La settimana scorsa ero a bere una birra con degli amici al Café Berlin, un bar che, senza avere nulla di particolare (tranne i tre elementi necessari perché un bar esista a Ruzafa: una libreria, un mobilio eclettico e alcune pareti un po' incrostate) si è convertito, da pochi mesi a questa parte, in uno dei bar più frequentati del barrio. Tanto per cambiare, siamo stati avvicinati da una moderna che fa il PR per una discoteca della zona e che incrociamo lì nei dintorni ogni santo fine settimana, che voleva lasciarci i suoi flyers.
Per questione di gentilezza, abbiamo accettato, anche se non saremmo andati, e io poco dopo mi sono lanciato in un'arringa:
Io: "Che palle, ogni cinque minuti ne passa uno."
Altri: "..."
Io: "Un paio di settimane fa mi è arrivato un invito via facebook dalla Hipsters Agency Crew, praticamente l'agenzia delle modernas, che organizza delle serate a La 3, perché iniziavano i casting per i PR"
Altri: "..."
Io: "Vi rendete conto? I casting per fare il PR! Manco fosse un concorso di bellezza!"
Altri: "Ahahaha"
In quel momento lo sguardo mi è caduto al tavolo accanto al nostro, dove una ragazza mezza hipster mezza moderna era seduta a prendere un caffé macchiato e a lei si stavano aggiungendo altri quattro ragazzi, tra cui il PR di pochi minuti prima.
Ho notato che hanno iniziato a ripartirsi dei foglietti: erano flyers come quelli che ci erano stati appena dati.
"Come si dice in spagnolo fare una figura di merda?", ho chiesto ad un amico che parla anche italiano.
"Quedar como el culo", mi ha risposto, "anche se l'espressione fare una figura di merda mi piace di più".
"Quedar como el culo. Beh, è quello che ho appena fatto".
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martedì 11 dicembre 2012
lunedì 19 novembre 2012
¡ Socorro !
Nella multisala Babel, vicino Avenida de Aragón, trasmettono film in lingua originale. Era una domenica pomeriggio e, all'uscita del cinema, io e G. abbiamo iniziato a parlare di cinema spagnolo, o meglio io lo ascoltavo parlare di cinema spagnolo, visto che, a parte Pedro Almodovar e Alex De La Iglesia, la mia conoscenza del cinema iberico è praticamente nulla.
E così, per non lasciarlo fare un monologo, ho voluto dire la mia con un commento che non poteva essere più scontato: "Come immaginerai poco del cinema spagnolo arriva in Italia, o io ne ho visto poco. Ma Almodóvar mi piace molto".
Ripensandoci, è stato proprio un intervento da sfigato: è come dire ad un italiano "Ah sei italiano? Mi piacciono molto Venezia e la pasta" o a un danese "ho visto la Sirenetta di Copenhagen, è molto più piccola di quello che pensassi" oppure a un russo "Non conosco bene la Russia. Però sono contrario alla politica di Putin".
"No no, a me Almodóvar non piace per nulla", ha risposto G.
"Ah no? E perché?"
"Perché dipinge un'immagine surreale della Spagna"
"Troppo grottesca?"
"Sì, io non mi riconosco per nulla nei film di Almodóvar, e poi mi sembra che stia perdendo molto smalto", e così il regista era smontato di netto nella conversazione.
Dopo alcuni minuti eravamo in un bar a bere una birra e G., tra lo sconvolto e il divertito, ha detto: "Non hai idea di cosa mi è successo venerdì notte". E così ho chiesto, e lui ha iniziato a raccontare.
Erano le tre di notte e G. dormiva, quando fu svegliato improvvisamente da rumori alla porta di casa. Casa sua si trova nella parte sud-ovest del barrio di Ruzafa, e, pur avendola ristrutturata completamente - e quasi da solo, con l'aiuto di suo cognato - non ha ancora avuto il tempo né i soldi di sostituire la porta, che è meno solida di quella del mio bagno. Era evidente che qualcuno stesse cercando di entrare e, preso dal panico, G. tirò un colpo al muro per svegliare la vicina di casa, la signora Maria. Infatti, sul pianerottolo ci sono tre appartamenti, e la camera da letto di G. confina con quella di Maria, la quale a sua volta confina con la camera dell'altro vicino, il signor Manolo.
