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martedì 22 aprile 2014

Itañol



Quando sono venuto a vivere in Spagna non sapevo un'acca di spagnolo a parte "buenos días", "buenas noches", "Zapatero" e "macarena". Di conseguenza, quando mi azzardavo a parlare agli autoctoni nella loro lingua, cosa che era quasi sempre inevitabile, finivo per parlare un miscuglio di italiano e spagnolo meglio noto come itañol, la lingua degli italiani trapiantati in Spagna, o degli spagnoli trapiantati in Italia.

L'itañol (altrimenti detto espaliano) è ben diverso dalla caricatura dello spagnolo perpetrata da certi italiani, che, una volta arrivati in Spagna, pensano che basti aggiungere qualche u e qualche s alle parole italiane per trasformarsi magicamente in castigliani: "Duoves possiamos mangiares tortillas?"(*), tanto per farci un'idea. L'itañol è uno spagnolo parlato con un accento marcatamente italiano e con una grammatica per lo più corretta, ma un vocabolario nel quale, di tanto in tanto, si infilano italianismi azzardati.

Col passare del tempo, via via che il mio spagnolo migliorava, il mio itañol si è affievolito, nonostante, in alcuni momenti di stanchezza o relax eccessivo, tuttora mi escano fuori parole italiane spagnolizzate.

Mai avrei pensato, però, tre anni fa, che l'itañol funzionasse anche al contrario, e cioè che lo spagnolo penetrasse nella mia conoscenza della lingua italiana, iniziando ad annacquarla e riempirla di parole ed espressioni non sue. Difatti l'idea per questo post mi è venuta da un commento di qualche giorno fa di un'amica, anch'ella espatriata e che quindi mi può capire.

Per dirla in altre parole: il livello del mio italiano è peggiorato, no, anzi, è sprofondato da tre anni a questa parte. Sarà che mi capita di parlarlo poco (scrivere non è lo stesso: a voce lo parlo solo quando sento i miei genitori, o con F. che qui è il mio unico amico italiano), ma certe volte mi fermo a pensare a quello che dico e mi sento in imbarazzo. La cosa peggiore è che io ho sempre riso della gente che faceva così, o di quelli che si trasferivano dalle mie parti al nord in Italia e improvvisamente iniziavano a usare parole come "sportina", "dare il tiro" e chi più ne ha più ne metta. Ora chiedo venia e torno indietro con la coda tra le gambe.

Ed ecco a voi una serie di strafalcioni che commetto più spesso di quanto pensi quando parlo in italiano, che altro non sono se non una traduzione letterale di espressioni in spagnolo:

1. "Ieri sera ho cenato carciofi"
In spagnolo direi "Anoche cené alcachofas" ma in italiano no.

2. "Sono uscito a correre"
Dallo spagnolo "he salido a correr", di cui è la traduzione letterale; meno male che non dico "sono salito a correre" ("e dove? in terrazzo?" mi potrebbero chiedere).

3. "Che sì! che no!"
In spagnolo si dice "que sí" / "que no" per enfatizzare una risposta affermativa o negativa. Per esempio:
"Seguro que has tendido la ropa?" "que sí!" ("Sicuro che hai steso i panni?"). Ecco, io ci metto un "che" di troppo in italiano.

4. Usare parole italiane desuete o poco comuni perché sono uguali al corrispettivo spagnolo
Ad esempio: non uso quasi più la parola "veloce", bensì solo "rapido/a". E poi, chi usa più il verbo "solere" in italiano? ("Quel ristorante suole essere economico") Risposta: io.

5. "Tengo un poco di freddo"
Due cagate in una: usare il verbo tenere invece di avere o sentire, solo perché "Tengo un poco de frío" è ciò che direi in spagnolo: peccato che sembri dialetto abruzzese italianizzato, e poi usare "un poco" invece di "un po' ", che fa suonare vecchio.

