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lunedì 30 giugno 2014

El cliente número 500



Circa un mese fa, tramite Grupon, ho comprato insieme a due amici un buono di dieci lezioni di bikram yoga da realizzare presso un centro a pochi metri dalla Finca Roja. Per chi non lo sapesse, il bikram yoga è una serie di posture di yoga (nel mio caso, per una durata totale di 90 minuti) che si svolge a una temperatura di 40 gradi.

Per come lo vedo io, per fare bene yoga sono necessari, tra le altre cose, concentrazione, senso dell'equilibrio e grande coordinazione. Io non possiedo nessuna di queste qualità.

Le lezioni di bikram sono abbastanza care, tant'è vero che un mese di abbonamento nel centro dove io vado costa 100 €, ma l'offerta di Grupon era piuttosto economica: costava 40 €. Inoltre, mentre completavo l'acquisto, Grupon mi ha comunicato con giubilo che mi regalava 10 € aggiuntivi di sconto, per cui alla fine l'acquisto è stato molto economico.

Ieri sono andato alla mia quinta lezione dove, come sempre, ho perso circa tre litri di liquidi in sudore e, nonostante alcune posture proprio non riuscirò mai a farle, ero piuttosto contento. Sicuramente più della volta precedente, quando sono dovuto stare per quasi un terzo del tempo fermo perché altrimenti sarei svenuto.
All'uscita, il maestro, che è francese, mi ha fermato tutto allegro:
"Gaetano, ti do questo, così le prossime volte che vieni basta che lo passi sotto il lettore ottico e puoi entrare", mi ha detto, passandomi un aggeggio rotondo di plastica con un codice a barre. "Come puoi vedere si può anche legare alle chiavi, così indirettamente ci fai anche pubblicità!"
"..."
"...E poi se dovessi perdere le chiavi le possono portare qui, è successo"
"Ecco, quello è utile..." ho detto con un po' di imbarazzo, pensando che solo un paio di mesi fa ho perso le chiavi di casa.
"...E così posso andare a casa tua a rubare!"
"..."
"...Scherzo! Più che altro ho una buona notizia da darti: sei il nostro cliente numero 500", mi ha detto avvicinandosi per darmi una pacca sulla spalla.
"Davvero?" ho risposto incredulo: io, nella mia vita, non ho mai vinto nulla.
"Sì! E per questo, ti regaliamo un mese gratis illimitato, che ti caricherò sul chip nonappena finirai la promozione in corso".
E sono andato via così, contento del fatto che per la prima volta nella mia vita non sono stato uno sfortunato.


mercoledì 2 aprile 2014

Nadando


Per una persona a cui piace nuotare, avere una piscina dall'altro lato della strada rispetto a dove si lavora è un gran colpo di fortuna, oserei dire un lusso.

Da più di un anno, due volte a settimana, approfitto di questa fortuna e, in pausa pranzo, attraverso l'Avinguda dels Tarongers e vado a nuotare alla piscina dell'Università Politecnica. Nuotare è bellissimo: quando finisco mi sento sempre carico di energie, affamato, e di buon umore.

Tuttavia, sicuramente massimizzerei questi effetti benefici se non dovessi spartire la piscina con la maggioranza di quelli che la frequentano nelle ore di nuoto libero. E sono proprio stati lo stress e la frustrazione sviluppati nella giornata di ieri, dove sembrava che il Congresso dei Soliti Stronzi si fosse dato appuntamento alla piscina dell'UPV, che mi hanno spinto a rispolverare questo blog ibernato da 6 mesi con una finalità di progresso sociale: scrivere

IL CODICE DELLA PISCINA

che, quando sarò importante, avrà la stessa importanza del codice della strada.

Premessa: chi scrive ha fatto qualche anno di nuoto. Ciononostante, anche quando partecipavo alle gare di nuoto ero abbastanza una merda, per dirlo con eleganza. Se ho vinto due bronzi di categoria, infatti, è solo grazie a una fortuna sfacciata: gli altri concorrenti erano assenti o sono stati squalificati, per cui abbiamo tagliato il traguardo solo in tre. Tuttavia, ho imparato sulla mia pelle che rispettare le seguenti regole migliora la salute, propria e del prossimo.

Art. 1. Se il tuo obiettivo è imparare a nuotare, iscriviti a un corso di nuoto e non al nuoto libero.
Comma. Saper stare a galla e spersi muovere non vuol dire saper nuotare. 

Art. 2. È vietato andare a nuotare in piscina con la maschera e il boccaglio.

Art. 3. Se vuoi fare acqua gym, iscriviti a un corso di acqua gym.

Art. 4. La linea blu sul fondo della corsia serve, tra l'altro, a dividere la corsia in due direzioni. Quando si nuota bisogna tenere la destra, e questo anche se ci si trova nel Regno Unito, Irlanda, Cipro etc.

Art. 5. Non si va in piscina per mettersi a bordo vasca a ciarlare e fare versi strani. Se volete andare in un posto solo a socializzare, senza fare attività fisica, la palestra fa per voi. Il nuoto è uno sport splendidamente asociale.

Art. 6. In una delle corsie un cartello indica: "Corsia rapida". Dovrebbe essere superfluo e ridondante dirvi che, se siete lenti o rientrate nella categoria di cui all'art.1, non dovreste andare in quella corsia. Mai.

Art. 7. Quando si condivide la corsia con altra gente, si capisce subito chi è più rapido e chi meno. Se vedete che una persona più rapida di voi sta per arrivare, anzi è lì pronta a fare la virata, non affrettatevi a partire: aspettate che passi.
Comma. La persona, più veloce di voi, che stava arrivando e non avete fatto passare è autorizzata a toccarvi il piede per indicarvi di lasciarla passare.

Art. 8. È inutile, mentre si nuota a dorso, spingersi col galleggiante per far credere al prossimo che si è veloci.
Comma. Questo vale anche quando si fanno esercizi di gambe con la tavola.

Art. 9. Sedersi sui galleggianti è vietato ed è cosa da bambini. Ma, se fatto da una persona di mezza età, meriterebbe l'espulsione dalla piscina.

Art. 10. Attraversare la vasca di traverso passando sott'acqua è vietato.
Comma. Qualora vi mancasse l'aria e siete ancora a metà strada, cazzi vostri.

Art. 11. In una piscina abbastanza affollata nelle ore di nuoto libero, nuotare a delfino è un crimine.

Art. 12. Nel nuotare a rana, fare attenzione a non dare calci alle gambe o alle palle della persona che passa nel verso contrario o nella corsia accanto.

Art. 13. Ci sarà un motivo per sui è obbligatorio indossare la cuffia. Per questo motivo, è vietato, alla fine della nuotata, togliersi la cuffia e immergere i capelli nell'acqua (per quale cazzo di ragione poi uno lo dovrebbe fare?)
Comma. Se avete più peli che capelli, e in grande quantità, forse dovreste considerare il burkini.

Disposizioni transitorie e generali. Prima di entrare in acqua, il costume va allacciato bene, per evitare l'effetto salvadanaio.

mercoledì 31 luglio 2013

Non aprite quella porta


Le ferie sono alle porte ed io, ovviamente, sono indietro con il lavoro. Tutto ciò che pensavo di terminare prima di andare in ferie è più o meno a metà, per cui probabilmente mi toccherà lavorare un po' anche nei primi giorni di vacanza.

Anche per questo motivo, lunedì, ho lavorato fino alle otto di sera, nonostante mi fossi ripromesso, per l'ultima settimana, di uscire prima, anche per fare un salto in spiaggia. Tornato a casa stanco, mi sono fiondato in doccia. Mentre mi sciacquavo, togliendomi di dosso i grani del mio docciaschiuma massage non so che che sembra come insaponarsi con la sabbia, ho sentito dei rumori venire dalla porta di casa.

Devo premettere che il condominio in cui vivo, pur essendo nuovo, è fatto coi piedi, per cui si sentono tutti i rumori del mondo dal pianerottolo, in particolare quando i vicini aprono e chiudono la loro porta di casa.
E così, non ci ho fatto molto caso, pensando che fossero loro che rientravano, ma all'improvviso mi sono accorto che era la mia porta di casa quella che si stava aprendo.

Ho chiuso il rubinetto della doccia ed ho aperto gli sportelli, con uno sguardo attonito e incerto, quando ho iniziato a sentire le voci. No, non parlo di voci nella mia testa, bensì voci di persone che si apprestavano a entrare in casa mia.