"Maria! Mi stanno entrando i ladri in casa!" ha gridato G.
La signora Maria, svegliata così di soprassalto e dato quello che aveva sentito, fu presa dal panico e iniziò a urlare a sua volta per svegliare Manolo:
"Manolo! Socorro!" gridò, presumibilmente senza nemmeno alzarsi dal letto.
Manolo si era svegliato ed era andato alla porta con suo figlio; G., nel frattempo, si alzò dal letto ed andò alla sua porta, sentendo che Manolo parlava con il quasi-intruso.
Aprì la porta di casa e si trovò davanti il vicino del piano di sopra che, completamente ubriaco, non sapeva di aver sbagliato piano.
"Paco tu vivi al secondo piano! Che ci fai qui?" gli disse con tono incazzato, mentre il poveretto se ne andava barcollando. Il tempo di andare in bagno, bere un bicchier d'acqua, rimettersi sotto le coperte e G. sentì che bussavano alla porta di casa. Sempre più innervosito, andò alla porta e si trovò davanti Paco, in mutande e biascicando, che si rivolse a lui preoccupato:
"Tio, ho aperto la porta di casa e il mio cane è uscito ed credo sia andato per le scale... Non lo trovo, è passato di qui?"
"Ma che vuoi che ne sappia io?", rispose G., sempre più scoglionato. "Và, torna a casa tua, che non stai in piedi, magari è lì, e lasciami dormire!"
Io ridevo a crepapelle mentre G., tutto appassionato, mi raccontava la storia. "Ti rendi conto di come sta la gente?" mi ha detto, alla fine.
"Già...", mi sono limitato a rispondere. "E tu dicevi che Almodóvar dipinge un'immagine surreale della Spagna?"
E così, per non lasciarlo fare un monologo, ho voluto dire la mia con un commento che non poteva essere più scontato: "Come immaginerai poco del cinema spagnolo arriva in Italia, o io ne ho visto poco. Ma Almodóvar mi piace molto".
Ripensandoci, è stato proprio un intervento da sfigato: è come dire ad un italiano "Ah sei italiano? Mi piacciono molto Venezia e la pasta" o a un danese "ho visto la Sirenetta di Copenhagen, è molto più piccola di quello che pensassi" oppure a un russo "Non conosco bene la Russia. Però sono contrario alla politica di Putin".
"No no, a me Almodóvar non piace per nulla", ha risposto G.
"Ah no? E perché?"
"Perché dipinge un'immagine surreale della Spagna"
"Troppo grottesca?"
"Sì, io non mi riconosco per nulla nei film di Almodóvar, e poi mi sembra che stia perdendo molto smalto", e così il regista era smontato di netto nella conversazione.
Dopo alcuni minuti eravamo in un bar a bere una birra e G., tra lo sconvolto e il divertito, ha detto: "Non hai idea di cosa mi è successo venerdì notte". E così ho chiesto, e lui ha iniziato a raccontare.
Erano le tre di notte e G. dormiva, quando fu svegliato improvvisamente da rumori alla porta di casa. Casa sua si trova nella parte sud-ovest del barrio di Ruzafa, e, pur avendola ristrutturata completamente - e quasi da solo, con l'aiuto di suo cognato - non ha ancora avuto il tempo né i soldi di sostituire la porta, che è meno solida di quella del mio bagno. Era evidente che qualcuno stesse cercando di entrare e, preso dal panico, G. tirò un colpo al muro per svegliare la vicina di casa, la signora Maria. Infatti, sul pianerottolo ci sono tre appartamenti, e la camera da letto di G. confina con quella di Maria, la quale a sua volta confina con la camera dell'altro vicino, il signor Manolo.
