Nella multisala Babel, vicino Avenida de Aragón, trasmettono film in lingua originale. Era una domenica pomeriggio e, all'uscita del cinema, io e G. abbiamo iniziato a parlare di cinema spagnolo, o meglio io lo ascoltavo parlare di cinema spagnolo, visto che, a parte Pedro Almodovar e Alex De La Iglesia, la mia conoscenza del cinema iberico è praticamente nulla.
E così, per non lasciarlo fare un monologo, ho voluto dire la mia con un commento che non poteva essere più scontato: "Come immaginerai poco del cinema spagnolo arriva in Italia, o io ne ho visto poco. Ma Almodóvar mi piace molto".
Ripensandoci, è stato proprio un intervento da sfigato: è come dire ad un italiano "Ah sei italiano? Mi piacciono molto Venezia e la pasta" o a un danese "ho visto la Sirenetta di Copenhagen, è molto più piccola di quello che pensassi" oppure a un russo "Non conosco bene la Russia. Però sono contrario alla politica di Putin".
"No no, a me Almodóvar non piace per nulla", ha risposto G.
"Ah no? E perché?"
"Perché dipinge un'immagine surreale della Spagna"
"Troppo grottesca?"
"Sì, io non mi riconosco per nulla nei film di Almodóvar, e poi mi sembra che stia perdendo molto smalto", e così il regista era smontato di netto nella conversazione.
Dopo alcuni minuti eravamo in un bar a bere una birra e G., tra lo sconvolto e il divertito, ha detto: "Non hai idea di cosa mi è successo venerdì notte". E così ho chiesto, e lui ha iniziato a raccontare.
Erano le tre di notte e G. dormiva, quando fu svegliato improvvisamente da rumori alla porta di casa. Casa sua si trova nella parte sud-ovest del barrio di Ruzafa, e, pur avendola ristrutturata completamente - e quasi da solo, con l'aiuto di suo cognato - non ha ancora avuto il tempo né i soldi di sostituire la porta, che è meno solida di quella del mio bagno. Era evidente che qualcuno stesse cercando di entrare e, preso dal panico, G. tirò un colpo al muro per svegliare la vicina di casa, la signora Maria. Infatti, sul pianerottolo ci sono tre appartamenti, e la camera da letto di G. confina con quella di Maria, la quale a sua volta confina con la camera dell'altro vicino, il signor Manolo.
"Maria! Mi stanno entrando i ladri in casa!" ha gridato G.
La signora Maria, svegliata così di soprassalto e dato quello che aveva sentito, fu presa dal panico e iniziò a urlare a sua volta per svegliare Manolo:
"Manolo! Socorro!" gridò, presumibilmente senza nemmeno alzarsi dal letto.
Manolo si era svegliato ed era andato alla porta con suo figlio; G., nel frattempo, si alzò dal letto ed andò alla sua porta, sentendo che Manolo parlava con il quasi-intruso.
Aprì la porta di casa e si trovò davanti il vicino del piano di sopra che, completamente ubriaco, non sapeva di aver sbagliato piano.
"Paco tu vivi al secondo piano! Che ci fai qui?" gli disse con tono incazzato, mentre il poveretto se ne andava barcollando. Il tempo di andare in bagno, bere un bicchier d'acqua, rimettersi sotto le coperte e G. sentì che bussavano alla porta di casa. Sempre più innervosito, andò alla porta e si trovò davanti Paco, in mutande e biascicando, che si rivolse a lui preoccupato:
"Tio, ho aperto la porta di casa e il mio cane è uscito ed credo sia andato per le scale... Non lo trovo, è passato di qui?"
"Ma che vuoi che ne sappia io?", rispose G., sempre più scoglionato. "Và, torna a casa tua, che non stai in piedi, magari è lì, e lasciami dormire!"
Io ridevo a crepapelle mentre G., tutto appassionato, mi raccontava la storia. "Ti rendi conto di come sta la gente?" mi ha detto, alla fine.
"Già...", mi sono limitato a rispondere. "E tu dicevi che Almodóvar dipinge un'immagine surreale della Spagna?"
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lunedì 19 novembre 2012
lunedì 20 agosto 2012
Buscar (y encontrar) piso
Già da quando ero venuto a vivere nel mio piso bohemio nella Comunidad di Cuenca Tramoyeres lo scorso 7 settembre 2011 avevo deciso che ci sarei rimasto solo un anno: non perché l'appartamento sia una merda (ok, sì, è una merda), ma perché sapevo che, se non fosse stato per la fretta di cercare un appartamento e la scarsa conoscenza della città, avrei potuto trovare di meglio.
