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mercoledì 11 settembre 2013

Primer día de clase





Una settimana fa ho iniziato il mio terzo anno a Valencia (terzo anno. TERZO. La vecchiaia avanza) e lunedì, l'altroieri, è ufficialmente iniziato l'anno accademico.

Tuttavia, la prima lezione io l'ho data ieri e, come ogni semestre, ero anche un filino emozionato all'idea di iniziare il corso. Nonostante l'orario sfigato (la lezione inizia alle 19.30, ed è l'ultima della giornata, per cui l'aula sembra il set di The Walking Dead) , io sono partito abbastanza energico e contento.

Nonostante le mie buone intenzioni, però quando ho cercato di accendere il proiettore, non andava.
"Credo sia rotto, ieri durante la lezione ha improvvisamente smesso di funzionare" è intervenuto un alunno dalla prima fila.
"Ah. Mi è successa la stessa cosa nella prima lezione dello scorso anno. Dev'essere destino" ho risposto io, cercando di fare il simpatico.
"..." hanno risposto gli studenti.

E così, con l'interfono, ho chiamato la portineria chiedendo se poteva salire qualcuno a sistemare il proiettore. Dopo due minuti, la signora venuta dalla portineria ha constatato che non c'era nulla da fare e ci ha chiesto di spostarci in un'altra aula, allo stesso piano, dove un suo collega sarebbe passato a breve ad aprire la porta, qualora fosse chiusa a chiave.

Ho guidato la transumanza degli studenti - ma secondo me nel frattempo ne ho perso qualcuno - e, arrivato alla porta, ho visto che era chiusa a chiave. "Si, ho provato anch'io, è chiusa" mi ha detto uno studente olandese che avevo anche lo scorso anno, in un altro corso.

Dopo quasi dieci minuti di attesa e nessuno all'orizzonte, ho spedito l'olandese al piano terra a chiedere la chiave dell'aula, ma, al suo ritorno, mi ha detto "mi hanno detto che la chiave dell'armadietto (del computer) che hai va bene". "No, non va assolutamente bene", ho risposto piccato. "So com'è fatta quella chiave, e questa è diversa", e ho inutilmente infilato la chiave nella toppa per dimostrarlo.

A quel punto ho deciso di scendere giù, sempre più innervosito, e, arrivato in portineria, ho detto:

"Mi serve la chiave dell'aula. Questa (agitando la chiave dell'armadietto) non è la chiave dell'aula".
"Ma se vengo proprio da lì, ho appena aperto!" ha sbottato uno degli uomini della portineria.
"Senta, non è possibile, vengo da lì e non è passato nessuno."
"Le giuro che sono salito nonappena la mia collega ha chiamato all'interfono per dire che vi serviva una nuova aula"
"E io le giuro che la porta è chiusa"
"Saliamo insieme. Io non mento! È una questione d'onore"
"Io nemmeno mento! - ho ribattuto - Magari la porta era aperta e tu l'hai chiusa"
"..."

Saliti su, siamo andati alla porta, circondati dalla cinquantina di studenti del corso, lui, ha cercato di aprire e la porta non andava. "Ha visto?", sono intervenuto subito. Lui ha dato uno strattone più forte e la porta si è aperta. "Ha visto? Basta un pochino di forza" mi ha detto orgoglioso e soddisfatto, mentre io sprofondavo nello squallore e uno studente cercava di tirarmi su di morale dicendo che anche a lui sembrava chiusa a chiave.

Siamo entrati dentro, ma sarà difficile riconquistare il rispetto perso nel giro di mezz'ora.

Un ottimo inizio d'anno accademico.


martedì 18 dicembre 2012

Una settimana d'addio - I parte

La mia vita sta andando a rotoli.

In questi tempi di incertezze sul futuro, crisi economica, tagli e tasse in ogni dove, dubbi sul cosa sarà di me nel prossimo anno, l'unica speranza che ho è che i Maya ci abbiano azzeccato. Anzi, è più complicato di così: la mia speranza è che chi ha interpretato la profezia dei Maya abbia fatto bene il suo lavoro, e che i Maya ci abbiano azzeccato. Dunque, il mio è un auspicio al quadrato, non un auspicio qualunque, il che rende le sue probabilità di avverarsi praticamente nulle.


Il fatto che io non abbia più il controllo sulla mia vita è dimostrato dal mio stare con la testa per aria, e, di conseguenza, fare delle figure di merda non da poco, a detrimento della mia dignità. La settimana scorsa è stata, in questo senso, da manuale.