"Maria! Mi stanno entrando i ladri in casa!" ha gridato G.
La signora Maria, svegliata così di soprassalto e dato quello che aveva sentito, fu presa dal panico e iniziò a urlare a sua volta per svegliare Manolo:
"Manolo! Socorro!" gridò, presumibilmente senza nemmeno alzarsi dal letto.
Manolo si era svegliato ed era andato alla porta con suo figlio; G., nel frattempo, si alzò dal letto ed andò alla sua porta, sentendo che Manolo parlava con il quasi-intruso.
Aprì la porta di casa e si trovò davanti il vicino del piano di sopra che, completamente ubriaco, non sapeva di aver sbagliato piano.
"Paco tu vivi al secondo piano! Che ci fai qui?" gli disse con tono incazzato, mentre il poveretto se ne andava barcollando. Il tempo di andare in bagno, bere un bicchier d'acqua, rimettersi sotto le coperte e G. sentì che bussavano alla porta di casa. Sempre più innervosito, andò alla porta e si trovò davanti Paco, in mutande e biascicando, che si rivolse a lui preoccupato:
"Tio, ho aperto la porta di casa e il mio cane è uscito ed credo sia andato per le scale... Non lo trovo, è passato di qui?"
"Ma che vuoi che ne sappia io?", rispose G., sempre più scoglionato. "Và, torna a casa tua, che non stai in piedi, magari è lì, e lasciami dormire!"
Io ridevo a crepapelle mentre G., tutto appassionato, mi raccontava la storia. "Ti rendi conto di come sta la gente?" mi ha detto, alla fine.
"Già...", mi sono limitato a rispondere. "E tu dicevi che Almodóvar dipinge un'immagine surreale della Spagna?"
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mercoledì 7 novembre 2012
¡ Viva la Pepa !
Esistono due tipi di perone al mondo: quelle con personalità e quelle senza personalità. Pepa appartiene senza dubbio al primo gruppo. Ma Pepa chi?
Andiamo con ordine.
Lo scorso fine settimana ero in giro per Ruzafa con alcuni amici, e dopo un breve concerto pre-cena, una birra e l'immancabile cena a La Tasca de Ruzafa, un bar di tapas a conduzione familiare, dove ho sempre mangiato benissimo e mai ho speso più di 10 euro per una cena, eravamo in giro discutendo sul da farsi.
In realtà non c'è stata una vera discussione: da amanti del trash - con moderazione, molta - abbiamo deciso allegramente di fare tappa breve in uno dei bar più non-mi-viene-l'aggettivo-appropriato di Ruzafa. A partire dal nome: ¡ Viva la Pepa !. Toma ya.
"¡ Viva la Pepa ! " si trova in Calle del Cura Femenía ed è un bar piuttosto riciclato, raffazzonato. No, brutto. Tutto è fuori luogo in quel bar, a partire dall'odore di stantío che si sente quando si entra.
La star del locale è, appunto, Pepa. Pepa è una ragazza (già un po' cresciuta, eh) che si è resa famosa per circa 15 minuti in Spagna un paio di anni fa partecipando a "Tú sí que vales", un talent show di merda di Telecinco. Pepa si classificò seconda e, se anche a una persona che entra nel suo bar non gliene può fottere di meno, è impossibile trascurare il fatto, dato che sul muro alla destra è appeso l'attestato di partecipazione con tanto di mega-assegno dei 1000 euro vinti.
Il problema principale del locale è il suo aspetto, da bar sopravvissuto male alla crisi economica e al fatto che posti di quel tipo hanno cessato di esistere nel mondo reale a metà degli anni '90. Ci sono due piccole sale; in una c'è il bar, l'altra è la pista da ballo, piuttosto piccola. Nella pista da ballo mi sono solo affacciato, non sono entrato, perché era vuota quando eravamo lì, nonché mezza buia. Ma soprattutto è inquietante: le pareti sono costellate di disegni e colori con uno stile che è una via di mezzo tra la street art e un videogioco SEGA, e passando sotto l'arco attraverso il quale si accede io avrei la certezza assoluta che lì dietro c'è un serial killer pronto ad uccidermi.