Terrorizzato, ho urlato:
"Chi è?"
"Sono Enrique, dell'agenzia immobiliaria"

Macheccazzo, ho pensato. Gli ho urlato di aspettare alla porta perché stavo uscendo dalla doccia e di non entrare, mentre mi asciugavo affannosamente e approssimativamente col mio accappatoio.

Sono uscito dal bagno, ancora mezzo bagnato, scalzo e soprattutto spaventato a morte e mi sono trovato nell'ingresso di casa il giovane Enrique con un ragazzo e una ragazza (che poi avrei scoperto essere americani, o qualcosa del genere, per il loro accento).

"Che cosa ci fate qui? Questa è casa mia" ho detto con tono nervoso e agitato.
"Sono venuto a mostrare l'appartamento ai ragazzi", mi ha risposto placidamente Enrique.
"Senta, io vivo qui da un anno e non mi risulta che sto per lasciare questa casa, ma chi vi ha dato le chiavi?"
Nel frattempo i due ragazzi hanno cominciato ad assumere un atteggiamento fastidiosamente divertito, della serie "Oh my gosh we're in a fucking Almodovarian scene" e il ragazzo non ha trovato niente di meglio che intervenire:

"Piacere, siamo i nuovi inquilini!"

Gli ho risposto con un sorriso così falso che trasudava odio, e mi sono rivolto di nuovo a Enrique:

"Ma poi come vi salta in mente entrare in casa della gente senza nemmeno suonare?"
"Io non avevo idea che ci fosse qualcuno", si è difeso, "mi hanno dato le chiavi in agenzia, guardi, ho anche la scheda dell'appartamento, questa è la mia agenzia". "Oh my god" ha sottolineato la ragazza.
"Senta io non so e non mi interessa di che agenzia siate ma non permettetevi più di entrare in questa casa", ho ripetuto, mentre la rabbia mi montava dentro.
"Forse dovresti parlare con la tua proprietaria", mi ha sfidato Enrique.
"Sì, ma anche tu col tuo capo. Ti rendi conto di che significa stare sotto la doccia e trovarsi gente in casa?". Ho cercato di trasmettergli la sensazione di Marion Crane Vs. Norman Bates che avevo provato pochi minuti prima, ma credo sia stato inutile.

Un po' di scuse, e i tre se ne sono andati, e percepivo che ai due non più potenziali acquirenti rideva anche il culo per quello che era appena successo.

Un unico sollievo: sarebbe potuta andare peggio.

venerdì 19 luglio 2013

Italiani pizza e mafia

Un po' di giorni fa sono andato a fare aperitivo con un mio amico e, sulla via del ritorno, abbiamo deciso di prendere una pizza in una pizzeria da asporto sotto casa sua e mangiarla da lui.

La pizzeria è di proprietà di un signore italiano, vicino Calle Sagunto, e, per i miei gusti, fa una delle pizze più buone che si possano mangiare a Valencia. Nonostante ciò, è quasi sempre vuota, e a dire il vero diverse volte ci siamo chiesti come faccia a restare aperta e/o quando entrerà nella lista dei locali che chiudono i battenti, anche dato che la congiuntura economica non aiuta.

Ad ogni modo, siamo entrati, abbiamo chiesto una pizza familiar, cioè delle dimensioni di due pizze, da dividere, e, mentre uscivamo all'esterno in attesa che la preparasse, lui ha consegnato una pizza a una ragazza e un ragazzo che erano lì prima di noi.

- Ma io avevo chiesto una familiar, questa è una mediana! - ha sbottato la ragazza.
- Tu mi hai chiesto una mediana... - ha risposto, un po' scazzato, il pizzaiolo.
- No no, sei tu che me l'hai voluta fare così.
- Ma ti pare che ti faccio una pizza più piccola, che ci guadagno pure di meno? - il pizzaiolo iniziava ad alberarsi - se vuoi te la rifaccio.
- No no, lasciamo stare - ha concluso, lamentandosi, la ragazza, che chiamerò Encarnación, e poi ha detto al ragazzo "Te l'avevo detto che non dovevamo venire qui. Questo qui è uno stronzo".

Dopo due o tre minuti, mentre io e il mio amico eravamo sulla porta a fumare una sigaretta, è arrivato un uomo di mezza età, in bermuda e ciabatte, sbraitando contro il pizzaiolo:
- Tu hai mancato di rispetto a mia figlia!!!
- ...
- Sì, le hai fatto una pizza più piccola per dispetto!
Il pizzaiolo cercava di spiegare, ma l'uomo rincarò la dose:
- Se non hai capito tu, è un tuo problema, c'è la barriera linguistica! Ma lei ha chiesto una familiar e tu le hai mancato di rispetto!

Eh no, il tasto linguistico non l'avrebbe dovuto toccare. Il pizzaiolo iniziò a rispondere male, e l'uomo ha sbottato:
- Vedrai come tutto il quartiere saprà come sei maleducato! Nessuno più verrà a prendere la pizza da te!

A quel punto il pizzaiolo ha tirato in ballo me e L.: "Allora, questi ragazzi erano qui. Ho mancato di rispetto ad Encarnación?". Io e L. abbiamo risposto di no, che non sappiamo cosa lei avesse chiesto ma lui era stato educato.

- Sei un maleducato e per questo non viene nessuno in questa pizzeria! - continuava il padre di Encarnación. A quel punto il pizzaiolo è esploso, e ha iniziato a inveire in un miscuglio 80% italiano/napoletano e 20% spagnolo (nota: in corsivo le frasi così come le ha pronunciate, cioè non tradotte):

- Ma guarda a ssu mafioso!!! Mafioso sei! Queste minacce le fanno i mafiosi!
- Eh no eh, proprio tu non dai del mafioso a me! Comunque hai perso un cliente, e molti di più! - ha risposto sbraitando il padre di Encarnación, lasciando il locale.

Dopo due minuti di orologio, è rientrato con un uomo di mezza età, notevole pancia da bevitore e una maglietta dei Ramones nera:

- Adesso anche lui sarà testimone di come sei violento!
- Ma quann te ne vai da ccà! Fuori! Questa è la mia pizzeria!
- Parla in spagnolo! Siamo in Spagna, non in Italia!
- Ma vaffangul va! Vaffanculo, 'o capisc' quess?
- Non capisco che dici parla spagnolo, spagnolo!

Io e L. ci guardavamo esterrefatti. Io ho detto a bassa voce "comincio a capire perché non ha clienti... deve essersi inimicato tutto il barrio". 
Nel frattempo, era entrato il ragazzo di Encarnación e si era fermata un'auto lì davanti. Lo spettacolo faceva proseliti, ma non era finita qui:
- E non farmi quel gesto che fate sempre voi italiani eh!
- Ma che ccazz stai a dire!
- Parla spagnolo e non farmi questo gesto! - e ha mimato, con entambi le mani, questo:

Eh no, questo era troppo. A quel punto mi sono messo in mezzo. Io. In mezzo.

- Senta, io sono italiano e non faccio mai quel gesto lì eh
- Ma perché non è vero che voi fate sempre così? - e agitava le mani, irritandomi come un'ortica.
- No.

- A ssu mafioso che minaccia nella mia pizzeria! Vattinne! 
- Non finisce qua eh! Tutto il quartiere saprà quanto sei maleducato!
- E tu sei un mafioso!  A ssu mafios' 'e mmerd!

E mentre il padre e il fidanzato di Encarnación uscivano dalla pizzeria col loro amico Ramones, il pizzaiolo è andato a prendere la nostra pizza e ce l'ha consegnata, cambiando immediatamente personalità.

- Sono 12 euro ragazzi, grazie.

lunedì 19 novembre 2012

¡ Socorro !

Nella multisala Babel, vicino Avenida de Aragón, trasmettono film in lingua originale. Era una domenica pomeriggio e, all'uscita del cinema, io e G. abbiamo iniziato a parlare di cinema spagnolo, o meglio io lo ascoltavo parlare di cinema spagnolo, visto che, a parte Pedro Almodovar e Alex De La Iglesia, la mia conoscenza del cinema iberico è praticamente nulla.

E così, per non lasciarlo fare un monologo, ho voluto dire la mia con un commento che non poteva essere più scontato: "Come immaginerai poco del cinema spagnolo arriva in Italia, o io ne ho visto poco. Ma Almodóvar mi piace molto".
Ripensandoci, è stato proprio un intervento da sfigato: è come dire ad un italiano "Ah sei italiano? Mi piacciono molto Venezia e la pasta" o a un danese "ho visto la Sirenetta di Copenhagen, è molto più piccola di quello che pensassi" oppure a un russo "Non conosco bene la Russia. Però sono contrario alla politica di Putin".