L'ultima settimana di lezione

Siamo ancora a dicembre e io solo desidero che finisca l'anno accademico e i miei studenti mi dimentichino, dopo due numeri da circo.
Mercoledì scorso ho fatto il secondo esame intermedio del corso che ho dato in questo semestre e giovedì ne ho pubblicato i voti. Per informare gli studenti, gli ho, con grande cortesia, inviato un'e-mail tramite la piattaforma didattica:

"I risultati del secondo esame intermedio sono disponibili nell'Aula virtual. Per vedere il compito potete venire durante l'orario di ricevimento. [...]"

L'aula virtual è una piattaforma dell'Università dove si raccolgono tutte le informazioni per ogni corso: contatti degli studenti immatricolati, slide e materiale didattico, eccetera. La comodità, per gli studenti, è avere il materiale a portata di mano e, per i professori, di avere accesso rapido a tutti i loro corsi. Tutti.

E infatti, è bastato cliccare sul corso sbagliato ed ho mandato la mail ad un gruppo che farà con me un esame completamente diverso e, per giunta, il prossimo semestre. Dopo due minuti, ho inviato la mail di rettifica.

Il peggio del peggio? La mail viene inviata anche agli altri professori che tengono un corso equivalente e che, dunque, sono stati testimoni del mio numero.

Non contento, ho bissato il venerdì. Questo semestre avevo otto ore di lezione il venerdì, per quatro gruppi di due ore l'uno, dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,30. Dopo il gruppo delle 15,30, sono andato a comprare della cioccolata al bar e sono salito di nuovo all'aula 503 per iniziare la lezione del gruppo delle 17,30.
Sono entrato in aula e c'era un altro professore. L'ho guardato sorpreso, lui mi ha guardato annichilito e io, con fare fiero, ho dichiarato:
"È che dovrei fare lezione alle 17,30"
"Beh, non direi", mi ha risposto lui. Ho lanciato un'occhiata agli studenti ed erano quelli del gruppo a cui avevo appena fatto lezione.
"È nell'aula accanto", mi ha detto uno di loro, ridendo. Sono sprofondato nella mia sciarpa, arrossendo, e sono uscito di lì.

(Continua...)

mercoledì 28 novembre 2012

Yo soy un berlinés

Il prossimo fine settimana andrò a Berlino. L'idea di andare è nata per motivi di lavoro, per partecipare ad una conferenza, ma fortunatamente l'utile poi si è unito al dilettevole, perché alla fine due miei amici (dall'Italia e dall'Olanda) saranno lì in vacanza proprio nello stesso week-end, e così faremo una bella rimpatriata.

Vediamo di chiarire subito una cosa: io amo Berlino. Mi piace da morire. Se dovessi andarmene da Valencia farei di tutto per trasferirmi lì (o a Copenhagen o a Stoccolma), nonostante io in tedesco sappia dire poco più che kartoffen, Angela Merkel, "Tchuss!", Lufthansa e danke.

Sono stato a Berlino già cinque volte, una alla veneranda età di 8 anni, una in gita di quinta liceo e le ultime tre volte tra il 2009 e il 2011, per vacanza o per lavoro.

Senza dubbio, però, fu l'ultimo viaggio a Berlino che, per me, passò alla storia, a causa delle disavventure che ho vissuto e per le quali, quella volta, mi sono davvero superato.

Era la mattina del 25 novembre del 2010, vivevo ancora a Bologna e mi stavo preparando per andare a Berlino per una conferenza. La conferenza iniziava la mattina seguente, e io venivo da un paio di settimane difficili a causa di una fortissima congiuntivite all'occhio destro che mi aveva reso impossibile indossare le lenti a contatto, almeno per un paio di giorni in più, quando avrei concluso la cura.

Il volo Easyjet partiva alle diciotto da Milano Malpensa, per cui avevo preso un biglietto del treno da Bologna a Milano Centrale, alle due, e poi sarei salito sull'autobus diretto all'aereoporto.
Mentre mi facevo la doccia sentii un tonfo imponente, come se fosse crollato il mobiletto del bagno: ed in effetti, quando uscii, con timore, dalla doccia, vidi che la roba accatastata in cima al mobiletto (le scatole delle fialette anticaduta: sì, anch'io ho cercato inutilmente di fermare la calvizie), sopra alla quale si trovavano i miei occhiali, era crollata a terra. Sotto la massa informe giacevano i miei occhiali, con una delle due lenti completamente sbriciolata.