Ma il punto di forza è il bar. E non è un bar qualsiasi: Pepa, al bancone, indossa un microfono del tipo di quelli di Ambra a Non è la Rai e, mentre serve i clienti, canta.
Ora, immaginate una con l'aspetto non troppo diverso da quello di Adele ed una voce oggettivamente potente in un posto grande 3 metri quadrati e, mentre voi cercate di ordinare una birra, lei sta intonando Rescue Me o qualcosa del genere: concorderete che uno un po' timido ci rimane secco.
Insomma, è una specie di Coyote Ugly senza balletti sexy finto-lesbo sul bancone o cravatte tagliate agli uomini d'affari di passaggio.
E quindi perché andare da Viva la Pepa? Perché se si ama il trash, stare lì è divertente, e lei, tutta sorridente, al tuo ingresso, con solo 3 clienti nel locale ti invita a bere un cicchetto offerto dalla casa (la vera ragione per cui eravamo andati lì): un miscuglio color rosso e sapore di colluttorio (dunque Iodosan, più che Listerine) da mandare giù senza pensarci e come se non ci fosse un domani.
Venerdì sera da Viva la Pepa ci siamo fermati non più di 15 minuti. Dietro di me avevo una 50enne che aveva il viso così rifatto che quasi sembrava Nicole Kidman, però questa Nicole Kidman
che si faceva foto con pose presuntamente sexy e questo, vi assicuro, era decisamente troppo.
Andiamo con ordine.
Lo scorso fine settimana ero in giro per Ruzafa con alcuni amici, e dopo un breve concerto pre-cena, una birra e l'immancabile cena a La Tasca de Ruzafa, un bar di tapas a conduzione familiare, dove ho sempre mangiato benissimo e mai ho speso più di 10 euro per una cena, eravamo in giro discutendo sul da farsi.
In realtà non c'è stata una vera discussione: da amanti del trash - con moderazione, molta - abbiamo deciso allegramente di fare tappa breve in uno dei bar più non-mi-viene-l'aggettivo-appropriato di Ruzafa. A partire dal nome: ¡ Viva la Pepa !. Toma ya.
"¡ Viva la Pepa ! " si trova in Calle del Cura Femenía ed è un bar piuttosto riciclato, raffazzonato. No, brutto. Tutto è fuori luogo in quel bar, a partire dall'odore di stantío che si sente quando si entra.
La star del locale è, appunto, Pepa. Pepa è una ragazza (già un po' cresciuta, eh) che si è resa famosa per circa 15 minuti in Spagna un paio di anni fa partecipando a "Tú sí que vales", un talent show di merda di Telecinco. Pepa si classificò seconda e, se anche a una persona che entra nel suo bar non gliene può fottere di meno, è impossibile trascurare il fatto, dato che sul muro alla destra è appeso l'attestato di partecipazione con tanto di mega-assegno dei 1000 euro vinti.
Il problema principale del locale è il suo aspetto, da bar sopravvissuto male alla crisi economica e al fatto che posti di quel tipo hanno cessato di esistere nel mondo reale a metà degli anni '90. Ci sono due piccole sale; in una c'è il bar, l'altra è la pista da ballo, piuttosto piccola. Nella pista da ballo mi sono solo affacciato, non sono entrato, perché era vuota quando eravamo lì, nonché mezza buia. Ma soprattutto è inquietante: le pareti sono costellate di disegni e colori con uno stile che è una via di mezzo tra la street art e un videogioco SEGA, e passando sotto l'arco attraverso il quale si accede io avrei la certezza assoluta che lì dietro c'è un serial killer pronto ad uccidermi.