"No no, a me Almodóvar non piace per nulla", ha risposto G.
"Ah no? E perché?"
"Perché dipinge un'immagine surreale della Spagna"
"Troppo grottesca?"
"Sì, io non mi riconosco per nulla nei film di Almodóvar, e poi mi sembra che stia perdendo molto smalto", e così il regista era smontato di netto nella conversazione.

Dopo alcuni minuti eravamo in un bar a bere una birra e G., tra lo sconvolto e il divertito, ha detto: "Non hai idea di cosa mi è successo venerdì notte". E così ho chiesto, e lui ha iniziato a raccontare.



Erano le tre di notte e G. dormiva, quando fu svegliato improvvisamente da rumori alla porta di casa. Casa sua si trova nella parte sud-ovest del barrio di Ruzafa, e, pur avendola ristrutturata completamente - e quasi da solo, con l'aiuto di suo cognato - non ha ancora avuto il tempo né i soldi di sostituire la porta, che è meno solida di quella del mio bagno. Era evidente che qualcuno stesse cercando di entrare e, preso dal panico, G. tirò un colpo al muro per svegliare la vicina di casa, la signora Maria. Infatti, sul pianerottolo ci sono tre appartamenti, e la camera da letto di G. confina con quella di Maria, la quale a sua volta confina con la camera dell'altro vicino, il signor Manolo.

"Maria! Mi stanno entrando i ladri in casa!" ha gridato G.
La signora Maria, svegliata così di soprassalto e dato quello che aveva sentito, fu presa dal panico e iniziò a urlare a sua volta per svegliare Manolo:
"Manolo! Socorro!" gridò, presumibilmente senza nemmeno alzarsi dal letto.
Manolo si era svegliato ed era andato alla porta con suo figlio; G., nel frattempo, si alzò dal letto ed andò alla sua porta, sentendo che Manolo parlava con il quasi-intruso.

Aprì la porta di casa e si trovò davanti il vicino del piano di sopra che, completamente ubriaco, non sapeva di aver sbagliato piano.
"Paco tu vivi al secondo piano! Che ci fai qui?" gli disse con tono incazzato, mentre il poveretto se ne andava barcollando. Il tempo di andare in bagno, bere un bicchier d'acqua, rimettersi sotto le coperte e G. sentì che bussavano alla porta di casa. Sempre più innervosito, andò alla porta e si trovò davanti Paco, in mutande e biascicando, che si rivolse a lui preoccupato:
"Tio, ho aperto la porta di casa e il mio cane è uscito ed credo sia andato per le scale... Non lo trovo, è passato di qui?"
"Ma che vuoi che ne sappia io?", rispose G., sempre più scoglionato. "Và, torna a casa tua, che non stai in piedi, magari è lì, e lasciami dormire!"

Io ridevo a crepapelle mentre G., tutto appassionato, mi raccontava la storia. "Ti rendi conto di come sta la gente?" mi ha detto, alla fine.

"Già...", mi sono limitato a rispondere. "E tu dicevi che Almodóvar dipinge un'immagine surreale della Spagna?"

giovedì 4 ottobre 2012

Manolo, El del Bombo

Dato che vivo a Valencia da più di un anno, la mia strada ha incrociato quella di alcuni personaggi più o meno famosi che sono proprio di Valencia.

Quando mi passò accanto Chimo Bayo, che tra le altre cose compose (?) quel capolavoro di canzone che è Extasi Extano (ma era poi questo il titolo?), uno degli inni dei meravigliosi anni 80, e che sicuramente è stato fonte di ispirazione per Lady Gaga in qualcuno dei suoi travestimenti, quasi non l'ho notato. Fu una mia amica a farmelo notare, sottolineando come incontrare Chimo Bayo per una strada di Ruzafa in un pomeriggio settembrino non preannunci nulla di buono.

Ma il vero contatto con un personaggio famoso l'ho avuto un paio di settimane fa, una domenica che era il Día de la Bicicleta a Valencia. Si percorreva un tracciato di 10 km partendo dal Paseo de Alameda, verso Avenida del Puerto, si sfiorava il porto attraversando il circuito urbano di Formula 1 e poi di ritorno passando accanto alla Città delle Arti e della Scienza. Un percorso non troppo lungo, una domenica ancora estiva - almeno per la temperatura - tutto molto politically correct ma divertente, anche perché c'era gente conciata così:


Il recorrido è finito poco dopo mezzogiorno, troppo presto, per gli orari spagnoli, per andare a casa a pranzare, anzi l'ora perfetta per andare a fare un almuerzo (trad.: la ricreazione, per usare termini da scuola media).

E così, con gli amici ciclisti, abbiamo iniziato la ricerca del posto giusto per almorzare, ricerca non facile visto che almeno la metà dei bar a Valencia sono chiusi di domenica. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, è saltata fuori la proposta: "Andiamo da Manolo El del Bombo!" e tutti hanno reagito positivamente e con entusiasmo.

Io ho abbozzato, senza avere la più pallida idea di chi o che cosa fosse "Manolo El del Bombo", e così ho chiesto lumi.

(Piccola parentesi: "Bombo" in spagnolo, significa "tamburo". Quindi "Manolo El del Bombo" in italiano significa "Manuele Quello Del Tamburo").

A.: "Quello di Manolo El del Bombo è un bar che non puoi non visitare almeno una volta a Valencia."
J.L.: "Bar? È un fottuto museo."
A.: "Ah sì, è tu museo deportivo!" (tutti ridono)
S.: "E poi lui è un personaggio. Ma si è lasciato anche con l'ultima moglie?"
A.: "Sì, pare che la moglie gli abbia detto: 'Manolo scegli, o il tamburo o io!' e lui ovviamente abbia scelto il tamburo".

Io non lo vedevo ancora per nulla chiaro, mentre eravamo sempre più vicini al suo bar, che è proprio accanto al Mestalla, lo stadio di Valencia, Regno del Calcio cittadino. E così mi hanno spiegato.



Manuele Quello Del Tamburo è un signore di mezza età che nella sua vita ha visto tutte le partite della nazionale spagnola, senza perderne (quasi, vedi sotto) nessuna. Ciò che lo contraddistingue è che a tutte le partite va con un tamburo che, tra l'altro, tiene esposto nel suo bar, e vestito in modo abbastanza appariscente.

Manolo è noto in tutta la Spagna per questa sua peculiarità, tanto che il suo bar - pardon, Museo - è tappezzato non solo di simboli calcistici quanto di ritagli di giornale che parlano di lui, foto con personaggi famosi, autografi e chi più ne ha più ne metta. È così noto il suo amore infinito verso la Roja che quando, in vista della finale dei Mondiali del Sudafrica 2010, dovette tornare in Spagna per gravi problemi di salute, perdendosi così la partita che fece la storia per gli amanti spagnoli del calcio, tutto il Paese (?) era in ansia per lui. O almeno così diceva un articolo che ho visto appeso nel suo bar.

Dopo una lunga attesa, Manolo si è avvicinato al nostro tavolo, io stavo iniziando a ordinare "Una tostada con..." e lui mi ha interrotto: "Ah no, non sono venuto a prendere le ordinazioni, ora viene la ragazza. Sono venuto a salutarvi. Poi venite dentro che ci facciamo la foto insieme."

Il primo VIP (?) della storia che ti offre di farsi una foto con lui. Mica cazzi.

Finito l'almuerzo all'esterno, siamo entrati e lui ci ha chiamati a gran voce: "Venite ragazzi, venite! Dietro al bancone per la foto!". Io volevo morire. Il bar era pieno di gente, che guardava una partita a me ignota, e tutti hanno iniziato a guardarci.

E io ho iniziato ad avere il terrore che, andando dietro al bancone, mi facesse qualche domanda di calcio, a me che a malapena so quanti sono i giocatori per squadra in una partita.

Sono entrato io per primo, seguito dai miei amici, Manolo si è messo al centro, poi ha avuto la geniale idea: si è girato e ha preso la Coppa simil-coppa del mondo che aveva alle sue spalle, così che tutti e cinque nella foto la potessimo reggere. Ed avere, con lui, il nostro momento di gloria.

lunedì 3 settembre 2012

Has perdido un condón!


Spesso nella vita ci si trova davanti ad un bivio, ad una di quelle situazioni in cui è probabile che, comunque tu faccia le cose, potranno essere interpretate nel modo sbagliato criticate. Ad esempio: come vestirsi ad un matrimonio? È lecito essere il primo ad iniziare a mangiare in una festa a buffet? Bisogna portare con sé il preservativo al primo appuntamento?