6. Fare confusione con gli ausiliari. Per la precisione, tendere a usare sempre il verbo avere.
...E questo perché in spagnolo l'ausiliare è il verbo haber, avere.

7. "Preferiro andare lì"
Per fortuna mi è capitato solo una volta. Ma, abituato a dire "prefiero", quando sto per dire "preferisco" sempre, e sottolineo sempre, mi sorge il dubbio che in italiano non sia corretto e non sia in realtà una forma dialettale.

8. "Sono andato a fare la compra"
La spesa, si dice la spesa Gaetano, cazzo, la spesa.

Questa è una richiesta d'aiuto. Aiutatemi a non finire per parlare con un vocabolario di 100 parole.


*Non avete idea di quanto sia comune sentire frasi del genere per strada in Spagna, per lo meno a Valencia. No, no, è molto più comune di quanto pensiate. Più di sentire un raffazzonato "voulez-vous coucher avec moi ce soir" in Francia.


giovedì 10 ottobre 2013

Yonki

La parola yonki è una spagnolizzazione dell'inglese junkie (un po' come beisbol è lo spagnolo per baseball) e indica una persona che ha una dipendenza.
Ebbene, io vi comunico fieramente che ho una dipendenza dalle serie televisive, cosa che, per fortuna, negli ultimi tempi sembra non essere più da sfigati, e questo perché da un po' di anni a questa parte la qualità media dei telefilm, in particolare americani, ma non solo, è aumentata di molto ed alcuni sono delle perle. Anzi, quasi dei lunghi film di ottimo livello.

In questo mi aiutano la mia connessione internet, che mi permette di scaricare a valanga, e siti web (spagnoli) come series.ly e SeriesYonkis dove ci sono link a tutte le serie che si possano desiderare, per vederle in streaming doppiate o (per fortuna) in lingua originale.

Tutto ciò mentre in Italia la televisione non è in grado di produrre di meglio che la millequattrocentesima stagione di Don Matteo, surreale telefilm in cui un prete di provincia indaga sugli omicidi che avvengono nel suo paesino, che deve avere un tasso di criminalità più alto di quello di Cabot Cove (ti credo: con Nino Frassica come commissario non si può avere fiducia nei Carabinieri), o Fratelli Detective, in cui due fratelli indagano su omicidi, il che ti fa chiedere "ma che cazzo fa la polizia?", o Commesse, in cui delle commesse indagano su omicidi... ah no, questo no. Comunque per dire che c'è un mondo di alto livello tra le serie tv per cui non è più tanto da nerd sfigati esserne un fan, ed è ora di celebrarlo.

Ora, io ho una passione particolare per il crime, il che rende i miei giudizi un po' alterati, ma a suo tempo sono anche stato un grande fan di Lost, Weeds, Grey's Anatomy e chi più ne ha più ne metta. Ad ogni modo, ecco la mia personale Top 11 (non riuscivo a toglierne una per scendere a 10, sorry) delle Serie che ho visto quest'anno, senza spoilers, e con giudizi personalissimi ma affidabilissimi.

11


Downton Abbey. Racconta le vicende di una ipotetica casa nobiliare inglese all'inizio del ventesimo secolo, tra humor inglese, amori (im)possibili e servitù che ne sa una più del diavolo. Mi sono tuffato in questo telefilm quando l'asportazione del dente del giudizio e l'inattesa infezione mi hanno costretto a casa, con laceranti dolori; tuttavia, a lungo andare, trovo che stanchi un po'. Ok gli attori bravi, il senso dell'umorismo trasmesso da Maggie Smith (che sembra essere lì solo per tirar fuori una battutina tagliente ogni 15 minuti), ma francamente un Beautiful novecentesco anche no. Avrebbero potuto fare una sola stagione e avrebbero avuto anche il mio applauso.