Ma il punto di forza è il bar. E non è un bar qualsiasi: Pepa, al bancone, indossa un microfono del tipo di quelli di Ambra a Non è la Rai e, mentre serve i clienti, canta.
Ora, immaginate una con l'aspetto non troppo diverso da quello di Adele ed una voce oggettivamente potente in un posto grande 3 metri quadrati e, mentre voi cercate di ordinare una birra, lei sta intonando Rescue Me o qualcosa del genere: concorderete che uno un po' timido ci rimane secco.
Insomma, è una specie di Coyote Ugly senza balletti sexy finto-lesbo sul bancone o cravatte tagliate agli uomini d'affari di passaggio.
E quindi perché andare da Viva la Pepa? Perché se si ama il trash, stare lì è divertente, e lei, tutta sorridente, al tuo ingresso, con solo 3 clienti nel locale ti invita a bere un cicchetto offerto dalla casa (la vera ragione per cui eravamo andati lì): un miscuglio color rosso e sapore di colluttorio (dunque Iodosan, più che Listerine) da mandare giù senza pensarci e come se non ci fosse un domani.
Venerdì sera da Viva la Pepa ci siamo fermati non più di 15 minuti. Dietro di me avevo una 50enne che aveva il viso così rifatto che quasi sembrava Nicole Kidman, però questa Nicole Kidman
che si faceva foto con pose presuntamente sexy e questo, vi assicuro, era decisamente troppo.
mercoledì 17 ottobre 2012
Fumar Mata - Atto II
Ebbene sì, sto cercando di smettere di fumare di nuovo,
nonostante il disastroso fallimento del mio ultimo tentativo. Ma cosa ci porta
a smettere di fumare?
In teoria, farlo ha così tanti vantaggi che uno
non dovrebbe pensarci due volte. Il risparmio non indifferente di denaro, non
svegliarsi più la mattina con quella schifosa tossetta, perdere la dipendenza
dalla nicotina che ti costringe a cercare sigarette proprio quando di
distributori non c’è ombra, non sentire l’odore di fumo sui vestiti, vedere la
pelle del viso che poco a poco riprende un colore diverso, riconoscere che il
sapore del cibo è ancor più intenso di quello che si pensava, poter baciare una
persona che non fuma senza prima imbottirsi di mentine. Ah, stavo dimenticando
il dettaglio del ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, per citare il
retro dei pacchetti.
Nel mio caso, il semplice fatto di pensare a questa lista di
vantaggi è inutile: serve un evento scatenante, dirompente, qualcosa che vinca
la mia assenza di forza di volontà. Ebbene, io ho raggiunto la consapevolezza
necessaria per compiere il grande passo in modo graduale, ma ho ben preciso in
testa il momento in cui ho deciso che avrei smesso.
Era un sabato mattina recente. Mi sono alzato con il mal di
testa da postumi che mi attanagliava il cervello, respiravo producendo un originale
fischio coi polmoni, e ho riflettuto a come sia bravo ad uscire di casa
sentendomi Clark Gable e rincasare ridotto peggio di Peter Falk. Mi sono
alzato, ho raccolto la mia maglietta buttata per terra, ho sentito come puzzava
di fumo e l’ho lanciata nel cesto della biancheria in bagno, prima di mettere
la testa sotto l’acqua e ripensare alla sera prima.
Ho ripensato al tour un po’ troppo alcoolico tra i bar di
Ruzafa, dallo Slaughterhouse all’Ubik, attraverso
livelli di gradazione intermedi, e con parecchie sigarette. E alla parte finale
della serata, all’XtraLarge, utile ultima tappa per salutare il barrio prima di andare a dormire o
cambiare zona (ma io sto diventando troppo vecchio per la seconda opzione).
L’XtraLarge mi piace, mi piace il locale, mi piace la musica che mettono, mi
piace il tipo di gente che lo frequenta.