Forse è stata quest'ultima la domanda che si era posto prima di uscire di casa un giovane che ho incrociato in Calle Caballeros, sabato sera, mentre passeggiava con una ragazza. Avrà pensato: 'Se porto il preservativo, finiamo a casa sua e lei scopre che ce l'avevo con me, passerò per il porco che pensa solo al sesso. Se non lo porto, passerò come lo sprovveduto verginello'.

E dunque, sabato sono andato a cena in centro con alcuni amici, in quella parte del Carmen frequentata soprattutto da turisti e piena di locali costosi. Abbiamo cenato a La Tapeta e, nonostante la zona in cui eravamo, abbiamo mangiato più che bene spendendo relativamente poco. Dopo cena, ci siamo avviati verso il Café Lisboa, dietro alla Lonja, ma appena arrivati mi sono accorto di non avere contanti. E così, ho abbandonato i miei amici per qualche minuto per andare a prelevare.

Ignaro che ci fosse uno sportello di Bankia proprio lì dietro, sono tornato verso Plaza de la Virgen e lì, dopo un tentativo andato a vuoto con il Santander, ho prelevato allo sportello del Banco de Valencia (un italiano che ha un conto corrente con Bankia e preleva dal Banco de Valencia . Riassunto della crisi finanziaria Europea).

Per tornare verso la Lonja avevo deciso di attraversare un dedalo di stradine che permette di evitare la folla: ho sempre odiato camminare da solo la sera in zone affollate, perché la gente potrebbe pensare che sono un povero disperato, e passare tra i vicoli mi permetteva di svanire per un po'. Dopo 50 metri, però, un camion della spazzatura ha bloccato il mio cammino: era rimasto letteralmente incastrato in una curva a gomito e i due operatori stavano cercando di liberarlo, mentre il suo olezzo appestava la strada.

Sono tornato su Calle Caballeros e, a quel punto, mentre camminavo a passo spedito ho notato la coppia che camminava davanti a me: lui si stava sfilando il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans e, nel farlo, gli è caduto un preservativo.

Il povero ragazzo aveva notato di aver perso qualcosa, perché si è voltato con uno sguardo un po' smarrito, ma senza vedere - o fingendo di non vedere - ciò che aveva perso. Ma per questi problemi ci sono io. Potevo raccogliere il preservativo, ancora integro, e reinscenare un famoso spot degli anni '80 della Control:


Già vedevo tutti i passanti in Carrer del Cavallers alzare la mano e dire "È mio". Ma non mi andava di raccogliere un preservativo altrui, ancorché impacchettato. E così, forte di un lieve stato di ubriachezza - non vera ubriachezza, diciamo quel livello sufficiente a rendere noi timidi dei simpatici gradassi - ho scelto l'opzione più imbarazzante:

"Disculpa!" ho detto a voce alta. Il ragazzo si è girato e io, indicando il preservativo, ho continuato: "Has perdido un condón!".

La ragazza l'ha guardato sgranando un po' gli occhi, con quell'espressione tipica di queste situazioni tra il sorpreso, l'imbarazzato e il divertito, lui è rimasto immobile e in quel momento è salito in me un forte senso di disagio. Mi sono sentito un po' stronzo.

Ho accelerato il passo e sono tornato verso il Café Lisboa, dove la cameriera stava servendo proprio in quel momento il mio mojito. L'ho sorseggiato e ho condiviso la mia avventura con i miei amici, sviluppando teorie sul rapporto tra i due ragazzi che avevo incrociato, e pensando che sì, ero stato stronzo... Ma che bella scena.







venerdì 24 agosto 2012

El peluquero vengador



Uno dei vantaggi di vivere a Benimaclet è che si hanno tutti i servizi a portata di mano. Accanto al portone ho la farmacia, attraverso la strada e ci sono due supermercati, a 50 metri c'è il Centro di Salute (dove si trovano i medici di base), ci sono diverse palestre, due piscine e ci sono negozi per comprare un po' di tutto.

Quando si ha tutto a portata di mano si diventa un po' pigri, e così quando ho dovuto tagliarmi i capelli per la prima volta volevo un barbiere a portata di mano. Magari sulla strada che va dal lavoro a casa mia.

Manco a farlo apposta, c'è un parrucchiere su Calle Vicent Zaragozà, che è proprio dove mi serviva. La prima volta che andai lì non ero pienamente soddisfatto, ma infondo il taglio non era male e il fattore vicinanza era un forte vantaggio. C'è di più: verso la metà della primavera, il peluquero ha introdotto sconti del 50% su TUTTO. Per questo, sono tornato a tagliarmi i capelli lì lo scorso aprile. Avrei dovuto capire che qualcosa sarebbe andato storto dal fatto che il mio ingresso (in pompa magna) nella peluqueria è stato accompagnato dalle note della sigla di Twin Peaks:


Mi sono seduto ad aspettare il mio turno e, quando finalmente è arrivato, mi sono tolto gli auricolari che mi ero messo per evitare di angosciarmi e ho scoperto che, da un punto di vista musicale, la situazione era precipitata: c'era la colonna sonora di Profondo Rosso. Ci siamo capiti? Immaginate di prepararvi a tagliarvi i capelli ed essere accompagnati da queste note:


Capite bene che da una cosa del genere non può uscire nulla di buono. Voglio dire, per essere all'altezza della colonna sonora, un barbiere deve come minimo inavvertitamente pugnalarti con le forbici mentre ti taglia i capelli e poi usare il tuo sangue per fare la tinta alla signora di mezza età a cui tocca dopo di te.

Qualcosa di tragico ci fu: il mio taglio di capelli. Un disastro, che io a mosca cieca sarei riuscito a fare in maniera meno evidente. Dopo avermi tagliato i capelli, mi stava lasciando andar via con la testa bagnata e tutti i capelli tagliati sulla faccia e sul collo, al punto che dovetti chiedergli io di darmi almeno una sciacquata alla testa.

Nonostante ciò, tornai un'altra volta, attratto dai 7.50 € del taglio + shampoo, e la conversazione all'inizio fu netta:
" Come vuoi che te li tagli? "
" Beh rasali, falli molto corti."
" Sì? La volta scorsa li abbiamo fatti un po' più lunghi, secondo me ti stanno meglio "
'Sì, ma sembravo uscito da un campo di concentramento' ho pensato io, ma mi sono limitato a dire "Eh sai, l'estate... Il caldo..."

Con un taglio così semplice, il disastro era impossibile, eppure lui ebbe il coraggio di dirmi, a fine taglio: "Per le basette, è meglio se te le fai tu a casa che puoi farle con più precisione".
Ma che cazzo. Capisco che avessi un po' di barba, ma se non sai fare le basette, che parrucchiere sei?

Non ci tornerò più: se non altro, perché ieri ho avuto la conferma che non solo è incapace, ma è cattivo. Anzi, vendicativo.

Ieri sono andato a Paterna con Alba e Carlos, e mentre eravamo in metro Alba mi ha detto, sconsolata:
" Sai, credo di essere andata dal parrucchiere che ti aveva fatto il taglio terribile "
" Oh oh "
" Oggi volevo farmi la tinta e ne cercavo disperatamente uno aperto. Ho trovato lui e già temevo fosse quello di cui mi avevi parlato "
" Beh dai non mi sembra che ti abbia - - "
" Guarda. Mi ha colorato il cuoio capelluto "
" Merda. "
" E secondo me è vendicativo "
" Sì, sì, è cattivo ", l'ho aizzata io.
" Mi ha detto 'ma questi capelli li hai tagliati tu? il taglio è disuguale' ti rendi conto?"
" Non capisce un cazzo di tagli di capelli da modernos. E poi tu li hai tagliati a Ruzafa ". E, scusate se poco, il quartiere di Ruzafa è proprio il quartiere dei modernos.
" Mi ha detto 'ti faccio il trattamento per i capelli secchi? hai i capelli molto secchi' e quando gli ho detto di no ha solo risposto 'OK' e mi ha fatta andare via con i capelli appena asciugati e arruffati! Ho pregato per tutto il tragitto di non incontrare nessuno che conoscessi!"
" Era una vendetta. " ho risposto io scuotendo la testa.
" E mi ha tinto la fronte. Guarda qui! Si vede ancora, anche se poco. Alla fine mi ha detto ridendo 'eheh, io ti ho messo la crema ma la tua pelle assorbe di tutto! Quando sei a casa magari passaci qualcosa per togliere il colore' ma ti pare?! E poi 18 euro, scusa ma questo 50% io non lo vedo!"
" In pratica, se lui non sa fare il suo lavoro è colpa della tua pelle!"