Fatto sta che, dopo tanti rinvii e tentennamenti, all'inizio di luglio ho iniziato la ricerca. Prima solo dando occhiate qui e lì sui vari siti internet, poi chiamandone 3-4 che mi erano piaciuti e ovviamente erano stati appena affittati, e infine fissando quattro appuntamenti per vedere altrettanti appartamenti.
Tutti gli appartamenti selezionati erano a Benimaclet, in un raggio di 200 metri dalla mia casa attuale, che dopotutto è in una posizione strategica, ma quello che mi sembrava un po' strano era che due di essi sembrassero nello stesso edificio. Anzi, ne ero praticamente certo: erano nella stessa strada e dalle foto sembrava che le dimensioni fossero simili, e anche i colori delle pareti (una rossa, le altre sul color pesca) erano identici. L'arredamento, però, era diverso.
Avevo fissato tre visite nello stesso giorno. Dopo una prima visita ad un appartamento che era totalmente inadatto, con l'agente immobiliare che cercava di convincermi sfoderando un discreto italiano, sono andato a vedere il primo dei due, accompagnato da un signore di un'altra agenzia. Bell'appartamento, nuovo, due camere grandi, terrazzo, 500 euro al mese "ma magari se parlo con i proprietari te lo riesco a ridurre un po'". Calle Peris Mencheta numero 29, primo piano.
Un'ora dopo, mi ha chiamato Patricia, un'altra agente con cui avevo parlato, ma che era troppo stressata alla prima chiamata perché era sola in ufficio.
"Perfetto, se vuoi ci vediamo tra 20 minuti davanti al portone", mi ha detto Patricia. "L'indirizzo è Calle Peris Mencheta 29".
"..."
Sono arrivato sotto al palazzo che oramai conoscevo bene, dal quale è uscito un agente immobiliario con due persone, indicando il balcone dell'appartamento che avevo visitato più di un'ora prima. Ecco qua: i proprietari si erano svenduti a due agenzie. Patricia si è palesata con 15 minuti di ritardo, con delle scarpe rosse ciecamilocchio con tacco 12 (minimo).
"Scusa il ritardo, bene entriamo", mi ha detto, quasi senza fare caso alla mia persona. Siamo andati verso l'ascensore, lei è entrata e, mentre si pettinava guardandosi allo specchio dell'ascensore, ha pigiato il primo piano.
'Porca troia', ho pensato, capendo che stavo per rivedere lo stesso appartamento.
E infatti l'appartamento era lo stesso. Patricia, pessima agente, non diceva nulla, e rimaneva infastidita dalle domande che facevo, delle quali, peraltro, già conoscevo la risposta.
"Pensi che il prezzo possa calare un po'?" le ho chiesto, come ultimo termine di paragone con l'Agente N.1.
"Assolutamente no. Già è calato di 50 euro la settimana scorsa".
"..."
"..."
"Bene, ti farò sapere, l'appartamento mi piace molto", ho tagliato, andando verso la porta, e ci siamo salutati.
Il giorno dopo sono andato a firmare la proposta di contratto dall'Agente N.1, che era riuscito a farmi ridurre l'affitto a 480 euro al mese. Mezz'ora dopo, ho trovato un messaggio in segreteria da Patricia. L'ho ignorato, lei mi ha richiamato e ho risposto:
"Ciao Gaetano, volevo chiederti se sei ancora interessato all'appartamento di Peris Mencheta, perché i padroni di casa mi hanno chiamato e c'è un'altra persona interessata quindi bisogna far presto!", mi ha detto, con ansia.
"Mi spiace, ma preferisco guardarmi ancora un po' attorno", ho risposto, e nel mentre stavo per scoppiare in una risata malvagia.
Lei mi ha proposto un altro appartamento, ho declinato con educazione e ho messo giù.
Mercoledì firmerò il contratto.