Imprecai per la rabbia: non avevo occhiali di emergenza e non potevo mettere le lenti a contatto. E così, decisi di giocarmela, andando a prendere il treno da cieco (nota: mi mancano 5.5 gradi a ogni occhio. Sì, appunto.)

Arrivato a Bologna Centrale, miracolosamente riconobbi il treno Alta Velocità che dovevo prendere e il numero del vagone era scritto sufficientemente grande; ciò che era troppo piccolo erano i numeri delle poltrone, per cui non riuscivo a capire dov'era la mia. Mettermi gli occhiali frantumati - che pure avevo con me - non era un'opzione, e così feci il vago, arrivando a metà carrozza: lì mi accorsi, mentre fingevo di sedermi, di essere andato troppo avanti e tornai indietro contando le file.

Arrivato alla mia poltrona, misi le mani nelle tasche e mi accorsi di non avere né il portafogli, né il cellulare.
In quello stesso momento il treno partiva da Bologna, diretto - senza fermate intermedie - a Milano, che ne sarebbe stato di me? Ero al punto di farmi prendere da un attacco di panico, quando pensai che potevo aver lasciato il tutto alla prima poltroncina e, per fortuna, ritrovai entrambi gli strumenti vitali proprio lì.

Mentre riflettevo su come fossi stato fortunato, arrivai a Milano. Una corsa al lato della stazione e il Malpensa Express fu mio, dopo aver lasciato il trolley nel bagagliaio: tutto filava così liscio, nonostante gli occhiali mancanti!



Ma fu a Malpensa che la peggiore delle sorprese si manifestò. Scesi dal bus al terminal 2, mi avviai verso i controlli, quando fu il mio turno aprii il bagaglio a mano per estrarre il pc e in quel momento mi accorsi che la borsa a tracolla dove lo avevo messo era vuota.

Mi si gelò il sangue. Non so con quali poteri soprannaturali feci come se nulla fosse, passai il metal detector, richiusi la valigia e mi avviai verso il gate, mentre, freneticamente, cercavo il mio cellulare per chiamare la mia coinquilina di allora affinché mi confermasse l'impossibile, ossia che avevo lasciato il pc a casa.

"Gae... io lo sto cercando ma qui non c'è..." mi disse, mentre rovistava in diretta telefonica.
"Porca puttana. Infatti lo avevo messo. Cazzo, me lo hanno rubato. Lì c'è tutta la mia vita. E ora che faccio? Come faccio ad andare a Berlino? Non ho nemmeno la presentazione che devo fare!"
"..."

[NOTA: che ci fosse dentro "tutta la mia vita" può sembrare un'esagerazione delle mie, ma non lo è. Persi un mese e mezzo di lavoro, oltre a tanti ricordi che non avevano avuto il backup]

Chiamai i miei genitori, mi sfogai con una scena madre fatta di lacrime e sangue che tuttora credo sia celebre nei racconti dei lavoratori di Malpensa, ma alla fine partii e riuscii a farmi preparare ed inviare la presentazione grazie all'aiuto della mia coinquilina, che trovò il mio hard disk, e di un collega.

La conferenza filò liscia, e io acquisii anche una personalità, "il ragazzo a cui hanno rubato il pc" (normalmente seguito da un: "Ma... qui a Berlino?" "No no, in Italia", "Ah, ecco").

L' invited speaker della conferenza, poi, era un pezzo grosso: diciamo che lui sta alla macroeconometria (quella cosa strana su cui lavoro io) come Gandhi sta alla nonviolenza. Io passai inosservato, ovviamente, ma lo rividi 2 settimane dopo, il 10 dicembre, in un altro incontro a Roma, dove presentavo lo stesso lavoro.
A pranzo, era seduto di fronte a me e, mentre ci parlavo, azzardai:
"Siamo entrambi stati al workshop del 25 novembre!"
"..."
"..."
"Ah, a Berlino! Non mi ricordo di te."
"Ho presentato lo st-"
"Aspetta! Sei il ragazzo a cui avevano rubato il pc!"
"Già", risposi, disarmato e costretto ad ammettere la realtà: la mia sfiga viene ricordata dalle persone molto più della mia attività di ricerca.



lunedì 1 ottobre 2012

El Congreso

La scorsa settimana sono stato a Bratislava per una conferenza. Non ero mai stato a Bratislava: in realtà, mi aveva sempre incuriosito in modo inquietante da quando vidi Hostel, che si svolge proprio lì ed è l'unico film horror che nella mia vita ho dovuto interrompere a metà perché ero troppo impressionato.