10

Bates Motel. Una serie che vuole raccontare le vicende di un Norman Bates adolescente e che te lo mostra con iPhone, che più adolescentedelduemila non si può, lascia all'inizio un po' perplessi. E caratterizzare il paesino come una sorta di Twin Peaks dove gli unici che mancano sono la signora del ceppo e il nano non aiuta molto. Eppure, ho trovato questa serie ben fatta, con Vera Farmiga straordinaria e sicuramente si merita che io sia in attesa della seconda stagione, soprattutto dopo un cliffhanger finale che non ha deluso le aspettative.

9

Dexter 8. Parliamoci chiaro: io sono stato un gran fan di Dexter. Iniziai a vederlo proprio quando iniziò negli States, scaricandolo (illegalmente) usando la rete wifi a cui mi connettevo (illegalmente) dalla mia mansarda di via Santo Stefano a Bologna, dove ero in affitto (illegalmente). E non mi ha mai deluso. Detto questo, l'ottava stagione, le cui aspettative erano state pompate all'inverosimile con la pantomima di "The end is near", mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Lotta con Lost per il premio al peggior finale di sempre.

8

The Bridge. Un cadavere viene ritrovato a metà sul confine tra Messico e Texas, su un ponte, e costringe due detective, uno messicano e una americana, a collaborare insieme nonostante siano l'uno l'opposto dell'altro. Uno dei motivi principali per vedere questa serie è il personaggio della detective americana, Sonya, trionfo della totale assenza di empatia e senso dell'opportuno. Un personaggio che, se la serie andrà avanti, potrebbe fare storia. Comunque, la prima stagione è appena finita, io ho visto i primi 3 episodi ma il giudizio è un: mmmmmm, interesting.

7

A young doctor's notebook. Tratto dai racconti di un tizio bulgaro di cui non mi ricordo il nome, racconta le vicende di un neolaureato in medicina nella Russia appena divenuta comunista che viene spedito da Mosca in un remoto villaggio della Siberia. Divertente e sarcastico, senza alcun tentativo di essere politicamente corretto, e poi con Jon Hamm nel cast, direi che sono motivi sufficienti per vederlo. E sono solo 4 episodi.

6

Utopia. Della gente strana si mette alla ricerca di un fumetto, Utopia appunto, che a quanto pare svelerebbe il segreto di nonsisabenecosa. Tuttavia, allo stesso tempo, anche un gruppetto di nerd che tra loro non si conoscono cerca di entrarne in possesso, ma semplicemente perché sono dei nerd. Bellissimi colori e fotografia, sangue e scene un po' estreme che a me ricordano molto Tarantino, una piccola e surreale gemma di sei episodi prodotta da Channel 4 (ecco, iniziamo con le serie inglesi).

5

The Following. Un serial killer mette su una setta di serial killers e si prende gioco dell'FBI, che sicuramente non fa una bella figura. Lo ammetto: ci sono molti passaggi in questo telefilm che sono molto poco credibili, ma nessuna serie mi aveva mai generato tanta ansia quanto questa. Il telefilm è pervaso di un senso di "non ci si può fidare di nessuno" che dà angoscia, e il cast è da applauso. Attendo con ansia la seconda stagione.

4

What Remains. Altro prodotto inglese (questa volta BBC). Il cadavere di una ragazza viene trovato in un sottotetto dopo qualche anno dalla sua morte, senza che nessuno avesse mai denunciato la sua scomparsa. A parte che un giallo, What Remains è una storia tristissima che parla di solitudine e cinismo. Un'altra volta un applauso agli inglesi, che hanno il pregio di mantenere le storie sufficientemente brevi, così da non rovinarle (cosa che spesso gli americani non sanno fare).

3

Game of Thrones 3. Vabbè dai, GOT è famoso, e sicuramente io sono il meno esperto del mondo. Devo dire però che questa serie dà tante soddisfazioni, perché non solo mantiene il suo livello alto con il tempo, bensì lo migliora. La scena del Red Wedding dell'episodio 9 ormai è passata alla storia. Non è più in alto solo perché il finale, rispetto al resto della stagione, era un po' sottotono.