E abbiamo chiuso lì il discorso, perché ci stavamo innervosendo fin troppo. In realtà, adesso ho capito perché non mi ha tagliato le basette. E anche perché mi tagliò i capelli male la seconda volta: poco prima, al mio "sono italiano" aveva risposto gelidamente "Ah. Il mio ex ragazzo era italiano". Per il mio bene, è proprio meglio se non ci torno più.

lunedì 20 agosto 2012

Buscar (y encontrar) piso



Già da quando ero venuto a vivere nel mio piso bohemio nella Comunidad di Cuenca Tramoyeres lo scorso 7 settembre 2011 avevo deciso che ci sarei rimasto solo un anno: non perché l'appartamento sia una merda (ok, sì, è una merda), ma perché sapevo che, se non fosse stato per la fretta di cercare un appartamento e la scarsa conoscenza della città, avrei potuto trovare di meglio.

Fatto sta che, dopo tanti rinvii e tentennamenti, all'inizio di luglio ho iniziato la ricerca. Prima solo dando occhiate qui e lì sui vari siti internet, poi chiamandone 3-4 che mi erano piaciuti e ovviamente erano stati appena affittati, e infine fissando quattro appuntamenti per vedere altrettanti appartamenti.

Tutti gli appartamenti selezionati erano a Benimaclet, in un raggio di 200 metri dalla mia casa attuale, che dopotutto è in una posizione strategica, ma quello che mi sembrava un po' strano era che due di essi sembrassero nello stesso edificio. Anzi, ne ero praticamente certo: erano nella stessa strada e dalle foto sembrava che le dimensioni fossero simili, e anche i colori delle pareti (una rossa, le altre sul color pesca) erano identici. L'arredamento, però, era diverso.

Avevo fissato tre visite nello stesso giorno. Dopo una prima visita ad un appartamento che era totalmente inadatto, con l'agente immobiliare che cercava di convincermi sfoderando un discreto italiano, sono andato a vedere il primo dei due, accompagnato da un signore di un'altra agenzia. Bell'appartamento, nuovo, due camere grandi, terrazzo, 500 euro al mese "ma magari se parlo con i proprietari te lo riesco a ridurre un po'". Calle Peris Mencheta numero 29, primo piano.

Un'ora dopo, mi ha chiamato Patricia, un'altra agente con cui avevo parlato, ma che era troppo stressata alla prima chiamata perché era sola in ufficio.

"Perfetto, se vuoi ci vediamo tra 20 minuti davanti al portone", mi ha detto Patricia. "L'indirizzo è Calle Peris Mencheta 29".

"..."

Sono arrivato sotto al palazzo che oramai conoscevo bene, dal quale è uscito un agente immobiliario con due persone, indicando il balcone dell'appartamento che avevo visitato più di un'ora prima. Ecco qua: i proprietari si erano svenduti a due agenzie. Patricia si è palesata con 15 minuti di ritardo, con delle scarpe rosse ciecamilocchio con tacco 12 (minimo).

"Scusa il ritardo, bene entriamo", mi ha detto, quasi senza fare caso alla mia persona. Siamo andati verso l'ascensore, lei è entrata e, mentre si pettinava guardandosi allo specchio dell'ascensore, ha pigiato il primo piano.

'Porca troia', ho pensato, capendo che stavo per rivedere lo stesso appartamento.

E infatti l'appartamento era lo stesso. Patricia, pessima agente, non diceva nulla, e rimaneva infastidita dalle domande che facevo, delle quali, peraltro, già conoscevo la risposta.

"Pensi che il prezzo possa calare un po'?" le ho chiesto, come ultimo termine di paragone con l'Agente N.1.
"Assolutamente no. Già è calato di 50 euro la settimana scorsa".
"..."
"..."
"Bene, ti farò sapere, l'appartamento mi piace molto", ho tagliato, andando verso la porta, e ci siamo salutati.

Il giorno dopo sono andato a firmare la proposta di contratto dall'Agente N.1, che era riuscito a farmi ridurre l'affitto a 480 euro al mese. Mezz'ora dopo, ho trovato un messaggio in segreteria da Patricia. L'ho ignorato, lei mi ha richiamato e ho risposto:

"Ciao Gaetano, volevo chiederti se sei ancora interessato all'appartamento di Peris Mencheta, perché i padroni di casa mi hanno chiamato e c'è un'altra persona interessata quindi bisogna far presto!", mi ha detto, con ansia.

"Mi spiace, ma preferisco guardarmi ancora un po' attorno", ho risposto, e nel mentre stavo per scoppiare in una risata malvagia.

Lei mi ha proposto un altro appartamento, ho declinato con educazione e ho messo giù.

Mercoledì firmerò il contratto.

Alla faccia tua, Patricia.

lunedì 30 luglio 2012

Turistas Italianos

Due o tre mesi fa qualche amico locale mi suggeriva di prepararmi all'arrivo dell'estate, perché Valencia si sarebbe riempita di turisti italiani e, ahimé, non sempre della miglior specie. E la previsione si è puntualmente avverata.

Lungi dal voler fare il solito radical chic criticone dell'italiano medio (ad esempio, l'italiano medio che applaude fiero all'atterraggio dell'aereo, che sempre mi fa nascondere la testa tra le mani alla fine di ogni volo) è purtroppo risaputo che, tra la tanta gente normale, buona parte dei turisti italiani che vanno in vacanza  sulla riviera spagnola non sono proprio la miglior selezione del nostro popolo.

Ed ecco alcune tipologie classiche di TIAV (Turista Italiano A Valencia):

1. L'amante dei cliché spagnoli.
Sabato mattina sono andato in spiaggia con un mio amico; lui è andato via poco prima di pranzo, ma io, visto che non avevo nulla in frigorifero, ho deciso di andare a pranzare a La Ola, un mugrebar sulla spiaggia nella zona che Rita vuole demolire, e mentre ero lì si è avvicinato un gruppo di quattro ragazzi immersi nei loro occhiali da sole che già avevo riconosciuto essere italiani. Quando la cameriera gli ha chiesto le ordinazioni, sono riusciti - a fatica - a capirla e chiedere dei panini e una brocca di birra. A quel punto la cameriera li ha ringraziati e uno di loro, credendo forse che fosse un atto di cortesia, ha alzato un braccio e mosso la mano a mo' di ballerina di flamenco e ha detto: "Oooolè!".
La cameriera ha sgranato gli occhi, l'ha guardato inorridita e poi è scoppiata a ridere andandosene.
Io, nel frattempo, sono sprofondato nel mio gazpacho.

2. L'italiano po-po-po-po
Siccome pare brutto non ricordare al mondo che, ormai 6 anni orsono, l'Italia ha vinto i Mondiali di calcio, gruppi di giovani spesso cantano l'orrenda parodia di "Seven Nation Army" che è divenuta l'inno dell'Italia campione del mondo.
Un mesetto fa ero a bere nel Carmen con un paio di amici ed un gruppo di ventenni o giù di lì è passato accanto a noi, cantando in coro e, non contenti, hanno iniziato a tenere il ritmo battendo le mani contro la serranda di un negozio chiuso.
E vabbè.

3. L'italiano seduttore
Gli italiani vanno molto fieri della fama da latin lover che li precede. E poiché credono che approcciare le spagnole sia più facile, almeno linguisticamente, che approcciare le svedesi (soprattutto perché non vanno in vacanza in Svezia) è più che frequente incrociare il classico gruppo di sausage party che vede due o tre ragazze passargli accanto e cerca di approcciarle con un "ehi, chica guapa!" o "ehm scusa, donde se puede mangiar? nos accompagnis?" o ancora meglio "chica, te gusta la movida?".
Mátame, por favor.

4. L'italiano lamentoso
I turisti - di qualunque Paese siano, e ovunque vadano - hanno la tendenza, o almeno la maggioranza di loro, ad andare sempre e solo in posti per turisti. Mi riferisco sia a bar e ristoranti, che a quartieri o strade particolari. E così ho spesso sentito turisti italiani che passeggiavano per Calle Caballeros o nei dintorni della Lonja e si lamentavano dicendo "e meno male che la Spagna era economica, io a [nome qualsiasi di paesino sperduto] ceno con la metà".
Oppure che si lamentano del cibo, sostenendo che "comunque, come la cucina italiana non c'è nulla".
O che sentono la mancanza delle "belle spiagge attrezzate e con ombrelloni (leggi: spiagge privatizzate, dove non hai un buco dove andare a meno che non paghi per affittare un ombrellone) che in Italia ci sono dappertutto, mentre qua è tutto abbastanza abbandonato" (leggi: libero e gratuito).

