di gente che cerca di sopravvivere ad una non meglio spiegata epidemia zombie attraversando gli Stati Uniti. Non so se è stata l'impossibilità di fare altro, ma sta di fatto che mi sono rapidamente appassionato, cominciando a provare empatia verso i protagonisti (vivi) nonostante il mio stato mi facesse sembrare di più uno dei loro nemici (zombie).
Nel pieno di questo zombie-trend, che mi faceva pensare che lo stesso poteva stare accadendo a Valencia nel frattempo senza che io me ne rendessi conto, ho anche visto una miniserie inglese che si chiama Dead Set sempre a tema zombie, con l'aggiunta di uno humor nero tipico britannico che la rende davvero spassosa e divertente (se non fosse per budella, crani spaccati e fiotti di sangue che si vedono ogni 5 minuti... ma dopotutto è una miniserie che parla di zombie). E poi la trama è tutto un programma: un'invasione di zombie ha devastato la Gran Bretagna e gli unici sopravvissuti sono i ragazzi del Grande Fratello. Come si fa a non vederla?
Ad ogni modo, questa cultura zombologica che mi sono fatto in questi giorni mi ha insegnato che, anche se gli zombie non esistono, l'umanità sembra avere ben chiare le loro caratteristiche:
1) Se vieni morso da uno zombie prendi la zombite e, dopo una lunga febbre, muori e ti trasformi in uno di loro.
2) Gli zombie non sanno nuotare.
3) Gli zombie non hanno battito cardiaco, è tutto un impulso cerebrale.
4) Gli zombie non hanno nulla in comune con ciò che erano quando vivi.
5) Per uccidere uno zombie, devi colpirlo in testa. Puoi decapitarlo, ma se la testa rimane integra continuerà a ringhiare. Se gli tagli gli arti, striscerà ancora verso di te.
6) Gli zombie ringhiano.
... ed io, da uomo di scienza e coscienza, ne ho anche ben chiare le incongruenze:
a. Gli zombie non cagano? voglio dire, stanno continuamente a mangiare carne e roba sanguigna, dove mettono tutto quel cibo?
b. Se gli zombie sono in realtà morti, il loro corpo non dovrebbe andare in decomposizione? Se così fosse si estinguerebbero da soli
c. Capisco nella campagna americana dove la gente ha case con porte fatte di carta velina, ma io ho una porta blindata e vivo al primo piano, come farebbero gli zombie a raggiungermi? in generale, io credo che in Europa potremmo sopravvivere molto meglio.
Per fortuna oggi sono tornato a lavoro e posso ricominciare a pensare a cose serie.
domenica 23 settembre 2012
El periquito
La mia opinione in merito al fatto di vivere con altre persone è ormai netta: non ho più l'età. Per quanto abbia dei bellissimi ricordi degli anni passati condividendo l'appartamento negli anni passati a Bologna, aver vissuto da solo nell'ultimo anno e mezzo mi ha fatto apprezzare le gioie della solitudine abitativa ed ero convinto che non sarei potuto tornare indietro, salvo per periodi molto brevi per ospitare degli amici.
Tuttavia, come sempre, sono stato incoerente. E così, da giovedì, condivido l'appartamento con un pappagallo - per essere precisi, una cocorita.
Alcuni mesi fa un mio amico ha trovato questa cocorita sulla sua terrazza, giunta da chissà dove, e così si è procurato una gabbietta e l'ha tenuto un po' in casa, anche se controvoglia, anche perché il suo cane era gelosissimo. E così, mi sono proposto per offrirgli alloggio a casa mia.
Giovedì scorso mi ha portato il pappagallo, con tanto di gabbietta e cibo, l'ho collocato in soggiorno vicino alla finestra con vista su Peris Mencheta (cioè: con vista su un altro palazzo), abbiamo deciso all'unanimità e senza necessità di discutere che l'avrei chiamato Maria José, e poi siamo andati all'EnBabia a bere.