Alla faccia tua, Patricia.
lunedì 30 luglio 2012
La Comunidad de Cuenca Tramoyeres
(10 Luglio 2012)
Il palazzo in cui vivo è molto strano. Innanzitutto è
enorme: ha dieci piani e ci sono 12 appartamenti in ogni piano, per cui ci sono
120 abitazioni. Inoltre, ha un gigantesco cortile interno attorno al quale
passa il corridoio di ogni piano, il che mi ha fatto sempre vedere questo
edificio come una via di mezzo tra un alveare tipico delle zone di mare e il
set di un film di David Lynch. Ci vive gente di ogni tipo ed estrazione
sociale: studenti, anziani pensionati, famigliole della classe media, immigrati
latino-americani, io.
In un edificio così grande è ovvio che ogni tanto succedano
cose strane.
Ieri sera stavo cenando con i miei genitori e le mie
sorelle, che sono venuti a trovarmi per qualche giorno. Anzi, avevamo appena
finito di cenare, ed io ero uscito sul balcone a fumare una sigaretta, quando
ho sentito suonare il campanello: era la Signora Guapo.
La Signora Guapo è una vecchietta di almeno 80 anni alta un
metro e una mano che, le rare volte che l’ho incontrata, mi ha sempre chiamato
“Guapo”. Di solito passeggia nel corridoio comune del piano; vive a due
appartamenti di distanza dal mio (dopo gli Studenti Baschi e la Ragazza Madre)
e ieri sera era agitata:
“Cariño, per caso avete preso voi un asciugamano bianco che
avevo steso qui all’esterno?” mi ha chiesto, allarmata.
“No signora, mi spiace, io non uso lo stendino comune qui
all’esterno”.
“È che oggi sono dovuta andare dallo specialista perché ho
problemi ai reni, uyuyuy come mi fanno male, e al mio ritorno non c’era più.
Sicuro che non siete stati voi?”, insisteva.
“No mi spiace. Ha chiesto ai vicini?” ho risposto, indicando
la porta degli studenti Baschi.
“No, mi accompagni a chiedere?”
“…”
“…”
E così abbiamo suonato agli studenti, che non c’erano, e la
signora Guapo mi ha spiegato che spesso stendono i panni e li lasciano anche
tre giorni.
“Proviamo a chiedere a Rita?” (la ragazza madre), mi ha
detto. Ho suonato al campanello, Rita ha aperto la porta e in un nanosecondo è
uscito il suo bambino di tre anni, correndo verso la fine del corridoio.
“Alvaroooo!!!! Vuelve aquí!”, ha gridato Rita. “Salve, che
succede?” ci ha detto, mentre una sua amica poco più che ventenne si appoggiava
sull’uscio della porta fumando la sua sigaretta.
“La signora non trova un asciugamano bianco che aveva steso
qui, lo avete preso voi per sbaglio per caso?”
“No…”
E così ho riaccompagnato la signora Guapo verso la sua porta
di casa, che era aperta, e dalla quale si iniziava ad affacciare un signore
anziano che credevo fosse suo marito
“La accompagno alla porta”, le ho detto, mentre la sorreggevo,
“vive qui vero?”
“Sì sì
grazie, è che non mi reggo in piedi”.
“Cosa vuole?” è intervenuto il vecchio in canotta
dall’ingresso, rivolto alla Signora Guapo. “Lei non vive qui”
“Heheheh!” ho detto io, con un filo di imbarazzo, pensando
che fosse un simpatico zuzzurellone, mentre la Signora Guapo si innervosiva.
“Ma per favore, lasciami passare!”, ha detto lei, spazientita.
“Signora, se vuole entrare un momento va bene, ma lei non
vive qui!” insisteva il vecchio. “Cállate, coño!” (trad: “Stai zitto, cazzo!”)
ha risposto lei, alzando la voce.
“Ehi, questa mi è entrata in casa!” gridava sempre più
nervoso l’anziano. A quel punto ho cominciato a pensare che potesse avere dei
problemi di Alzheimer, e lentamente mi sono riavvicinato alla porta di casa,
finché non ho sentito il bastone della signora Guapo fare uno strano rumore.
“Oddio, non è che la sta picchhiando?” è intervenuta mia
sorella, che fino ad allora aveva lasciato me in prima fila.
“Lasciami sedere che mi fanno male i reni!” urlava, nel
frattempo, la signora Guapo da casa sua.
“Me cago en Dios!” ha risposto l’anziano con tutta la sua
forza.
Tutto normale, insomma, e così siamo rientrati in casa. E
ora che ho ufficialmente iniziato la ricerca del nuovo appartamento penso che,
infondo, la Comunidad di Cuenca Tramoyeres 2 mi mancherà.