2

Broadchurch. Il cadavere di un ragazzino di 11 anni viene ritrovato sulla spiaggia della cittadina di Broadchurch e ne sconvolge l'esistenza. Questa miniserie di 8 episodi mi ha spezzato il cuore. E non per la storia in sé della morte di un ragazzino: anzi, trovo che spesso film, telefilm, e, nella vita reale, TG e talk show usano storie di questo tipo in modo squallido, tirandoti fuori la lacrima facile. Ho sempre odiato il modo di fare di certo giornalismo, come talvolta in Italia, che chiama Tommaso Onofri "Il Piccolo Tommy" e si riferisce ai pedofili parlando di "Orchi", come se fossero delle creature di un altro mondo mentre putroppo sono dei criminali ben presenti e diffusi nella notra società. Queste, ho sempre pensato io, sono vere mancanze di rispetto verso tragedie che coinvolgono minori. Insomma, Broadchurch mi ha colpito moltissimo per il modo di trattare la vicenda, il modo in cui sono sviluppati i personaggi e si raccontano l'ipocrisia e la violenza verbale e psicologica che spesso si manifestano in comunità che, al principio, sembravano perfette. 

1

In the Flesh. Non è la solita storia di zombie. Questa perla di 3 episodi di BBC Three affronta il tema (trito e ritrito) degli zombie in modo del tutto originale e molto toccante. La serie comincia al termine di una apocalisse zombie, che è stata fermata, e si è trovata una cura per gli zombie, o meglio per una malattia che le autorità chiamano "Partially Deceased Syndrome". Il vero problema è reinserire gli (ex) zombie nella società, e in particolare a Roarton, piccolo paesino dove le milizie anti-zombie dettano legge. Sì, è una miniserie che parla di zombie, ma in realtà può parlare di qualsiasi contesto in cui la società si rifiuta di accettare chi è diverso, in cui anche la famiglia si vergogna dei suoi membri, in cui tra il pubblico e il privato c'è un solco enorme e soprattutto in cui accettare le cose e chiamarle col loro nome, per alcuni, è impossibile. Sono davvero contento che stiano realizzando la seconda stagione, che andrà in onda nel 2014. 

martedì 11 dicembre 2012

Quedar como el culo

La settimana scorsa ero a bere una birra con degli amici al Café Berlin, un bar che, senza avere nulla di particolare (tranne i tre elementi necessari perché un bar esista a Ruzafa: una libreria, un mobilio eclettico e alcune pareti un po' incrostate) si è convertito, da pochi mesi a questa parte, in uno dei bar più frequentati del barrio. Tanto per cambiare, siamo stati avvicinati da una moderna che fa il PR per una discoteca della zona e che incrociamo lì nei dintorni ogni santo fine settimana, che voleva lasciarci i suoi flyers.

Per questione di gentilezza, abbiamo accettato, anche se non saremmo andati, e io poco dopo mi sono lanciato in un'arringa:
Io: "Che palle, ogni cinque minuti ne passa uno."
Altri: "..."
Io: "Un paio di settimane fa mi è arrivato un invito via facebook dalla Hipsters Agency Crew, praticamente l'agenzia delle modernas, che organizza delle serate a La 3, perché iniziavano i casting per i PR"
Altri: "..."
Io: "Vi rendete conto? I casting per fare il PR! Manco fosse un concorso di bellezza!"
Altri: "Ahahaha"

In quel momento lo sguardo mi è caduto al tavolo accanto al nostro, dove una ragazza mezza hipster mezza moderna era seduta a prendere un caffé macchiato e a lei si stavano aggiungendo altri quattro ragazzi, tra cui il PR di pochi minuti prima.

Ho notato che hanno iniziato a ripartirsi dei foglietti: erano flyers come quelli che ci erano stati appena dati.