(Particolare per stomaci forti: decisi di spegnere la TV quando il carnefice tagliò le caviglie ad un prigioniero, lasciò che si alzasse e quando questo lo fece i piedi si staccarono dal resto del corpo. Fine dei dettagli splatter).
Per tenermi al passo con il posto in cui ero diretto, all'Aereoporto di Bergamo ho comprato un libro di Jo Nesbø e, credeteci o no, dopo quattro giorni l'ho già quasi finito.

In realtà Bratislava mi aveva sempre affascinato, perché nella mia testa rientrava tra le città del Centro-Est Europa ex comunista che hanno conservato un loro fascino. Altre città affascinanti dell'Europa Centro-Orientale: Praga, Zagabria, Lubiana, Riga, Budapest. Città non affascinanti dell'Europa Centro-Orientale: Skopje, Minsk, Kiev.

Purtroppo, la mattina di giovedì - primo giorno della conferenza - ho avuto la pessima idea di andare a piedi all'Università, che era letteralmente dall'altra parte della città (e del fiume), lì dove la poesia medievale del piccolo centro storico di Bratislava lascia spazio all'architettura popolare dell'era comunista. Dopo aver fatto colazione e aver controllato il percorso sulla mappa, mi sono avviato, dopo 30 minuti di cammino ho attraversato il fiume, uh ma che bella vista, sono sceso giù dal ponte seguendo la pista ciclabile e mi sono ritrovato nel nulla. In teoria l'università era vicinissima ma io non avevo modo di raggiungerla, né di vederla, e questo è il panorama che avevo davanti: Hostel II sto arrivando.


Mentre mi maledicevo, seguendo la camminata lungo una pista ciclabile che portava non si sa dove, ha anche iniziato a piovigginare. Mi sembrava di essere ritornato a quando ero vicino Varsavia per un'altra conferenza e arrivai con 60 cm di neve, 14 gradi sotto zero, sbagliai strada dalla fermata del bus all'hotel e quando arrivai lì - vabbè, quella è un'altra storia.

Nonostante tutto, dopo un giro assurdo, sono riuscito ad arrivare all'Università, seppure con mezz'ora di ritardo (tempo totale della camminata: 70 minuti. Cosa non si fa per risparmiare il prezzo del taxi a chi ti dovrà rimborsare il viaggio...)
 Al mio arrivo, come sempre, mi hanno dato la borsa della conferenza con il merchandising vario, ma se ancora avevo dubbi che questa potesse essere un'esperienza surreale, sono stati finalmente dissipati dal contenuto della borsa. Quando, seduto al mio banco nella prima sessione plenaria, l'ho aperta, mi è sembrato di aver trovato il Santo Graal. Ed ecco a voi cosa contiene una Borsa Data Ad Una Conferenza Nell'Europa Dell'Est:


Una ragazza si è seduta vicino a me, si è presentata, io ho ricambiato e lei "sì, lo so, la Professoressa Fhshiblzuihlciunfzfz mi ha detto che presenterai un paper interessante". Io ho ringraziato, nel frattempo è arrivata la sconosciuta Professoressa Fhshiblzuihlciunfzfz, che si è presentata a me e poi ha parlato con la ragazza, una dottoranda:
Prof: "shgiuhgvsg fhnsgiubgibgia fifeufaoiccobaa"
Dottoranda: "iwaeaycilybvlu"
Prof e Dottoranda: "ahahahahah!"
La mia interpretazione è stata che stessero parlando male di me.

La conferenza è andata bene, ma mi raccomando, se andate a Bratislava dovete assolutamente:
- Fare colazione da Shtoor, che è una caffetteria molto carina in centro e frequentata de gente molto giusta, e prendere una fetta della loro Crumble Apple Tart. E' spaziale.
- Cenare o andare a bere al Verne, che è bellissimo e dove, a quanto pare, vanno spesso anche VIP della musica o della TV Slovacchi. Una pinta di birra, 1.60 €.