Gate, Pedro, Claudia y el Negro
(27 giugno 2012)
Ieri sono uscito dal lavoro in anticipo perché avevo fissato
un appuntamento dal dermatologo. L’appuntamento era alle 6.30, ma, visto che
dovevo arrivare fino alla zona dei Pijos, poco prima delle sei ero già sulla
mia bici.
Arrivato nello studio, mi sono avvicinato alla signora della
reception:
“Salve, io ho un appuntamento alle 18.30”
“Ah sì, Gaetano. È la prima volta che vieni?”
“No, ero venuto già a fine gennaio”
“Che strano, io non ti trovo nel sistema”
“C’è l’apostrofo nel cognome”
“Ah eccoti! Però qui ti chiami Pedro”
” … “
” … “
“Ehm no, non mi chiamo Pedro, mi chiamo Gaetano.”
Dopo la visita, durata 6 minuti e costata 60 euro (un ritmo
da 10 euro al minuto, niente male il Dott.), sono passato in farmacia a
prendere la pomata che mi era stata prescritta. “Mi spiace ma non ce l’abbiamo
disponibile, se vuole posso ordinarla e domattina ce l’avremo già”, mi ha
detto, affranta, la farmacista. Io ho acconsentito, e lei mi ha chiesto il nome
per inserirlo nel sistema.
“Gaetano. G-a-e-t-a-n-o. E il cognome è…”
“Oh facilissimo, già fatto.”
A quel punto ho visto sul suo schermo che aveva scritto “Gate”
e stava per premere invio:
“Ma veram… Ehm…”
“E’ sufficiente il nome, non si preoccupi”
” … “
Non sapevo se essere affranto o offeso, ma a quel punto mi
sono diretto al Mercadona, il supermercato che ho giusto di fronte casa, per
fare la spesa. Avere un Mercadona di fronte a casa non è una mia prerogativa:
Mercadona è come un virus diffusissimo in Spagna e soprattutto a Valencia, e
ogni valenciano ne ha uno nel raggio di 50 metri da casa:
Quando ero alla cassa, con i miei auricolari e la musica
nelle orecchie, ho visto che il ragazzo che era davanti a me mi stava dicendo
qualcosa
” …azione!”
“Ehm, scusa? Non sentivo”
“Sei venuto a fare la spesa per la colazione!”
“Eh già”, ho risposto io, con un filo di vergogna, guardando
la poca roba che avevo appena poggiato sulla cassa: la scatola da 6 litri di
latte, le magdalenas integrali e il barattolo di Nesquik. (C’era anche un
deodorante, ma quello chiaramente non è per la colazione)
“Io ho dimenticato di comprare il latte, ma non ho voglia di
tornare indietro”
“ … “
Mentre pagavo, lui si era fermato ad aspettarmi, e così,
uscendo, abbiamo continuato a parlare:
“Io sono Gaetano”, gli ho detto, dandogli la mano.
“Io Pedro, mucho gusto “
“Quello del dermatologo…”
“Come hai detto scusa?”
“Niente, lascia perdere!” ho risposto, con un po’ di
imbarazzo.
“Di dove sei? Hai uno strano accento”, mi ha chiesto, e così
gli ho spiegato che sono italiano, che no, non sono uno studente Erasmus ma
grazie per aver creduto che io sia ancora uno studente, e sì, a Valencia si
vive bene. Tutto questo in circa 30 metri.
Mi sono fermato al semaforo per attraversare e ho fatto per
salutarlo: “Io attraverso qui, vivo in questo palazzo”.
“Il numero 2!” mi ha risposto, sorpreso.
“Ehm sì”
“Anch’io sono lì. Ottavo piano. Ma non vivo qui, sono in
vacanza. Sono ospite da amici. Conosci Claudia y el Negro ?”
“No… in realtà non conosco nessuno del palazzo, salvo Juan
Carlos, il portinaio”
“E come mai?” mi ha detto guardandomi sorpreso, come se io
fossi un triste asociale che non si era ancora integrato nella Comunidad .
“Ehm non lo so. Non ho mai fatto amicizia con i condomini”
“Bene allora domani vieni a fare un aperitivo italiano da
Claudia y el Negro. Anche Claudia è italiana. Sicuro che non la conosci?”
“Grazie, mi farebbe piacere, ma a Claudia e al Negro farà
piacere?”
“Siamo all’ottavo piano”, mi ha risposto, ignorandomi.