"Come si dice in spagnolo fare una figura di merda?", ho chiesto ad un amico che parla anche italiano.
"Quedar como el culo", mi ha risposto, "anche se l'espressione fare una figura di merda mi piace di più".
"Quedar como el culo. Beh, è quello che ho appena fatto".

giovedì 2 agosto 2012

Jamona

Sabato scorso avevamo organizzato, con alcuni amici, una cena de despedida, per salutarci in vista delle vacanze estive. Siamo andati a cenare in un bar di tapas nella zona di Plaza del Cedro, tra il Capus e la Zona degli Studenti Felici e Rumorosi.

Mentre mangiavamo i nostri antipasti, il tavolo dietro dietro al nostro è stato invaso da un gruppo di procaci ragazze un po' poligoneras, una delle quali aveva le labbra così rifatte che avevano la forma di un culo di gallina, ed è stata scelta da una mia amica come sua potenziale sostituta nel caso sventurato in cui avesse partecipato a Me Cambio de Familia.

"Però queste non sono proprio poligoneras in senso stretto", mi è stato fatto notare, mentre io cercavo nel mio dizionario di spagnolo mentale un sinonimo sufficientemente divertente.
"Chonis? Però è lo stesso"
"Queste sono quelle che noi chiameremmo Jamonas" ha rincarato la dose il mio amico C., ed hanno iniziato a ridere.
"Jamonas? Cioè il femminile del prosciutto?"
"Sì"
"Hmmm... come potremmo chiamarle in italiano? Manze?" è intervenuto l'altro italiano della tavola, cercando insieme a me di trovare una traduzione appropriata. Non l'abbiamo trovata, purtroppo, e così piuttosto che una definizione credo sia opportuno riportare la nostra conversazione:

"Ma no, secondo me manza è un po' dispregiativo", ci ha corretti C., che parla anche italiano. "Jamona è più una donna di carne"
"Sì, una persona sanguigna" è intervenuta A.
"Un po' come il prototipo di donna degli anni '60"
"In Italia, Mina negli anni '60?" ho provato.
"Sì, ecco, per esempio"

Nel frattempo abbiamo pagato e ci siamo avviati verso un altro bar per ir de copas nella stessa zona.

"Oppure Adele oggi?" ho aggiunto.
"No, Adele è una 20enne nel corpo di una 50enne" sostiene A.
"Adele ha 20 anni?"
"Beh "21" non è la sua età di quando ha pubblicato l'album?", o almeno così mi sembrava di ricordare.
"Se penso alla cofana che tiene in testa... è che la pettinano così, da 50enne"
"Ecco: Kate Moss di sicuro non è una Jamona "
"Ah beh no..."
"Perché la Jamona può anche essere attraente, anche se non era il caso delle nostre vicine di tavola..."
"Kate Winslet?"
"Ecco, Kate Winslet è una Jamona."

Abbiamo raggiunto il bar, ci siamo seduti, c'era una gran varietà di Mojitos da chiedere e solo un'altra tavola occupata lì fuori, da quello che sembrava un altro gruppo di Jamonas, per un compleanno.
Dopo poco hanno iniziato a scoppiare palloncini e tirarsi cose e ridere sguaiatamente e allora abbiamo capito che erano delle Poligoneras.

lunedì 30 luglio 2012

Sin un duro

(21 giugno 2012)