Io non sono un esterofilo. Da quando sono all'estero mi sento anche più italiano di prima e a volte difendo l'Italia quando sento commenti troppo generalizzati e superficiali. Ma quando assisto a queste scene vorrei che si aprisse una voragine sotto di me e mi risucchiasse, o perdere il passaporto e con esso la mia nazionalità, o almeno perdere l'udito e la vista, se non la vita stessa.

Cucarachas

(5 Giugno 2012)





C’è qualcosa di buffo nella parola che gli spagnoli usano per dire scarafaggio o blatta. “Cucaracha”, dopotutto, fa quasi tenerezza. Suona un po’ come “coccinella”. Poi invece la vedi e ti fa schifo.
Io ho sempre provato terrore verso gli scarafaggi. La fobia per gli scarafaggi, insieme a quella per i ragni e quella per la vita nel suo complesso sono sempre state le mie paure più ingestibili e irrazionali. Dentro di me sono cosciente che uno scarafaggio non può uccidermi, né può farlo un ragno di quelli domestici, o che se calpesto una blatta lei non riuscirà a bucare la suola della mia scarpa ed entrare nel mio piede, ma, ciononostante, quando le incontro vado nel panico.
Domenica scorsa ero in spiaggia, a Canet d’En Berenguer, con alcuni amici, e parlavamo dell’arrivo del caldo che, a Valencia, significa anche “olezzo che fuoriesce dalla fogna in certe stradine del Carmen” e “scarafaggi che si avventurano per strada”, e così è tornato il panico.
Sì. A Valencia gli scarafaggi passeggiano per strada la sera d’estate, in centro insieme alle signore pijas che tornano dall’aperitivo al Mercado de Colón,  o al Cabanyal insieme ai gitani che si siedono sulleloro seggiole in mezzo alla strada. La prima volta che vidi degli scarafaggi per strada a Valencia ero qui solo da 2 settimane e volevo suicidarmi. Poi ho assorbito il colpo: ogni città ha la sua piaga, New York ha i Bed Bugs, Valencia (insieme a Sydney e Tokyo) le blatte, Milano le zanzare, Francoforte le vespe e quindi bisogna mettersi l’anima in pace.

La McBlatta
Lo scorso ottobre ero nel Carmen con un amico, avevamo fatto un aperitivo super-prolungato e verso le undici, affamati e senza soldi, mentre ci avviavamo verso casa, abbiamo deciso di prendere da mangiare al McDonald’s. Poiché il tempo era bello, invece di sederci dentro, siamo andati ad ordinare dalla finestrella per poi mangiare su una panchina. Mentre eravamo lì, abbiamo visto con terrore una blatta sul vetro, o meglio tra il vetro e un cartello:
- Signorina, c’è una blatta!
- Oddio dove?
- È qui davanti a lei, dietro il cartello!
- Aaaah! Non voglio saperlo! Mi fanno paura!
- Anche a noi, ma soprattutto ci fanno schifo!
- Ecco, lasciatela stare!
- Ma… qui date da mangiare alla gente!
Non ho mangiato quella sera. E non sono più tornato al McDonald’s.

Blatte all’ingresso
Vivevo nel mio appartamento da poche settimane quando una sera, di ritorno da lavoro, sono arrivato davanti al portone ed ho visto una blatta che passeggiava tranquilla lì davanti. Juan Carlos, il portinaio, era ancora lì, ed è stato vittima del mio attacco di ansia:
- Juan Carlos, c’è una blatta!
- Ah.
- Dovremmo ucciderla?
- E perché?
- Beh se entra? E se ci infesta tutto il palazzo?
- E se invece è uscita da qui?
- …
Forse è per questa storia che JC sempre mi saluta con sospetto e credo mi odi. Comunque, non ho mai incontrato blatte a casa mia, e grazie al cielo. Non starei qui scrivendo le mie memorie.

Kill the Blatta

Ci sono regole precise per l’uccisione delle blatte: bisogna chiamare la disinfestazione. I vari Raid e compagnia bella sono inutili, perché loro imparano a difendersi, e soprattutto non bisogna mai schiacciarle con le scarpe. Infatti, le blatte al loro interno hanno le uova e si rischierebbe di trascinare le uova in ogni dove, ad esempio in casa (per questa teoria, che in realtà è un fatto, sono stato deriso, ma vabbè).
Una sera tornavo a casa a piedi, asoltando la musica (e quando io ascolto musica mi isolo dal mondo) e, mentre camminavo, ho sentito il mio piede clapestare qualcosa con una strana consistenza, e non era una merda. Alzai il piede e, con sommo terrore, mi accorsi di aver calpestato una blatta. Data la teoria delle uova, non potevo tornare a casa come se nulla fosse; né potevo togliermi le scarpe e buttarle: ho una dignità, anche se scarsa.
Così, feci gli ultimi 10 minuti di cammino strisciando il piede sinistro, per pulire la suola, manco fossi spastico. Arrivato a casa, misi le scarpe sul balcone e dopo qualche giorno le riutilizzai, pensando che le probabili uova, a questo punto, sarebbero morte. Sono proprio un genio.

domenica 29 luglio 2012

Vivere in Spagna ai tempi de Los Recortes

(28 Marzo 2011)
Oggi parliamo di economia. Ma in termini un po’ così, una specie di economia cacio e pepe, la mia economia domestica: in altre parole, la mia vita ai tempi della crisi.

Visto che il destino, anche quando non lo metto in conto, mi fa muovere in direzione ostinata e contraria, mi sono trasferito a Valencia nel Settembre 2011, quando parte della valanga di italiani trasferitisi nella “Spagna dei Balocchi” nel decennio precedente iniziava il suo mesto rientro in terra natía, dopo aver perso il lavoro o l’attività in Spagna a causa della recessione. Negli ultimi tempi, in Spagna come nel resto dell’Europa cosiddetta periferica, il governo centrale e quelli locali tagliuzzano qua e là la spesa pubblica e aumentano le tasse, nel vano tentativo di raschiare il fondo di un barile ormai vuoto.

Ahimé, se in italia il compito spetta al cosiddetto “SuperMario”, in Spagna c’è “Super(?)Mariano”, ossia Mariano Rajoy che, con la manovra dello scorso gennaio, non si è risparmiato.

Molti economisti criticano l’ansia fiscale dell’Unione Europea dicendo che le manovre a cui stiamo assistendo risulteranno in una recessione ancora più dura. Il ragionamento è semplice: le manovre restrittive (tasse più alte, tagli alla spesa e ai contributi sociali, introduzione di ticket anche per respirare l’aria di casa) riducono il reddito disponibile per consumi.

C’è però un secondo problema, che è la tanto citata perdita di competitività dei Paesi del sud Europa, anche dovuta a un costo del lavoro unitario cresciuto troppo negli ultimi anni. (Attenzione, qui arriva il primo fraintendimento: non sono i salari ad essere cresciuti troppo, sono i salari in relazione alla produttività. Come risolvere il problema? “Tagliando i salari” è la risposta che va di moda nella Collezione Primavera/Estate 2012 dell’UE. Se è vero che misure e riforme per stimolare la produttività hanno effetto solo nel medio periodo, che aspettiamo a metterle in pratica? Perdincibacco.)

Il problema è che così il reddito disponibile si riduce ulteriormente, deprimendo a sua volta i consumi, e allontanando la ripresa.

Per capire un po’ come funziona questo circolo vizioso che ci sta trascinando nella seconda recessione in 4 anni, vediamo un po’ la storia del consumatore-tipo: io.

Appena arrivato qui, un po’ per necessità (dovevo comprare un sacco di cose per la casa nuova) un po’ per ansia da bella vita (“ma qui è tutto economico! spendiamo!”), mi sono dato alle spese allegre, dilapidando tutti i miei (magri) risparmi.

…Poi è arrivato il 2012. E sono arrivati:
-          L’aumento dell’ IRPF (come l’IRPEF italiana)
-          L’aumento del biglietto del bus e della metro a Valencia
-          L’aumento del menu del pranzo in facoltà
-          L’aumento della bolletta della luce
-          L’aumento del giramento di coglioni e di tante altre cose.

Mi sono fatto due conti in tasca e tutte queste cose insieme hanno ridotto il mio potere d’acquisto di circa il 18% (!).