“Io al quarto”, ho detto, mentre arrivava l’ascensore.
Dopo esserci scambiati i contatti, ci stavamo salutando e
lui ha rincarato la dose: “Bene a domani allora, così inizi a conoscere un po’
di gente qui a Valencia!”
“Ma veramente io conosco gente, solo che non vive qui in
questo palazzo”
“Fa lo stesso!”
” … “
E così, stasera, Gate farà aperitivo con Pedro, Claudia y el
Negro.
domenica 29 luglio 2012
Chiavi in mano
(18 maggio 2012)
Ieri sono uscito da lavoro relativamente presto. Dopo il
solito giovedì, il dia negro della settimana, sei ore di lezione la mattina e
tre di ricevimento studenti il pomeriggio, ero talmente esausto che alle sei e
mezza ho chiuso l’ufficio e sono tornato a casa.
Poiché ho proprio dall’altro lato della casa un
supermercato, ho preso la pessima abitudine, quando ho bisogno di fare la
spesa, di ripassare a casa dopo il lavoro, lasciare lo zaino e la bicicletta, e
poi riuscire per fare la spesa. Così ho fatto ieri.
Ho lasciato tutto, ho preso il telefono e il portafogli, ho
chiuso la porta di casa e mi sono reso conto di aver lasciato all’interno,
insieme alla bici e allo zaino, le mie chiavi di casa. Immediatamente sono
stato preso dal panico.
(Nota: dopo sette mesi, non ho ancora lasciato a nessuno un
mazzo di chiavi di emergenza)
Che minchia faccio
ora? Mi chiedevo, mentre le varie opzioni ronzavano nella mia testa.
Opzione numero uno: chiamare i vigili del fuoco. Scartata: chissà quanto avrei
dovuto pagare, magari con gli ultimi tagli e tasse del governo ora si fanno
pagare 900 € per un intervento. E poi chi l’ha detto che in Spagna i vigili del
fuoco fanno anche questo? Opzione numero due: chiedere al portiere del palazzo.
Scartata: ho sempre pensato che lui mi odi (pensiero che in realtà ho sempre,
ogni volta che qualcuno mi saluta con freddezza, e lui lo fa dal 7 settembre),
e poi lui non ha la chiave, perché la sua copia è quella che ho io adesso.
Opzione numero tre: chiamare la padrona di casa. Accolta.
La mia padrona di casa è un Paternera. In senso stretto,
vuol dire che è di Paterna, paese poco fuori Valencia. In senso lato, Paternera
in spagnolo è sinonimo di poligonera, o tamarra, o truzza, vocabolo a me già
noto e di cui ho già avuto modo di parlare su queste pagine. In realtà lei non
è una tamarra, ma mi piace immaginarla così.
Inoltre, è sempre di fretta. Ogni volta che la chiamo mi
mette ansia: io già vivo sempre nel terrore di disturbare il prossimo quando
gli telefono, lei lo accentua usando un tono della serie “mi sta andando a
fuoco casa, muoviti”. Ma stavolta era inevitabile, così le ho telefonato:
- Ciao, come va?
- Hola! Scusa sto lavorando cosa ti serve?
- …
- …
- Ehm mi è capitato un guaio… ho lasciato le chiavi in casa
e spero tu abbia una copia…
- Madre mia…
- …
- Ok, sto finendo di lavorare, vengo quanto prima.
E così l’ho aspettata (senza andare a fare la spesa nel
frattempo) e dopo un’ora scarsa si è manifestata. Ovviamente, siccome io sono
uno sfortunato ed era anche il 17, quando è arrivata lei l’ingresso del palazzo
era affollato. C’erano, nell’ordine:
1. Juan Carlos, il portinaio
2. L’alcoolizzata del settimo piano, una signora di mezza
età che a volte mi ha attaccato una pezza parlandomi delle sue allegre ubriacature
con la sua famiglia
3. La Signora Guapo, una vecchia di almeno 75 anni alta un
metro e un toast in orizzontale così chiamata perché ogni volta che mi incontra
mi chiama Guapo.
E cosa fa la mia “amica”? Saluta Juan Carlos, che le chiede
come va, e lei risponde, in tutta serenità:
- Beh, sono dovuta venire fin qui perché il mio inquilino ha
lasciato le chiavi in casa. (Risate)
Stronza.
E io che, nell’attesa, mi preoccupavo di quanto avessi
lasciato la casa in ordine.
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