L’espressione “no tener ni un duro” in spagnolo significa “non avere una lira”, “avere le pezze al culo”, “non avere i soldi per fare un segno al muro”. In particolare, il duro era il nome colloquiale dato alla moneta da 5 pesetas, equivalente a 58 lire o, per essere più moderni, 3 centesimi di euro. Insomma, come il dollaro ha i nickels e i dimes, e la sterlina ha il penny, la gloriosa peseta (che, visto l’andazzo delle cose, potrebbe tornare tra noi prima della fine di questo anno bisesto) aveva il duro.
Dal valore intrinseco del duro è abbastanza chiaro che se una persona non ha nemmeno quello è davvero messa male. Dopotutto, con 3 centesimi non ci compri nulla. Anzi: 3 centesimi vuol dire una moneta da due e una da uno, e quelle monete sono così sfortunate che gran parte dei distributori o biglietterie automatiche non li accettano. E’ chiaro che quella del duro è un’iperbole, perché cazzo, 3 centesimi si trovano anche per strada, però esemplifica bene una situazione un po’ complicata in cui ci si può trovare.
Ci sono diversi modi per ritrovarsi sin un duro: non avere un reddito, e in quel caso la situazione è più o meno permanente; avere un reddito insufficiente, per cui cronicamente si arriva alla fine del mese (o già alla metà del mese) con il conto corrente prosciugato, oppure vivere al di sopra delle proprie possibilità, con una gestione irrazionale delle proprie risorse.
Alcuni esempi di istituzioni e persone sin un duro: il Governo Greco; la Generalitat (l’amministrazione regionale, nda) Valenciana; il barbone anziano con i rasta che alloggia tra via della Grada, via San Felice e via Riva di Reno a Bologna; io.

Cucarachas

(5 Giugno 2012)





C’è qualcosa di buffo nella parola che gli spagnoli usano per dire scarafaggio o blatta. “Cucaracha”, dopotutto, fa quasi tenerezza. Suona un po’ come “coccinella”. Poi invece la vedi e ti fa schifo.
Io ho sempre provato terrore verso gli scarafaggi. La fobia per gli scarafaggi, insieme a quella per i ragni e quella per la vita nel suo complesso sono sempre state le mie paure più ingestibili e irrazionali. Dentro di me sono cosciente che uno scarafaggio non può uccidermi, né può farlo un ragno di quelli domestici, o che se calpesto una blatta lei non riuscirà a bucare la suola della mia scarpa ed entrare nel mio piede, ma, ciononostante, quando le incontro vado nel panico.
Domenica scorsa ero in spiaggia, a Canet d’En Berenguer, con alcuni amici, e parlavamo dell’arrivo del caldo che, a Valencia, significa anche “olezzo che fuoriesce dalla fogna in certe stradine del Carmen” e “scarafaggi che si avventurano per strada”, e così è tornato il panico.
Sì. A Valencia gli scarafaggi passeggiano per strada la sera d’estate, in centro insieme alle signore pijas che tornano dall’aperitivo al Mercado de Colón,  o al Cabanyal insieme ai gitani che si siedono sulleloro seggiole in mezzo alla strada. La prima volta che vidi degli scarafaggi per strada a Valencia ero qui solo da 2 settimane e volevo suicidarmi. Poi ho assorbito il colpo: ogni città ha la sua piaga, New York ha i Bed Bugs, Valencia (insieme a Sydney e Tokyo) le blatte, Milano le zanzare, Francoforte le vespe e quindi bisogna mettersi l’anima in pace.

La McBlatta
Lo scorso ottobre ero nel Carmen con un amico, avevamo fatto un aperitivo super-prolungato e verso le undici, affamati e senza soldi, mentre ci avviavamo verso casa, abbiamo deciso di prendere da mangiare al McDonald’s. Poiché il tempo era bello, invece di sederci dentro, siamo andati ad ordinare dalla finestrella per poi mangiare su una panchina. Mentre eravamo lì, abbiamo visto con terrore una blatta sul vetro, o meglio tra il vetro e un cartello:
- Signorina, c’è una blatta!
- Oddio dove?
- È qui davanti a lei, dietro il cartello!
- Aaaah! Non voglio saperlo! Mi fanno paura!
- Anche a noi, ma soprattutto ci fanno schifo!
- Ecco, lasciatela stare!
- Ma… qui date da mangiare alla gente!
Non ho mangiato quella sera. E non sono più tornato al McDonald’s.