Comunque, dicevamo. Alcool e sigarette, a profusione. E
proprio quando la serata stava volgendo al termine, mi sono ritrovato davanti a
una persona che non mi aspettavo di vedere lì, e in realtà non ne avevo molta
voglia. Quando ci vedevamo non fumavo mai, forse per guadagnare punti: è noto
che, ai non fumatori, noi fumatori non andiamo molto a genio, a meno che non
siano perdutamente innamorati di noi, e credo proprio che questo non fosse il
caso. Abbiamo avuto una conversazione cordiale, che sarebbe stata addirittura
formale se io non fossi stato in quello stato, quasi da non stare in piedi, e
nel frattempo pensavo a quanto volessi essere già nel mio letto.
Piano piano, nella mia memoria annebbiata dai postumi, ho
ricordato come io biascicassi e gli abbia chiesto più di una volta di ripetere
cosa avesse detto, incolpando il volume della musica, e ho visto lo sguardo un po’ da “guarda
che povero Cristo” che avevo davanti.
E siccome non c’è limite al peggio, per riparare ai danni
della sera prima ho anche mandato un messaggio, che, tra le altre cose, diceva
l’ovvio attraverso un understatement:
“Ero piuttosto ubriaco ieri sera”. Sì: io faccio più cazzate quando ho i
postumi che quando sono ubriaco.
La risposta è stata peggio di una non risposta: “A presto!”. Otto caratteri.
Ci mancava solo l’emoticon.
Lo so, tutto questo non ha niente a che vedere con il fumo.
Ma è davvero per questo che ho deciso di smettere, che a poco a poco ho messo questa
decisione in pratica, e che da 9 giorni non ne sento il più lontano bisogno.
A presto!
giovedì 30 agosto 2012
La moderna de Ruzafa
Ieri ho lasciato definitivamente il mio vecchio appartamento in Calle Cuenca Tramoyeres per spostarmi 200 metri più in là, in Peris Mencheta.
In realtà, pensavo che avrei avuto tempo per fare le cose con calma, e magari abbandonare l'appartamento un paio di giorni più tardi, ma ieri la mia padrona di casa, venuta alle 11.30 a perlustrare il piso per verificare la situazione (e appurare quanto era accaduto alla piastra in vetroceramica ) mi ha detto che già c'era gente che voleva visitarlo, e in particolare una ragazza che aveva fretta di trasferirsi e lo avrebbe fatto già domani. Quest'ultima sarebbe passata a vedere l'appartamento poco dopo le 12. E così ho acconsentito, anche perché, dopo aver mostrato il cataclisma dei fornelli, avevo la coda tra le gambe.
Fatto sta che la ragazza di cui sopra era in ritardo, e Cristina, che va sempre di fretta, mi ha chiesto di fare io da cicerone alla ragazza qualora fosse venuta.
Poco dopo le 12.30, mentre stendevo i panni della mia penultima lavatrice, ha suonato alla porta. Era la classica moderna: borsa di tela, canotta con disegno strano, taglio di capelli asimmetrico. In particolare, aveva i capelli rasati dal lato sinistro, e pettinati verso destra. Il colore era un biondo evidentemente di tinta, perché si vedeva anche un accenno di ricrescita e, nonostante il capello non fosse molto lungo, lo era abbastanza perché lei se lo sistemasse continuamente dietro l'orecchio. Si è sfilata gli occhiali da sole, un paio di Rayban con montatura rossa, altro dettaglio non trascurabile da moderna, e si è presentata.
E lì è iniziata una conversazione surreale.
"Holaaa, sono Marta"
"Gaetano, piacere, entra!"
"Italiano? Perfetto!" (detto in italiano)
"Ma per caso sei italiana anche tu?"
"No, no... allora, vediamo un po' l'appartamento..."
... e dopo averlo visto per bene mi ha guardato con fare interrogativo e mi ha fatto La Domanda:
"Dimmi sinceramente, come ti sei trovato qui?"