Fatto sta che proprio giovedì notte mi sono svegliato di soprassalto, forse a causa di un sogno che stavo facendo, e ho sentito dei rumori strani provenire dal soggiorno. Visto che è ancora estate, io dormo con la finestra aperta, anche se tenendo la serranda abbassata, e ho iniziato a temere che fossero entrati i ladri. Il rumore - una specie di strano fruscio - si è ripetuto, ed io ho iniziato ad avere paura.
A metà tra il terrore e l'eccitazione da oh-mio-dio-la-mia-vita-è-come-un-thriller, mi sono alzato dal letto e ho iniziato a percorrere il corridoio verso il soggiorno. Non sapevo cosa fare per far scappare i ladri, avevo le mani nude e ho pensato che un semplice colpo di tosse non sarebbe stato sufficiente a farli scappare. Anzi, magari mi avrebbero ucciso.
Il rumore si è ripetuto, io ero sull'orlo dell'infarto causa tachicardia, ho girato l'angolo del corridoio, ho acceso la luce e Maria José (il pappagallo) ha fatto un verso strano e poi ha svolazzato un po' nella gabbia, ripetendo il rumore che avevo sentito prima.
Altro che ladri. Avevo completamente dimenticato che avevo un pappagallo in casa.
venerdì 24 agosto 2012
El peluquero vengador
Uno dei vantaggi di vivere a Benimaclet è che si hanno tutti i servizi a portata di mano. Accanto al portone ho la farmacia, attraverso la strada e ci sono due supermercati, a 50 metri c'è il Centro di Salute (dove si trovano i medici di base), ci sono diverse palestre, due piscine e ci sono negozi per comprare un po' di tutto.
Quando si ha tutto a portata di mano si diventa un po' pigri, e così quando ho dovuto tagliarmi i capelli per la prima volta volevo un barbiere a portata di mano. Magari sulla strada che va dal lavoro a casa mia.
Manco a farlo apposta, c'è un parrucchiere su Calle Vicent Zaragozà, che è proprio dove mi serviva. La prima volta che andai lì non ero pienamente soddisfatto, ma infondo il taglio non era male e il fattore vicinanza era un forte vantaggio. C'è di più: verso la metà della primavera, il peluquero ha introdotto sconti del 50% su TUTTO. Per questo, sono tornato a tagliarmi i capelli lì lo scorso aprile. Avrei dovuto capire che qualcosa sarebbe andato storto dal fatto che il mio ingresso (in pompa magna) nella peluqueria è stato accompagnato dalle note della sigla di Twin Peaks:
Mi sono seduto ad aspettare il mio turno e, quando finalmente è arrivato, mi sono tolto gli auricolari che mi ero messo per evitare di angosciarmi e ho scoperto che, da un punto di vista musicale, la situazione era precipitata: c'era la colonna sonora di Profondo Rosso. Ci siamo capiti? Immaginate di prepararvi a tagliarvi i capelli ed essere accompagnati da queste note:
Capite bene che da una cosa del genere non può uscire nulla di buono. Voglio dire, per essere all'altezza della colonna sonora, un barbiere deve come minimo inavvertitamente pugnalarti con le forbici mentre ti taglia i capelli e poi usare il tuo sangue per fare la tinta alla signora di mezza età a cui tocca dopo di te.
Qualcosa di tragico ci fu: il mio taglio di capelli. Un disastro, che io a mosca cieca sarei riuscito a fare in maniera meno evidente. Dopo avermi tagliato i capelli, mi stava lasciando andar via con la testa bagnata e tutti i capelli tagliati sulla faccia e sul collo, al punto che dovetti chiedergli io di darmi almeno una sciacquata alla testa.
Nonostante ciò, tornai un'altra volta, attratto dai 7.50 € del taglio + shampoo, e la conversazione all'inizio fu netta:
" Come vuoi che te li tagli? "
" Beh rasali, falli molto corti."