Blatte all’ingresso
Vivevo nel mio appartamento da poche settimane quando una sera, di ritorno da lavoro, sono arrivato davanti al portone ed ho visto una blatta che passeggiava tranquilla lì davanti. Juan Carlos, il portinaio, era ancora lì, ed è stato vittima del mio attacco di ansia:
- Juan Carlos, c’è una blatta!
- Ah.
- Dovremmo ucciderla?
- E perché?
- Beh se entra? E se ci infesta tutto il palazzo?
- E se invece è uscita da qui?
- …
Forse è per questa storia che JC sempre mi saluta con sospetto e credo mi odi. Comunque, non ho mai incontrato blatte a casa mia, e grazie al cielo. Non starei qui scrivendo le mie memorie.

Kill the Blatta

Ci sono regole precise per l’uccisione delle blatte: bisogna chiamare la disinfestazione. I vari Raid e compagnia bella sono inutili, perché loro imparano a difendersi, e soprattutto non bisogna mai schiacciarle con le scarpe. Infatti, le blatte al loro interno hanno le uova e si rischierebbe di trascinare le uova in ogni dove, ad esempio in casa (per questa teoria, che in realtà è un fatto, sono stato deriso, ma vabbè).
Una sera tornavo a casa a piedi, asoltando la musica (e quando io ascolto musica mi isolo dal mondo) e, mentre camminavo, ho sentito il mio piede clapestare qualcosa con una strana consistenza, e non era una merda. Alzai il piede e, con sommo terrore, mi accorsi di aver calpestato una blatta. Data la teoria delle uova, non potevo tornare a casa come se nulla fosse; né potevo togliermi le scarpe e buttarle: ho una dignità, anche se scarsa.
Così, feci gli ultimi 10 minuti di cammino strisciando il piede sinistro, per pulire la suola, manco fossi spastico. Arrivato a casa, misi le scarpe sul balcone e dopo qualche giorno le riutilizzai, pensando che le probabili uova, a questo punto, sarebbero morte. Sono proprio un genio.

domenica 29 luglio 2012

Spanglish vs. Italiese

(1 Aprile 2012)

Gli spagnoli e gli italiani affrontano il dilagare della lingua e della cultura anglosassone in modo diverso. Spesso noi facciamo battute riguardo alla pronuncia spagnolizzata di molte parole del vocabolario inglese, o al fatto che gli spagnoli traducono molte espressioni anglosassoni nella loro lingua, il che ce le fa sembrare strane.
E così, da un lato, Spiderman viene pronunciato espíderman, il ketchup ketchúp e MacGyver diventa Macguíver; dall’altro lato, il mouse qui è un ratón, il computer ordenador e Gray’s Anatomy si trasforma in Anatomía de Gray, mentre Desperate Housewives è un semplice Mujeres Desesperadas.
I due popoli latini condividono, tra le altre cose, il fatto di chiamare la band irlandese U2 in lingua propria, e cioè U Dos a sud del Pireneo e U Due in Italia.
Ma siamo sicuri di poterli criticare, dal basso della nostra inglesizzazione dominante, che ci porta a usare l’inglese anche quando è totalmente inutile?
In particolare, l’esperienza mi sta mostrando che l’approccio italiano e quello spagnolo hanno una differenza fondamentale: noi assorbiamo le parole inglesi e gradualmente cancelliamo dal parlato termini del tutto equivalenti nella nostra lingua, mentre nel caso del castigliano, anche se è molto meno frequente, le parole vengono assorbite modificandone la pronuncia e/o la scrittura così come sarebbero se l’origine della parola fosse proprio spagnola.