Passo e chiudo.

lunedì 30 luglio 2012

Un año de docencia

(28 Maggio 2012)



Venerdì è finito il secondo semestre. È finito il mio primo anno da prof, e ne esco stanco morto, e la prossima volta che qualcuno mi dice “ah fai 8 ore di lezione a settimana? Scusa, ma che fai il resto del tempo?” gli tiro una sberla. E no, non risponderei “scrivo cazzate su unapregunta.tumblr.com”.
Ad ogni modo, quest’anno mi ha regalato delle perle che mai avrei potuto immaginare. Già da 6 anni facevo docenza in università, ma da assistente, e chiaramente non è la stessa cosa. Gli studenti sono molto più creativi quando hanno a che fare con il titolare del corso, e le cadute di stile che si possono avere con loro hanno una portata molto maggiore.

La mala educación
Nelle mie ore di ricevimento studenti, ho alcuni aficionados. Tra di loro, una studentessa con la quale ho avuto un rapporto conflittuale dall’inizio del corso, quando, durante una lezione in cui lei, seduta in prima fila (in un’aula di 30 persone), non la smetteva di parlare a voce alta con la sua compagna di banco, sbottai:
- Mi fate la cortesia di andare a parlare fuori? Nessuno vi costringe a stare qui
- Eh?
- E’ dall’inizio della lezione che parlate senza fermarvi
- Non è vero
- Sì, e io l’ho sognato.
In realtà poi durante il corso si è comportata meglio, finché un giorno non è venuta nel mio ufficio, in orario di ricevimento, per fare delle domande sulla presentazione che doveva fare in classe il giorno dopo.
- Posso mostrarti la presentazione? E’ sul mio pc.
- Certo, fammi pure vedere.
- Oh, la batteria è scarica. Hai una presa?
- Certo, passami pure il caricabatterie.
Il mio ufficio è così:

Lei era seduta di fronte a me, mi ha passato il cariacabatterie, io mi sono girato a sinistra verso il mio computer perché ho le prese sotto quel tavolo.
Il tempo di rialzarmi, e l’ho trovata alla destra della mia sedia, seduta sul tavolo.
- …
- …
- Puoi andare a sederti al tuo posto
- Ah
Lezione imparata: mai fare ricevimenti a porta chiusa.

Penalización
In entrambi i corsi che ho dato il secondo semestre, assegnavo periodicamente dei lavori agli studenti, che contavano per una parte del voto finale. Se, tuttavia, non si consegnavano, la corrispondente percentuale del voto andava persa. È quella che qui chiamano evaluación continua. In entrambi i corsi, avevo uno studente Erasmus che era arrivato a Valencia con un paio di settimane di ritardo rispetto all’inizio del semestre, e così gli avevo dato un po’ di dritte, in ufficio e a fine lezione, su come recuperare. Lui veniva sempre a fare domande, ma in realtà sembrava un po’ paraculo.
E infatti, quando arrivò il suo turno di preparare il lavoro individuale e la presentazione in classe, non venne. La settimana successiva, con la coda tra le gambe, venne a fine lezione per scusarsi della sua assenza.
- Io ho scritto e vi ho detto che dovete avvisare se non potete venire
- Sì, è che davvero è stato un contrattempo
- Sì certo. È una forma di rispetto verso i tuoi colleghi.
- Adesso che succede? Non potrò fare l’esame?
- Certo che puoi farlo, però quel lavoro valeva il 15% del voto finale. Puoi venire a fare l’esame, ma dovrò penalizzarti
Lui accenna un sorriso e alza un sopracciglio:
- Uh. Penalizzare…
- …
- …
- Sì. Tutto qui.
Sono tuttora sbigottito.