"Ma guarda, l'appartamento è vecchiotto, come vedi, il problema è il traffico su Primado Reig. Però è in una posizione strategica e c'è di tutto. Certo, se hai il sonno leggero - "
"Ah no io dormo come una bomba. È che sono in una situazione di emergenza, tío"
"Cioè ti serve subito l'appartamento?"
"Sì, ora sto da amici ma è un casino. È che mi sono ritrovata così da un giorno all'altro. Niente preavviso"
"Ah."
"E poi guarda." E mi mostra una delle due mani, leggermente gonfia sotto il mignolo. "Vedi? È gonfia. È che ora sto da amici, a Ruzafa, ospite - te l'avevo già detto? E stamattina pam pam pam!!! ho dovuto dare un sacco di colpi alla porta perché non si svegliavano". Ruzafa è il quartiere dei radical chic e dei modernos, un tempo zona bohemién di Valencia, oggi di moda.
"Eh sì, è un po' gonfia", ho risposto, chiedendomi perché mi stesse raccontando tutto questo.
"Non puoi immaginare che giornata sto avendo. Per favore, mi dai dell'acqua? Sto morendo"
Ho preso il mio boccione da 6 litri d'acqua e, mentre gliela versavo, lei mi ha redarguito:
"Ah-ah, non dovresti comprare quest'acqua. Comprala in bottiglia. Questa è quasi come bere l'acqua del rubinetto con il calcare che ha"
"Ma veramente a me..." ho cercato di intervenire.
"Dico sul serio. Sai qual è il limite di calcare legale? 50. (Nota: 50 cosa? boh!) E l'acqua del rubinetto a Valencia arriva a 400. Beh questa del boccione secondo me è lì vicino"
"Ah... lo ignoravo"
"Dimmi un po': lavi anche le verdure, che so, i pomodori con l'acqua corrente?"
"Ehm sì", ho risposto io, sapendo di aver dato la risposta sbagliata.
"Non dovresti! Troppo calcare. Poi ti vengono i calcoli"
A questo punto ho cominciato a pensare che in realtà fosse una rappresentante di una impresa di acque oligominerali, di una sorta di Fiuggi iberica.
"Beh ma ti rendi conto di che costerebbe usare sempre acqua minerale? E la plastica che si produce?" ho contrattaccato.
"Ad ogni modo, tío, non mi convince questo appartamento. 445 euro al mese non li vale. Fossero 400, pure pure.
"Potresti provare a contrattare"
"È che oggi ho visto un appartamento accanto al mercato di Ruzafa. Capisci? Accanto al mercato di Ruzafa! Anche quello 3 camere da letto ma viene solo 375 euro. Solo che lo stanno ridipingendo e stanno cambiando la cucina e io ho bisogno della casa a-d-e-s-s-o."
Io ero interdetto, metre lei faceva tutto da sola.
"Certo, però potrei arrangiarmi. Mi mettono un letto lì e mi arrangio quanche giorno"
"Quan--" ho cercato di chiedere quanto ci avrebbero messo, ma lei andava a ruota libera ormai.
"375. Questo 445. Quanto fa 375 per 11 mesi?"
"Beh, circa 4200", ho risposto io, non sapendo dove andava a parare.
"4200 euro! in un anno risparmierei 4200 euro!"
"Ehm no la differenza è solo di 70 euro... " ho sottolineato, mentre il suo entusiasmo si spegneva e io ero sull'orlo di una risata sguaiata.
"Beh comunque è tanto. No no, vado all'altro. E' al Mercato di Ruzafa. Grazie, mi hai fatto chiarire le idee"
"Ah beh figurati!", ho risposto, pensando a come avrebbe reagito Cristina al sapere che, dopo averle spaccato la cucina in vetroceramica, le avevo anche fatto perdere un'inquilina.
E mentre Marta se ne andava, si è girata e mi ha detto: "Sei una brava persona. Magari ci potremmo prendere qualcosa da bere, qualche giorno, per Ruzafa."
Sì, e risparmiare insieme 4200 euro.
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