Ed io, consumatore-tipo, ho risposto così:
Il pranzo sociale in facoltà è sostituito da un più triste, asociale e modesto pranzo in ufficio con cibo portato da casa (nella foto, un piatto di pasta con le melanzane e una mela modello “fuji”):

La metro si prende solo se è inevitabile. Per tutto il resto c’è la mia bici Eugenia (davvero, l’ho chiamata così), a cui la settimana scorsa ho rotto un pedale.
In casa ho due stufe (casa mia non ha il riscaldamento, come quasi tutte le case qui a Valencia). Fino all’inizio di febbraio di sera le usavo entrambe; dopo aver ricevuto la bolletta 15 gennaio-15 febbraio pari a 142 € questo è il nuovo modo di non prendere freddo in casa:

Provo una sensazione di empatia verso i manifestanti nelle proteste quotidiane che si vedono a Valencia:
 … insomma, la vita ai tempi della crisi del debito è fatta di sacrifici e autoironia.

Conclusione seriosa:

Io penso che i tagli, los recortes, siano un male necessario per alcuni capitoli della spesa pubblica, dove gli sprechi, negli anni di bonanza, hanno avuto la meglio. E sono anche una lezione per i Paesi che “si sono comportati male”.

Ma concordo con i molti economisti che hanno dubbi sull’opportunità, in questo momento, delle misure che si stanno adottando. E’ importante sì rimettere i conti pubblici su un percorso sostenibile, ma bisogna ricordare che la sostenibilità dipende (1) dal valore assoluto del debito e (2) dall’andamento dell’economia (grezzamente, il PIL).

Purtroppo, sorge il dubbio che il conservatorismo (economico) cieco che guida le scelte dell’UE solo consideri il punto (1), che la potenza di lobby piccole e ben organizzate faccia sì che i governi preferiscano un danno generalizzato (aumentare le imposte) ad un intervento sacrosanto (rendere più competitivi i mercati finali, per ridurre i prezzi tramite una riduzione dei margini dei profitti, piuttosto che dei salari), e che qualsiasi piano di rientro del deficit dovrebbe essere ragionevole, oltre che “necessario”. E, infine, che los recortes sono socialmente accettabili (e meno iniqui) solo se tutte, proprio tutte le categorie sociali ed economiche fanno la loro parte, e così, purtroppo, non è.

Sobrevivido

(20 Marzo 2012)

È finita.

Dopo tre settimane di scariche di petardi, ma soprattutto una cinque giorni conclusiva che sembrava una maratona, le Fallas si sono concluse.

Ed ecco a voi il mio Bilancio personale delle Fallas:
1) Ho rivisto il mio migliore amico, che non rivedevo da Natale, e siamo stati insieme per quattro giorni.
2) Il mio conto in banca è sceso di 270 euro e io non ho la più pallida idea di come ho speso questi soldi.
3) La falla più brutta di Valencia era quella sotto casa mia. Lo chiamavano Karma. Io l’ho ribatezzata “la falla lesbica” perché era una specie di testa androgina con casco ed occhiali da moto, sulla quale hanno posto una motocicletta (…).
4) Ho bevuto più alcool che acqua.
5) Così come qualsiasi altra legge a Valencia, anche il mio “aver smesso di fumare” (a chi voglio raccontarlo ormai…) è stato sospeso, visto che in 4 giorni ho fumato almeno 2 pacchetti di sigarette.
6) Ho calpestato una chiazza di vomito.
7) Un gruppetto di quattro signore 60enni ubriache ci ha provato con me in Calle Literato Azorín quando ho chiesto loro un accendino.
8) Sono in debito di sonno per il resto dei miei giorni. Urge l’arrivo del sonno eterno.
9) Oggi ho la tosse e anche il raffreddore e la primavera qui è iniziata con un calo delle temperature di 7-8 gradi.
10) …E, nonostante tutto, i petardi che venivano scoppiati, la folla ovunque, i ristoranti tutti pieni e i camerieri esauriti non mi hanno stremato più di tanto, forse perché in questo periodo per tanti motivi sono particolarmente (e stranamente) felice, o almeno sereno, e forse perché questa città mi sta portando fortuna.


Diez Cosas

(14 Marzo 2012)

Le Fallas sono iniziate definitivamente il 1 marzo.
Il delirio a Valencia cresce in modo esponenziale ogni giorno che passa, in vista del 19 marzo, quando ci daremo tutti fuoco, i bambini e gli adulti cercano di farti venire l’infarto con petardi sempre più potenti, ma soprattutto si scoprono cose che uno non avrebbe mai immaginato.
Ed ecco quindi a voi dieci cose che dovreste sapere sulle Fallas e non avete mai osato chiedere immaginare:
1. In Fallas i bambini fanno a gara a tirare petardi. Se sono troppo piccoli per farlo, vengono sostituiti dai genitori o dai nonni, e tu ti chiedi perché.
2. In Fallas anche la sindaca-monarca di Valencia, Rita Barberá, si ubriaca e tira petardi, per cui possiamo ribattezzarla Rita Petardá, e io ne ho le prove:



3. In Fallas puoi tornare a casa dopo il lavoro e scoprire che hanno piantato davanti al tuo portone un bagaglio allegorico a cui daranno fuoco l’ultima sera. Per quella sera, ricordati di ritirare i panni che avevi steso sul balcone.
4. In Fallas, a Valencia, si fanno fuochi d’artificio in Plaza de l’Ayuntamiento ogni giorno alle 14 per 19 giorni, e si chiama Mascletá. Poiché il Comune è con le pezze al culo, il nuovo nome ufficiale della Mascletá è Mascletá patrocinada por Helados Nestlé, versione globale de las Fallas.
5. La festa finisce il 19 marzo, ma siccome finisce a tarda notte, l’Università e le sculoe il giorno dopo aprono più tardi.
6. Può capitarti di camminare in una strada un tempo a te nota, svoltare l’angolo e trovare gente che sta cucinando paella in mezzo alla strada.
7. La metropolitana di Valencia sotto Fallas è il remake di “Autostrada per l’Inferno”.
8. Per legge, la Fallera Mayor (miss Valencia in versione Principessa Leila, vedi l’ultimo post) deve commuoversi durante la Mascletá:

9. In Fallas, l’unico modo per fuggire dal suono dei petardi è andare fuori città. Di almeno 200 Km.
10. In Fallas, anche la gente di mezza età suole star fuori fino a molto tardi e ubriacarsi.


Senyor Pirotècnic


(26 Febbraio 2012)
E così, domenica 26 febbraio sono ufficialmente iniziate le Fallas. Le Fallas sono la Festa di Valencia, la Festa con la F maiuscola, l’elemento che più caratterizza Valencia nel mondo insieme all’America’s Cup 2007, la Città delle Arti e della Scienza di Calatrava, e gli scandali di corruzione.

Molta gente nel mondo le conosce, magari per sentito dire o per luoghi comuni. Ad esempio, più volte mi è capitato di sentirmi dire cose del tipo “ah vivi a Valencia? è a Valencia che c’è quella festa, come si chiama, Felle…” o “è a Valencia che a San Giuseppe danno fuoco a tutto?” o cose del genere.

Insomma: io vivo qui oramai da 176 giorni e un giorno sì e uno no ho sentito la parola Fallas, eppure ci ho messo diversi mesi a capire cosa cazzo siano las Fallas. Intendo dire letteralmente. Perché tutti i valenciani, di nascita o di adozione, che ho conosciuto qui, me ne hanno parlato, chi bene, chi male, chi con gli occhi luccicanti per l’orgoglio e chi con i conati di vomito. Ma per un non valenciano è davvero difficile capire il perché de las Fallas. Ho perso il conto dei “è il tuo primo anno a Valencia? Joder, allora vedrai a marzo…” oppure “non sei mai stato qui per Fallas? Davvero? Beh, preparati” o ancora “ti avviso: quello che vedi ora, la città che conosci, in Fallas sarà tutta un’altra cosa” e per finire “non puoi assolutamente perdere las Fallas, almeno il primo anno. Dall’anno prossimo puoi iniziare a fuggire”. Il problema è che, per settimane, ho avuto questa domanda che mi ronzava in testa, e che a turno facevo ai malcapitati: “Ma cosa sono le Fallas? Intendo dire: che vuol dire f-a-l-l-a-s?” e nel frattempo cercavo di collezionare le informazioni raccolte, ma le risposte non riuscivano a risolvere i miei dubbi, o magari ero io a non capire parte di quello che mi veniva detto, e così lo avrò chiesto mille e più volte, e la risposta alla domanda è sempre stata diversa:

-  “Beh, ci sono i fuochi d’artificio alle 14 tutti i giorni in Plaça de l’Ajuntament e la Rita Barberà sul balcone con la Fallera Mayor”.
-  “In ogni quartiere ci sono i casal falleros che sono i circoli dove si riunisce la gente del casal e anche le falleras e in quei giorni fanno sempre feste”
-  “Si mettono delle grandi costruzioni di cartapesta in tutti gli incroci più importanti della città e la circolazione è impossibile”
-  “…”
-  “E gli ultimi giorni c’è festa fino alle 4 del mattino e i bambini scoppiano continuamente petardi e tu vorresti ucciderli”
-  “Ci sono valenciani che sono pazzi per le Fallas e altri che scappano, perché in fondo è vero, la città diventa un delirio.”
-  "L’ultima sera, la sera della cremà, si da fuoco a tutto”
-   “Vedrai.”
-   “L’Università chiude negli ultimi giorni”
-   “Le Fallas sono il 50% del PIL della città di Valencia”
-   “Durante Fallas tutti sono più simpatici”
-   “Le Fallas sono la festa più grande di tutta la Spagna”

… E via dicendo. Insomma, oggi è iniziato tutto, ma nel frattempo, in questi 176 giorni, ho capito cosa sono le Fallas.

Las Fallas è una festa laica di cui ignoro l’origine e le Fallas, in senso stretto, sono delle enormi costruzioni allegoriche di cartapesta e altri materiali altamente combustibili che vengono sparse per la città, mentre un esercito di Falleras, giovani donne che indossano costumi tradizionali e portano i capelli come la Principessa Leila di Star Wars, popolano le strade e offrono cene alla gente dei loro casals. Ogni giorno dal primo al 19 marzo (ma anche l’ultima domenica di febbraio), alle 14, la Fallera Mayor, una sorta di Miss Valencia con i capelli alla Principessa Leila e col vestito più costoso di tutte, la Fallera che ha battuto tutte le altre principesse Leile ed è riuscita così a diventare la star delle Fallas dell’anno, dal balcone del comune, accanto alla sindaca, invita il senyor pirotècnic ad iniziare le danze coi fuochi d’artificio. Ho anche capito altre cose. Ad esempio, che non dormirò per giorni, che rischierò l’infarto causa petardi ogni 5 minuti, che i miei alunni vorranno andare a vedere la mascletà alle 14 e mi chiederanno di finire la lezione in anticipo, e che in realtà, anche se nessuno lo sa, la parola Fallas è un acronimo che sta per:

Fuoco
Alcool
La Principessa Leila
Le notti in bianco che mi toccherà passare
Alcool
Se non avete notizie di me sono morto.

Mini-Guida di Valencia

(30 Gennaio 2012)



Ogni città ha i suoi quartieri che, in qualche modo, sono identificati dal tipo di gente che li frequenta o che ci vive. Lo so che questi sono generalmente dei cliché. Ma, dopo 5 mesi passati in questa città, sulla base di quello che sento dire e di quello che vedo ho capito che i veri quartieri di Valencia, nell’ immaginario dei suoi cittadini, sono quelli riportati nella foto qui sopra.

Altre informazioni utili:

1. La Paella Valenciana non è quella mista di carne e pesce. La Paella Valenciana è di carne (per la precisione, pollo e coniglio, con fagiolini e fagioli grandi).

2. La Paella non si mangia mai a cena.

3. La Paella non si mangia mai in centro città.

4. It’s all about paella.

5. “Arroz” non significa “Arrosto”: significa “Riso”.

6. La parola più utilizzata a Valencia è “Valencia”.

7. Non è che ad ogni angolo della strada la gente balli il Flamenco. Per la precisione, il Flamenco è tipico dell’Andalusia.

8. I muffin qui si chiamano magdalenas. E sono proprio buoni.

9. Dopo la colazione, alle 12 si almuerza, alle 14.30 si pranza, alle 19 si finisce di lavorare, alle 21.30-22 si cena, a mezzanotte si esce per un drink, alle 3 si va in discoteca.

10. Margaret Thatcher, in Valenciano, si dice “Rita Barberà”.

11. Le anziane che incontri in ascensore ti chiamano “guapo”.

12. Valencia non è Catalogna.

13. I petardi sono uno status symbol.

14. “Amparo” è un nome di donna.

15. Il Valenciano è quasi identico al Catalano, per cui le due parole sono intercambiabili. Ciononostante, è utile stare attenti perché può capitare di incontrare qualcuno a cui non piace questa confusione.

16. A Valencia anche gli anziani fanno sport, usando goffamente degli attrezzi ginnici pubblici che si trovano nei parchi e nei giardini.

Funny Funky Ukulele


(25 Gennaio 2012)
In casa ho tre camere da letto, due delle quali libere. In realtà, più che due camere da letto, sono due orifizi, viste le dimensioni, che sono appena sufficienti per avere all’interno un letto, una piccola scrivania, un comodino e un comò. Ma sono pur sempre due camere da letto libere, che possono servire per ospitare amici o famigliari che mi vengono a trovare.
Oppure, viaggiatori a caso.
Alcuni mesi fa un amico mi aveva parlato di un sito sul quale si può mettere a disposizione gratis un letto (o un divano) della propria casa per una, due notti o quello che sia, per gente in viaggio, disposta ad adattarsi e socievole. Ovviamente, è utile anche all’inverso, cioè per cercare una sistemazione per un viaggio low cost. L’idea mi era piaciuta, e visto che ora ho una casa dove lo spazio (inutile) non manca ho deciso di metterla in pratica. Risvegliava, in un certo senso, il mio spirito da backpacker, dal quale non mi sono mai separato del tutto. E poi il sito è sicuro, ma in ogni caso una persona che viaggia low cost non può essere una cattiva persona.
E così un paio di mesi fa ho fatto il mio profilo, ed hanno cominciato ad arrivare le prime richieste, in realtà ancora poche, anche visto che è inverno.
Nella ricerca di un tetto sotto il quale dormire, alcune persone diventano degli ottimi promotori di se stessi. Un ragazzo inglese di 20 anni mi ha scritto a fine novembre per chiedere un letto per sé e il suo amico per una notte, sostenendo che sarebbe stata per loro “un’ottima occasione per imparare a cucinare qualcosa”, visto che io sono italiano. E’ ovvio: italiano = cuoco. Per fortuna non mi hanno detto che gli avrei potuto insegnare a suonare il mandolino o a sciogliere persone nell’acido o a ballare il bunga bunga. Io ho declinato, visto che in quei giorni sarei stato a Le Havre, ma infondo mi era sembrato simpatico.

Ma l’Oscar per la creatività lo vincono Adam, 22enne americano, e Francis,  ragazza francese di 23 anni (i nomi sono stati furbamente modificati dal sottoscritto).
Adam, nel chiedermi un letto per i giorni delle Fallas, ha detto di essere una persona tranquilla, socievole, e che è disposto ad aiutare a pulire e cucinare… Ma soprattutto, che avremmo potuto parlare di economia (…) perché lui è uno studente di economia e io un professore, e anche “passare una bella serata con lui che suonava la sua armonica e il suo ukulele”. Vabbè.
Francis, invece, si è presentata così:
“Hola Gaetanooooo!!! La Funny Funky Francis… Sono io!!!
(ma certo! come potevo non conoscerti ancora!)
(…) Verrò in Spagna in vacanza e voglio vedere i paesaggi, i monumenti ma soprattutto vivere come una persona spagnola, anche se purtroppo avrò solo un mese a disposizione (…)
(solo un mese. Solo)
(…) Mi piace stare con gli amici, andare ad un pub o a un concerto o a teatro ogni sera, se possibile (…)
(Ecchicazzo sei, Rockefeller?)”

Ma FFF mi è stata simpatica. Il suo messaggio e modo di presentarsi era così surreale che ho sentito il dovere di ospitarla, e così il 4 febbraio sarà qui.
Quando le ho risposto che avevo posto in casa, perché entrambe le stanze erano libere, lei mi ha scritto:
“Non preoccuparti: sono piccolina, per cui una stanza è più che sufficiente”.
Mito assoluto. Ha confermato la mia opinione di lei: una che vive in un mondo tutto suo. Ma chi è davvero lo scopriremo il 4 febbraio, giorno in cui io e Valencia compiamo 5 mesi insieme, e giorno in cui l’Hotel Gaetano apre i battenti.