C’è una videochiamata per te
In uno dei due corsi, ho dedicato l’ultimo giorno di lezione a fare una simulazione d’esame. Essendo in un’aula diversa dal solito e senza il computer fisso, ho portato il mio laptop. (Nota bene: in un anno intero, non ho mai fatto lezione con il mio portatile personale.) Ho caricato il documento, il proiettore funzionava bene, e la lezione stava filando liscia come l’olio: gli studenti si offrivano volontari per risolvere gli esercizi.
Unico problema: avevo dimenticato di mettermi “non in linea” su Skype, che tengo sempre connesso visto che lo uso soprattutto per lavoro, così di tanto in tanto comparivano finestrelle dicendomi che varia gente era ora in linea, ma poco male.
Ad un quarto d’ora dalla fine della lezione – pardon, del semestre – è partito un suono a me noto. Quello delle chiatate Skype. Mi giro verso lo schermo gigante e vedo “… ti sta videochiamando”, con tanto di foto-avatar. Gli studenti scoppiano a ridere, io divento rosso e clicco su “ignora”. La mia amica che mi stava videochiamando mi mi ha mandato un messaggio, e così è comparso il suo saluto di sempre, nella finestrella in basso a sinistra: “amour!”, ma io ho fatto finta di niente e ho proseguito la lezione.
Una studentessa, non contenta del momento di imbarazzo che avevo avuto, chiede: “È la tua ragazza?”.
Non ci potevo credere. Mi sono limitato ad aprire le braccia. Poteva significare tante cose, ad esempio “che razza di domande fai”, “vogliamo continuare con la lezione?” ma soprattutto significava “non hai proprio capito niente”.
   

domenica 29 luglio 2012

Elevator Conversations

(10 Maggio 2012)


Poco fa, appena terminato il tour de force di 6 ore di lezione di seguito, sono riuscito a prendere l’ascensore al volo.
ProfessoreIgnoto: Prego entra pure! (e mi lascia entrare nell’ascensore che stava per partire)
Io: Grazie!
ProfessoreIgnoto: “Uh, qui stanno facendo diventare questo ascensore molto intimo” (Ed indica il soffitto, dove noto che 5 lampadine alogene su 8 non funzionano)
Io: eh sì, non le sostituiscono…
ProfessoreIgnoto: Macché! Le stanno rubando!
Io: Ah non mi ero accorto… è vero, mancano
ProfessoreIgnoto: Eh già
Io: Beh… Muy Bien!
ProfessoreIgnoto: Bene? Io non direi affatto bene. Para nada.
Io: …
ProfessoreIgnoto: Secondo te fanno bene?
Io: No ma.. hmpf.. ero… skcjgn… ironico…
(Il ProfessoreIgnoto esce dall’ascensore senza nemmeno salutare)

Entrevistas

(26 aprile 2012)

Oggi uno studente si è avvicinato alla mia cattedra all’inizio della lezione:

- Ciao Gaetano, vorrei chiederti una cosa… tu ne sai qualcosa di Cina?
- …
- …
- In che senso?
- Ho un amico che studia giornalismo e cercava qualcuno a cui fare una intervista per parlare della Cina e della sua attività commerciale e visto che tu insegni Economia Internazionale ho pensato che magari sei un esperto…
- …
- …
- Beh esperto non direi…
- …
- …Però di’ pure al tuo amico che può passare oggi pomeriggio nell’orario di ricevimento.
- Grazie!

Due ore dopo, alla fine della lezione, sono passato in ufficio e ho controllato la casella e-mail, dove ho trovato un messaggio da parte dello studente di giornalismoche complicava un po’ la questione:

“Ciao Gaetano, J. mi ha dato il tuo contatto per l’intervista, come ti ha spiegato vogliamo discutere, da un punto di vista economico-empresarial,e dell’espansione delle attività commerciali di proprietà di cinesi a Valencia, e J. mi ha detto che tu sei un intenditore”.

Io un intenditore? Tutto quello che so è che la titolare del bar sotto casa mia è cinese e io lì compro le sigarette e che vado spesso a “La Tienda del Barrio” che, a parte il nome, non ha nulla di spagnolo, per comprare utensili o altri oggetti per la casa, cinesi come i proprietari, ma come esporre queste due righe in modo professionale?
In realtà è la terza volta che vengo intervistato qui a Valencia. La prima volta è stata una ragazza di Canal 9 per strada: il Comune aveva appena approvato un codice molto restrittivo per le bici, con supermulte per chi andava fuori dalle piste ciclabili, o usava auricolari, o magari aveva una bici brutta o ruttava mentre pedalava, e io stavo tranquillamente andando in ufficio con la mia bici Eugenia. La ragazza mi bloccò e mi chiese, in Valenciano:
- Ciao, posso farti un’intervista sulle nuove regole per le bici?
- Sì… ma non parlo valenciano e sono straniero…
- Non importa, facciamo in spagnolo! Cosa ne pensi delle nuove norme per i ciclisti?
- Onestamente… anche se alcuni ciclisti sono spericolati, credo che il Comune lo faccia solo perché non ha soldi, ma mi sembra un modo un po’ ridicolo di cercare risorse, e soprattutto per chi guida automobili in modo pericoloso o parcheggia in sosta vietata, ad esempio quando ci sono le partite, non fanno nulla. Iniziassero da lì invece di disincentivare l’uso della bici
- ….
- ….
- Ehm
- Posso andare?
-  Grazie…