Ed ecco un campionario di parole che farebbero rivoltare nelle rispettive tombe Shakespeare, Cervantes e Dante Alighieri:
Spagnolo: football si dice e scrive fútbol, junkie è yonqui, leader diventa líder, cocktail coctél e chi più ne ha più ne metta. Ho anche letto sulla vetrina di un fotografo che lì si potevano far aggiustare le foto con Fotochop.
Italiano: non si va a passeggiare, si fa walking; le presentazioni in aula sono fatte con le slide, non si beve una vodka con succo d’arancia o di limone ma rispettivamente un vodka orange o vodka lemon, in palestra si va a fare fitness, io sto scrivendo questo post sul mio laptop, talvolta ci si saluta scrivendosi kiss, la gente cool va ai party e Dario Di Vico in un articolo sul Corriere della Sera di pochi giorni fa ha evidenziato come IKEA abbia successo “(…) anche nel food”, come se poi ciò che si mangia nei centri IKEA non possa essere definito “cibo” o l’attività di riferimento “ristorazione”. In aeroporto bisogna fare check-in. E su internet c’è chi si avventura a commentare con sonori LOL, ROTFL, IMHO eccetera. (Volevo evitare di scriverlo, ma c’è anche chi dice che le cose divertenti siano lollose. Lollose. Voglio Morire.) Senza dimenticare che il prodotto Carefree anche nella pubblicità, in Italia, viene chiamato C-a-r-e-f-r-e-e, così, come lo pronunceremmo se fosse nella nostra lingua.

Il problema è che noi ci siamo così abituati a sentire l’inglese usato in maniera impropria, molto spesso da persone che magari nemmeno lo masticano, e inserito come il prezzemolo in conversazioni banali, che nemmeno ce ne accorgiamo più.

E così ridiamo dei telefilm Perdidos ed El Mentalista senza ricordare che, ad esempio, un tempo si andava in ospedale a fare degli esami, non il check-up, e che, se è vero che gli spagnoli amano volare con una compagnia che chiamano Rianér (pronunciata così anche dagli altoparlanti degli aeroporti) perché è economica e usano sempre di più degli aggeggi detti Esmartfon, noi siamo pur sempre quelli che, invece di andare a correre, fanno jogging o footing , che hanno chiamato un Ministero, cazzo, un Ministero, “Ministero del Welfare” e che se volessi potrei continuare con questa lista all’infinito.
Peggio noi.

Poligoneros

(1 Novembre 2011)

L’altra sera ero con degli amici e ho scoperto come si chiamano, in gergo, i ragazzi che vanno in giro con catenone + canotta + occhiale da sole troppo grande + pantalone di 6 taglie in eccesso e le ragazze della serie berretto-da-maschiaccio + canotta iperscollata + abbronzatura fuoristagione fatta con crema autoabbronzante + tendenza a parlare ad un volume di 25 decibel più alto della media + trucco pesante + cultura basata solo su Belén Esteban (una via di mezzo tra Tina Cipollari e Barbara D’Urso, direi).

In pratica, gente così:



si chiama POLIGONERA.
Un Poligonero è quindi un tamarro.
Il nome viene da Poligono Industrial, che in pratica sono gli agglomerati popolari attorno a zone industriali ai margini delle grandi città.
Sinonimi: Barriobajero/a (“ragazzo/a dei quartieri bassi”); Chonis (gracias a Juanjo). Per altri sinonimi: http://www.frikipedia.es/friki/Sinónimos_de_cani (gracias a Alba)
Programmi Televisivi: Salvame, Princesas del Barrio, Gran Hermano.
Gemellati con: Tor Bella Monaca, San Severo (Fg).


Sacacorchos!

(27 ottobre 2011)



Qualcosa come 3 settimane fa ero a fare incetta di robe per la casa (una delle poche cose positive del dover cambiare casa: spazio alla creatività, e crepi l’avarizia) qui:




e cercavo un cavatappi. Ma, ahimé, come si dice cavatappi in Spagnolo?

Piuttosto che usare il mio smartphone italiano, connettermi ad internet, andare su wordreference.com o google translate e spendere così 3.33 €, ho deciso di dare spazio aqll’immaginazione provando con le perifrasi, e mi sono rivolto così alla ragazza del bano infomazioni:

- Ehm… Una pregunta. Donde estan las cosas para abrir el vino?

- E lei (dopo una sonora risata): “Sacacorchos!”

Credo che al Carrefour del Saler ancora si stiano raccontando questo simpatico aneddoto, e si facciano ancora grasse risate.