" Sì? La volta scorsa li abbiamo fatti un po' più lunghi, secondo me ti stanno meglio "
'Sì, ma sembravo uscito da un campo di concentramento' ho pensato io, ma mi sono limitato a dire "Eh sai, l'estate... Il caldo..."
Con un taglio così semplice, il disastro era impossibile, eppure lui ebbe il coraggio di dirmi, a fine taglio: "Per le basette, è meglio se te le fai tu a casa che puoi farle con più precisione".
Ma che cazzo. Capisco che avessi un po' di barba, ma se non sai fare le basette, che parrucchiere sei?
Non ci tornerò più: se non altro, perché ieri ho avuto la conferma che non solo è incapace, ma è cattivo. Anzi, vendicativo.
Ieri sono andato a Paterna con Alba e Carlos, e mentre eravamo in metro Alba mi ha detto, sconsolata:
" Sai, credo di essere andata dal parrucchiere che ti aveva fatto il taglio terribile "
" Oh oh "
" Oggi volevo farmi la tinta e ne cercavo disperatamente uno aperto. Ho trovato lui e già temevo fosse quello di cui mi avevi parlato "
" Beh dai non mi sembra che ti abbia - - "
" Guarda. Mi ha colorato il cuoio capelluto "
" Merda. "
" E secondo me è vendicativo "
" Sì, sì, è cattivo ", l'ho aizzata io.
" Mi ha detto 'ma questi capelli li hai tagliati tu? il taglio è disuguale' ti rendi conto?"
" Non capisce un cazzo di tagli di capelli da modernos. E poi tu li hai tagliati a Ruzafa ". E, scusate se poco, il quartiere di Ruzafa è proprio il quartiere dei modernos.
" Mi ha detto 'ti faccio il trattamento per i capelli secchi? hai i capelli molto secchi' e quando gli ho detto di no ha solo risposto 'OK' e mi ha fatta andare via con i capelli appena asciugati e arruffati! Ho pregato per tutto il tragitto di non incontrare nessuno che conoscessi!"
" Era una vendetta. " ho risposto io scuotendo la testa.
" E mi ha tinto la fronte. Guarda qui! Si vede ancora, anche se poco. Alla fine mi ha detto ridendo 'eheh, io ti ho messo la crema ma la tua pelle assorbe di tutto! Quando sei a casa magari passaci qualcosa per togliere il colore' ma ti pare?! E poi 18 euro, scusa ma questo 50% io non lo vedo!"
" In pratica, se lui non sa fare il suo lavoro è colpa della tua pelle!"
E abbiamo chiuso lì il discorso, perché ci stavamo innervosendo fin troppo. In realtà, adesso ho capito perché non mi ha tagliato le basette. E anche perché mi tagliò i capelli male la seconda volta: poco prima, al mio "sono italiano" aveva risposto gelidamente "Ah. Il mio ex ragazzo era italiano". Per il mio bene, è proprio meglio se non ci torno più.
lunedì 30 luglio 2012
Gate, Pedro, Claudia y el Negro
(27 giugno 2012)
Ieri sono uscito dal lavoro in anticipo perché avevo fissato
un appuntamento dal dermatologo. L’appuntamento era alle 6.30, ma, visto che
dovevo arrivare fino alla zona dei Pijos, poco prima delle sei ero già sulla
mia bici.
Arrivato nello studio, mi sono avvicinato alla signora della
reception:
“Salve, io ho un appuntamento alle 18.30”
“Ah sì, Gaetano. È la prima volta che vieni?”
“No, ero venuto già a fine gennaio”
“Che strano, io non ti trovo nel sistema”
“C’è l’apostrofo nel cognome”
“Ah eccoti! Però qui ti chiami Pedro”
” … “
” … “
“Ehm no, non mi chiamo Pedro, mi chiamo Gaetano.”