Dubito fortemente che Canal 9 abbia mandato in onda il mio sermone inviperito da “sono-sveglio-da-30-minuti-e-odio-Rita-Barberá”.
L’altra intervista che ho avuto era l’unica programmata, ed è stata la più drammatica. Per un programma televisivo, lo scorso 1 febbraio dovevo registrare un’intervista sulla crisi dell’euro e sui 20 anni del mercato unico europeo: io, con il mio spagnolo zoppicante. E, come se non bastasse, con il mio boss lì presente e con una ferita in via di rimarginazione sul mento (che guastava la mia seppur inesistente telegenia), per una piccola operazione che avevo subìto. Dopo l’intervista mi ritenevo piuttosto soddisfatto, ed ho anche ricevuto i complimenti del boss.
Peccato che poi l’intervista – questa sì – sia andata in onda. E che io mi sia accorto di aver detto – almeno nello spezzone che hanno inserito – solo un certo numero di ovvietà intervallate da una serie di “Hmmm”, e mi ero riproposto che mai più mi sarei lasciato trascinare in una figura di merda e che dovevo ricominciare la mia vita da zero e invece no, continuo imperterrito e tra mezz’ora andrò di nuovo a segno.

El chico invisible

(23 Gennaio 2012)

Io mi sono sempre sentito invisibile nella mia vita: mai che abbia lasciato il segno, e solitamente anche nei posti di lavoro mi sentivo un po’ così. Durante il Dottorato, mi autodefinivo il dottorando invisibile: al terzo anno, ad esempio, dovevo tenere un seminario e la responsabile, presentandomi, mi ha chiamato “Gaetano D’Amato”. In più di una conferenza hanno sbagliato il mio nome sul programma, chiamandomi ad esempio Riccardo. 

Qui a Valencia pensavo, però, di essere partito col piede giusto: in Università sono uno dei due “nuovi professori italiani” e così ho la mia identità, che ha scavalcato almeno temporaneamente il mio magro destino. E poi, che cazzo, almeno per quell’ottantina di studenti che ho, sarò pure un punto di riferimento, magari in senso negativo, magari come “quello sfigato/quello stronzo/quel figo del prof”, quello che volete, ma almeno sanno chi sono… O almeno questo è quello che credevo. E invece no.

Gennaio, per chi studia all’università, è il mese in cui si fanno gli esami. Gennaio, per chi è Professore all’università, è il mese in cui si preparano e poi si correggono gli esami. E la correzione degli esami è stata come una sberla di realismo che ha infranto i miei sogni di non-invisibilità.

Correggendo i compiti, ho fatto la triste scoperta che i miei studenti non sanno come mi chiamo, o almeno molti di loro. E poiché il 60% dei miei studenti non sono spagnoli ma di molti paesi europei, credo di avere un buon campione a livello internazionale.

Ma io dico: io ricordo ancora i nomi di tutti i miei professori, anche non italiani quando studiavo all’estero, è mai possibile che la gente non sappia come si chiama il suo?

Nel mio caso la risposta è sì. E così, in una pausa dalla correzione - quasi ultimata - dei compiti d’esame, mi ritrovo a fare un censimento e a scoprire che, nello spazio dedicato al “nome del professore” (“E mi raccomando scrivetelo, perché in questa aula ci sono persone di corsi differenti! ;) “, lì dove avrebbero dovuto scrivere il mio nome, hanno messo

nome e cognome corretto: 39

Non hanno scritto nulla ( cioè, non sanno il mio nome ): 22

Gaetano (praticamente un compagno di merende) : 7

Solo cognome, senza l’apostrofo, un errore infondo comprensibile: 5

… Ma soprattutto:

Gaetano D’Amo: 1

Gaedamo: 1

Geatamo 2

Gaetamo Dedamo 1

Gaetano D’Amano 1

Nome e Cognome (?) (sì, con tanto di punto interrogativo tra parentesi): 1

Gateano D’ : 1.

Io posso capire gli errori di spelling o l’apostrofo mancato. Ma il punto interrogativo. Il cognome che finisce per D’. Il mix nome/cognome. Eccheccazzo.