Dopo la visita, durata 6 minuti e costata 60 euro (un ritmo
da 10 euro al minuto, niente male il Dott.), sono passato in farmacia a
prendere la pomata che mi era stata prescritta. “Mi spiace ma non ce l’abbiamo
disponibile, se vuole posso ordinarla e domattina ce l’avremo già”, mi ha
detto, affranta, la farmacista. Io ho acconsentito, e lei mi ha chiesto il nome
per inserirlo nel sistema.
“Gaetano. G-a-e-t-a-n-o. E il cognome è…”
“Oh facilissimo, già fatto.”
A quel punto ho visto sul suo schermo che aveva scritto “Gate”
e stava per premere invio:
“Ma veram… Ehm…”
“E’ sufficiente il nome, non si preoccupi”
” … “
Non sapevo se essere affranto o offeso, ma a quel punto mi
sono diretto al Mercadona, il supermercato che ho giusto di fronte casa, per
fare la spesa. Avere un Mercadona di fronte a casa non è una mia prerogativa:
Mercadona è come un virus diffusissimo in Spagna e soprattutto a Valencia, e
ogni valenciano ne ha uno nel raggio di 50 metri da casa:
Quando ero alla cassa, con i miei auricolari e la musica
nelle orecchie, ho visto che il ragazzo che era davanti a me mi stava dicendo
qualcosa
” …azione!”
“Ehm, scusa? Non sentivo”
“Sei venuto a fare la spesa per la colazione!”
“Eh già”, ho risposto io, con un filo di vergogna, guardando
la poca roba che avevo appena poggiato sulla cassa: la scatola da 6 litri di
latte, le magdalenas integrali e il barattolo di Nesquik. (C’era anche un
deodorante, ma quello chiaramente non è per la colazione)
“Io ho dimenticato di comprare il latte, ma non ho voglia di
tornare indietro”
“ … “
Mentre pagavo, lui si era fermato ad aspettarmi, e così,
uscendo, abbiamo continuato a parlare:
“Io sono Gaetano”, gli ho detto, dandogli la mano.
“Io Pedro, mucho gusto “
“Quello del dermatologo…”
“Come hai detto scusa?”
“Niente, lascia perdere!” ho risposto, con un po’ di
imbarazzo.
“Di dove sei? Hai uno strano accento”, mi ha chiesto, e così
gli ho spiegato che sono italiano, che no, non sono uno studente Erasmus ma
grazie per aver creduto che io sia ancora uno studente, e sì, a Valencia si
vive bene. Tutto questo in circa 30 metri.
Mi sono fermato al semaforo per attraversare e ho fatto per
salutarlo: “Io attraverso qui, vivo in questo palazzo”.
“Il numero 2!” mi ha risposto, sorpreso.
“Ehm sì”
“Anch’io sono lì. Ottavo piano. Ma non vivo qui, sono in
vacanza. Sono ospite da amici. Conosci Claudia y el Negro ?”
“No… in realtà non conosco nessuno del palazzo, salvo Juan
Carlos, il portinaio”
“E come mai?” mi ha detto guardandomi sorpreso, come se io
fossi un triste asociale che non si era ancora integrato nella Comunidad .
“Ehm non lo so. Non ho mai fatto amicizia con i condomini”
“Bene allora domani vieni a fare un aperitivo italiano da
Claudia y el Negro. Anche Claudia è italiana. Sicuro che non la conosci?”
“Grazie, mi farebbe piacere, ma a Claudia e al Negro farà
piacere?”
“Siamo all’ottavo piano”, mi ha risposto, ignorandomi.
“Io al quarto”, ho detto, mentre arrivava l’ascensore.
Dopo esserci scambiati i contatti, ci stavamo salutando e
lui ha rincarato la dose: “Bene a domani allora, così inizi a conoscere un po’
di gente qui a Valencia!”
“Ma veramente io conosco gente, solo che non vive qui in
questo palazzo”
“Fa lo stesso!”
” … “
E così, stasera, Gate farà aperitivo con Pedro, Claudia y el
Negro.
Iscriviti a:
Post (Atom)








